22 Giugno 2013

El Greco, san Giuseppe e Gesù bambino

El Greco, san Giuseppe e Gesù bambino Tempo di lettura: 3 minuti

 

«Quanto è meraviglioso il fatto che il Figlio di Dio si sia sottomesso così a Giuseppe e abbia imparato così a obbedire e a camminare nella vita dell’uomo accanto a Giuseppe!. Come riflette bene tutto ciò quel meraviglioso dipinto di El Greco, esposto nella sacrestia della Cattedrale di Toledo, a detta degli esperti uno dei quadri più belli del pittore, toledano di adozione: Gesù, bambino, pieno di gioia guidato da Giuseppe che l’osserva attentamente con uno sguardo di tenerezza e di fede incomparabili, che cammina con lui, che lo tiene con la mano, con lo sguardo rivolto a Gesù e all’orizzonte, o meglio al cielo, ripercorrendo il cammino della propria vita». Sono parole del messaggio con cui il cardinale Antonio Cañizares Llovera, prefetto della Congregazione per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti sull’Osservatore romano del 20 giugno scorso ha spiegato il decreto con cui la Congregazione ha inserito il nome di san Giuseppe nelle preghiere eucaristiche II, III e IV del Messale romano (vedi nota). Il riferimento così specifico a un quadro non può non colpire, tanto più che si tratta di uno dei capolavori di El Greco, che però è difficile vedere sia riprodotto sia in qualche mostra perché giudicato inamovibile. La tela, dipinta nel 1599, infatti è inserita in una straordinaria e ricchissima ancona dorata (alla cui realizzazione lavorò il figlio di El Greco, Jorge Manuel). In cima l’artista inserì anche un altro dipinto con l’Incoronazione della Vergine. Il quadro venne realizzato per la cappella di San Giuseppe a Toledo, voluta da un ricco mercante Martin Ramirez e che originalmente custodiva altri due capolavori dell’artista, che sciaguratamente nel 1906 vennero venduti e oggi sono conservati alla National Gallery di Washington. Furono gli eredi di Ramirez ad affidarsi alle carmelitane di Teresa d’Avila per realizzare la sua volontà. E fu Teresa a decidere di dedicare a San Giuseppe la cappella di quello che era diventato un convento carmelitano. Era una dei primi luoghi sacri dedicati al padre putativo di Gesù e la scritta sull’architrave dell’ingresso lo sottolinea: «BIS GENITI TUTOR, JOSEPH, CONIUXQUE PARENTIS,/HAS AEDES HABITAT, PRIMAQUE TEMPLA TENET» (Giuseppe, tutore del Figlio di Dio e sposo di sua madre, abita questa casa, e tiene in essa il suo primo tempio).

Il quadro è spettacolare, nella sua costruzione tutta verticale, come se uno spirito gotico fosse tornato a soffiare; sullo sfondo si scorge una veduta magnifica di Toledo, la città adottiva del pittore, nato a Creta; in alto due angeli portano doni simbolici a Giuseppe: gigli, rose e una corona di alloro. Ma il cuore del quadro è nei gesti che legano Giuseppe a Gesù. Gesti di una grande tenerezza, enfatizzati da quella sproporzione nelle rispettive altezze. Giuseppe sembra allungarsi, quasi si ergesse a torre protettiva di quel suo figlio “adottivo”. Infine si vede il bastone che indica l’esperienza di un cammino. È un particolare affascinante perché è quello attraverso cui la psicologia e la poesia del pittore trova il suo punto di corrispondenza con la vicenda di Giuseppe e di Gesù: l’anima ardente e inquieta di El Greco, artista che faceva della pittura una continua domanda, incontra l’immagine di un uomo obbediente che aveva  accettato di addentrarsi su strade che non era stato lui a decidere né a scegliere.

 

 

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