8 Febbraio 2013

Michelangelo Buonarroti, Pietà Rondanini

Michelangelo Buonarroti, Pietà Rondanini Tempo di lettura: 2 minuti

 

 

 

Se ne è tornato a parlare perché, per una bellissima intuizione della giunta comunale milanese, dovrebbe essere trasferita per qualche mese nel luogo più ferito della città: il carcere di San Vittore. Mi riferisco alla Pietà Rondanini, capolavoro estremo di Michelangelo che il grande artista lasciò incompiuto nella sua casa-studio di Macel de’ Corvi a Roma, nel 1564. La Rondanini arrivò a Milano grazie ad un’altra felice iniziativa pubblica: nel 1956 il Comune la comperò dalla famiglia romana a cui era arrivata in eredità e a cui la scultura deve il suo nome. Da allora è custodita al Castello Sforzesco, con un allestimento elegante ma escludente. Se chiedete a Milano dove sia l’unica opera di Michelangelo presente in città, pochi sapranno rispondervi.

La Rondanini è la terza Pietà che Michelangelo realizzò nella sua vita. La prima è quella giovanile custodita a San Pietro; la seconda è quella che aveva immaginato per la propria tomba, ma che lasciò non finita per un difetto riscontrato nel marmo e che ora è custodita al Museo dell’Opera del Duomo di Firenze. La terza è appunto la Rondanini.

Salvatore Settis, in un bellissimo saggio scritto per la Storia dell’Arte Einaudi negli anni 80, provò a ricostruire questo percorso di Michelangelo all’interno un soggetto tanto importante e decisivo. E notò come con la prima Pietà si posizionasse, dal punto di vista iconografico, nel filone tradizionale, nella forma della Madonna che tiene tra le braccia il corpo di Cristo. È un’iconografia di origine gotica e quindi di derivazione nordica. Michelangelo la recepisce, ma la rivede alla luce di una cultura rinascimentale e quindi classica. Con la seconda Pietà, inizia la sua rivoluzione: al gruppo, costruito in verticale, si unisce la figura di Nicodemo, che ha le sembianze di Michelangelo stesso. La drammaticità della rappresentazione investe in pieno la persona dell’artista: la Pietà non è più solo un’icona su cui indirizzare un pensiero devoto e partecipante, ma è qualcosa che coinvolge la vita stessa di chi l’ha realizzata. Questo comporta una libertà nuova nel rapportarsi al tema, una libertà che trova nella Rondanini il suo esito più straordinario e commovente. Michelangelo ha ormai assimilato il formato verticale, arrivando quasi a fondere il corpo di Cristo con quello di Maria, in un’unione che meglio di ogni altra soluzione esprime l’adesione obbediente della madre al destino del figlio (“atacata insieme”, l’aveva descritta il notaio incaricato di redigere l’elenco delle opere di Michelangelo rimaste nello studio al momento della morte).

C’è un aspetto che mi ha sempre colpito in questo percorso: nella Pietà giovanile, incredibilmente perfetta, si avverte quasi una distanza tra la madre e il figlio. Lo sguardo di Maria è come fisso nel vuoto, ultimamente triste. Nella Pietà Rondanini, moderna nella libertà esecutiva, incompiuta per destino ma forse anche per volontà, invece questa distanza è stata colmata nel modo più radicale che si potesse immaginare. Chi dice che la modernità è ostacolo ad un incontro con la persona di Cristo evidentemente deve rivedere questo preconcetto…