15 Gennaio 2014

La Turchia, al Qaeda e la conferenza di pace sulla Siria

La Turchia, al Qaeda e la conferenza di pace sulla Siria Tempo di lettura: 5 minuti

Lo scontro tra poteri dello Stato, in Turchia, non accenna a fermarsi. Tutto è cominciato con un’inchiesta per corruzione contro un gran numero di esponenti del governo “islamico moderato” di Recep Tayyip Erdogan. Ma ormai è chiaro che la vicenda ha confini più ampi, con ripercussioni sul teatro di guerra siriano.

L’ultimo episodio è l’arresto di almeno venticinque persone da parte delle unità anti-terrorismo della polizia turca, il 14 gennaio: l’accusa è quella di avere legami con al Qaeda, di aver favorito l’ingresso in Siria di guerriglieri qaedisti provenienti da Afghanistan e Pakistan, e di aver raccolto fondi destinati alle operazioni di al Qaeda in Siria. Tra gli arrestati ci sarebbe anche Ibrahim Şen, cittadino turco già detenuto a Guantanamo, considerato un leader di primo piano dell’internazionale del terrore.

 

Il «finanziere di al Qaeda»

Non è la prima personalità legata ad al Qaeda a comparire nelle cronache giudiziarie turche. Era già successo alla fine di dicembre, quando nelle carte dell’inchiesta anti-corruzione che ha colpito il governo di Ankara è comparso il nome di Yasin al Qadi, finanziere saudita che dall’11 settembre in poi è stato accusato più volte di essere uno dei cassieri del qaedismo globale. Al Qadi è stato immortalato durante alcuni incontri con Bilal Erdogan, uno dei figli del primo ministro. L’accusa – nello specifico – è che al Qadi abbia versato delle tangenti per ottenere l’acquisto di un terreno edificabile a Istanbul. Ma i rapporti tra il saudita e gli Erdogan sarebbero molto più estesi.

Quello di al Qadi è un nome che scotta. Dopo l’11 settembre 2001 fu accusato non solo di aver contribuito a finanziare gli attentati contro le Torri gemelle, ma anche di aver permesso ai terroristi, grazie a una società da lui controllata, di accedere ai sistemi di sicurezza dell’ente americano che supervisiona i traffici aerei. Le accuse non furono dimostrate e nel 2012 le Nazioni Unite lo hanno cancellato dalla lista delle persone sottoposte a sanzioni economiche e al divieto di viaggiare, «con la benedizione del governo Erdogan», scrivono i giornali turchi. Nello stesso anno però il governo americano ha confermato la presenza di al Qadi nella lista dei «terroristi globali», ad alto rischio di organizzare attentati contro gli Stati Uniti.

Secondo numerosi quotidiani turchi, di diverse aree politiche – da Radikal, a Taraf, a Milliyet – al Qadi sarebbe dovuto essere tra le persone arrestate dalla polizia turca nell’ambito dell’indagine anti-corruzione. Ma il procuratore che seguiva le indagini, Muammer Akkas, è stato rimosso dall’incarico e con lui – sostiene la stampa turca – sarebbe saltato anche l’arresto di al Qadi.

Non c’è solo la vicenda delle tangenti. Nel giugno del 2013 la stampa turca ha riportato un altro episodio che coinvolge al Qadi: il finanziere – accompagnato come al solito da Ibrahim Yıldız, capo della sicurezza di Erdogan – viene coinvolto in un incidente stradale mentre lascia la sede del Mit, il servizio segreto turco. Al Qadi viene ricoverato, e subito riceve la visita di Bilal Erdogan, il figlio del premier. La notizia finisce su tutti i giornali, ma il governo nega categoricamente la circostanza.

 

Armi turche verso la Siria

La politica turca nei confronti della Siria, ormai, passa in gran parte attraverso il Mit, che pare aver scavalcato per importanza i ministeri degli esteri e della difesa. Il primo gennaio scorso – scrive il quotidiano Hurriyet – a seguito di una soffiata la gendarmeria turca ferma nella provincia meridionale dell’Hatay un camion che si appresta a varcare il confine con la Siria. All’interno del veicolo i gendarmi trovano un quantità ingente di armi e munizioni.

