24 Dicembre 2013

Giotto, Natività

Giotto, Natività Tempo di lettura: 2 minuti

 

 

I geni non sono geni per modo di dire. Così quando si tratta di spulciare tra le migliaia di Natività dipinte nella storia della pittura, alla fine della selezione si resta con una manciata di immagini tra le mani. Sono quelle arrivate più vicine a immaginare e restituire quel preciso, semplice momento di storia, quel momento di “intersezione del temporale con l’eterno” (Péguy). Tra queste c’è senz’altro la Natività dipinta da Giotto per Enrico Scrovegni, a Padova.

È una scena immaginata dal Giotto maturo, quindi saldamente consapevole dei propri mezzi. Lo vediamo all’opera con una composizione della massima essenzialità, senza  che nulla s’aggiunga a ciò che è strettamnente  necessario. La sapienza compositiva fa sì che tutte le linee che “costruiscono” l’immagine si rapportino alla perfezione tra di loro in una geometria che dà ordine al tutto (quello nella foto è un particolare del riquadro affrescato). Noi non la vediamo, ma se quest’immagine s’attacca alla nostra retina e sembra quasi adagiarsi nella nostra memoria  visiva come una cosa “vista da sempre”, è proprio grazie all’esattezza di questa costruzione. In genere si pensa  che questa “sapienza” sia un dono che gli artisti grandi hanno e che potrebbe essere applicata a qualunque tema  affrontino. Invece non è così, e attraverso la Natività di Padova ce ne si può rendere conto. Perché il punto  genetico di quest’immagine non è un’astrazione mentale per quanto altissima, ma è quel punto di intensità affettiva che Giotto coglie e a cui s’attacca, per concepire l’affresco. Quel punto è lo sguardo tra Maria e il Bambino: è attorno a quell’asse che Giotto monta tutta l’impalcatura dell’immagine.

Maria e il Bambino sono ambedue distesi  paralleli al suolo (seguendo in questo un modello iconografico francescano che immaginava che Maria avesse partorito sulla nuda terra). Maria con l’aiuto di una  donna sta riponendo Gesù, completamente avvolto nelle fasce, nella mangiatoia di legno, che sembra in realtà, con quelle forme regolari e un po’ fredde, una prefigurazione del sepolcro. È questa consapevolezza che attraversa la coscienza di Maria a conferire una drammatica tenerezza allo scambio di sguardi con Gesù. Nel taglio sottile degli occhi di Maria, nella compostezza e gravità della sua espressione s’intuisce che quel gesto che sta compiendo assomiglia a un’obbediente consegna del Figlio. Quello sguardo è molto di più che lo sguardo di una mamma rispetto al figlio appena nato; è uno sguardo acuto come una trafittura; lo sguardo intenso di un amore che non ha paragoni: l’amore di chi ama senza voler possedere (verginità).