Il camion risulta noleggiato dalla Ihh, la stessa organizzazione non governativa (ma legata al partito di governo Akp) che due anni fa aveva provato a rompere l’embargo israeliano su Gaza con una flottiglia di navi, tra cui la Mavi Marmara. I gendarmi avvisano il procuratore e il governatore della provincia dell’Hatay. La notizia si diffonde sui siti di informazione, mentre la Ihh smentisce qualsiasi coinvolgimento. Ma intanto il governatore dell’Hatay fa arrivare agli agenti un messaggio riservato (svelato il giorno successivo dal quotidiano Radikal): il camion, il carico e il personale a bordo – scrive il governatore – appartengono al Mit e vanno immediatamente rilasciati. Un ordine a cui i gendarmi (e il procuratore arrivato sul luogo) non possono disubbidire.

Un carico di armi del Mit diretto in Siria? E diretto a chi? In molti hanno puntato il dito verso il Fronte islamico, una coalizione di gruppi salafiti radicalmente contrari alle trattative di pace cui stanno lavorando russi e americani. Pur di negare il sostegno agli estremisti, il governo turco si è trovato a negare l’evidenza. Non c’era nessuna arma nel camion, – ha dichiarato il ministro degli interni Efkan Ala – si trattava di aiuti umanitari diretti alla minoranza turkmena in Siria. Una versione cui nessuno, in Turchia o all’estero, sembra aver dato credito, anche perché un episodio quasi identico si era verificato già lo scorso novembre.

E torniamo alle venticinque persone arrestate il 14 gennaio, con l’accusa di aver aiutato al Qaeda in Siria: tra i fermati c’è anche un funzionario della Ihh di Kilis, la cittadina da cui il camion carico di armi avrebbe dovuto varcare il confine con la Siria. Passano poche ore dagli arresti e il ministero degli interni rimuove dall’incarico il capo dell’antiterrorismo di Kilis, che ha eseguito l’arresto.

 

Ipotesi per la conferenza di pace

Lo scontro in corso in Turchia – da una parte il governo, dall’altra un pezzo degli apparati dello Stato, polizia e magistratura, spesso legati al filosofo-finanziere Fethullah Gülen, auto-esiliatosi negli Stati Uniti – è destinato a proseguire, ed è difficile prevederne l’esito. Ma i legami diretti tra Erdogan, il Mit e le frange anche estreme della ribellione siriana sono ormai difficili da negare.

Cosa c’entra questo con i negoziati in vista della conferenza di pace che si apre il 22 gennaio a Montreux, in Svizzera? La situazione si evolve rapidamente, ma al momento sembrano confrontarsi due diverse posizioni. Gli Stati Uniti e la Russia sembrano preferire l’ipotesi di una mediazione tra il governo di Assad e tutte le forze ribelli disposte ad accettare una qualche forma di “unità nazionale”. L’obiettivo è isolare al Qaeda e i più estremisti tra gli insorti.

La Turchia e i paesi del Golfo, invece, sembrano puntare sull’unità di tutti i ribelli, compresi il Fronte islamico e Jabhat al Nusra, cellula di al Qaeda. Sono gruppi che di trattativa con le forze leali ad Assad non vogliono neppure sentirne parlare. L’unica esclusione sarebbe quella dell’Isis, “scheggia impazzita” della galassia qaedista, che ormai non riconosce più neppure l’autorità dei leader internazionali di al Qaeda e che viene percepita dallo stesso governo turco come una minaccia ai propri confini.

È una situazione fluida, che può mutare da un giorno all’altro. Appena si è diffusa la notizia dei venticinque arresti il presidente turco Abdullah Gül, che da tempo rimarca la sua distanza da Erdogan, è intervenuto per sostenere la necessità che la Turchia cambi atteggiamento nei confronti della Siria: «Penso che dovremmo ricalibrare la nostra diplomazia e le nostre politiche di sicurezza [verso la Siria], alla luce dei fatti avvenuti nel sud del nostro paese. Dobbiamo valutare come muoverci per ottenere una soluzione “win-win” nelle regione», ovvero una soluzione in cui tutte le parti in causa ottengono qualcosa. «La strada per raggiungere questo obiettivo è la pazienza, la calma, la perseveranza e quando necessario una diplomazia silenziosa». Molto ancora può cambiare, in una direzione o nell’altra.