7 Marzo 2013

Caravaggio, La Canestra

Caravaggio, La Canestra Tempo di lettura: 2 minuti

 

Un piccolo libro uscito da poco e firmato da Alessandro Morandotti ripropone all’attenzione uno dei quadri più stupefacenti della storia: si tratta della Canestra di frutta di Caravaggio, conservata alla Pinacoteca Ambrosiana di Milano perché donata dal cardinale Del Monte, tra i primi sponsor di Caravaggio a Roma, al cardinale Federico Borromeo, che era un celebre collezionista, in particolare di nature morte, oltre che il fondatore della grande biblioteca che è stata la prima biblioteca pubblica d’Italia. È una tela di 47cm x 62. Le misure sono importanti per capire come Caravaggio lavorasse in scala 1:1 sulla realtà: tant’è vero che la Canestra, come ha scoperto recentemente Cristina Terzaghi, era esposta senza cornice e appesa sopra un tavolo appoggiato alla parete, così da creare un perfetto effetto illusionistico. Anche lo straordinario color vaniglia dello sfondo sarebbe spiegato dall’idea di creare continuità con l’intonaco del muro. Sono infiniti i tentativi di interpretazione di questa tela, in cui si trovano tante evidenze che sembrano in contrasto tra di loro. Come disse magistralmente Longhi, Caravaggio aveva dipinto la “cestina comune  dell’affittacamere, colma di frutta a buon prezzo”. L’aveva dipinta in “presa diretta” secondo quella visione che resta cinematografica anche nel momento in cui dipinge oggetti inanimati. Che inanimati non sono, perché come ha scritto sempre Longhi, Caravaggio mette in scena “un umile dramma biologico”. Un’intuizione magistrale che potrebbe dare ragione di questa impostazione così icastica e a suo modo solenne della cesta, inquadrata in perfetta frontalità e appoggiata su un piano da cui sporge leggermente, inserendo un effetto di sospensione e di sottile precarietà. Longhi propendeva per una prospettiva galileiana (“quello che l’esperienza e il senso ci dimostra si deve anteporre ad ogni discorso, ancorché ne paresse ben fondato”). Altri venuti dopo di lui hanno tentato letture simboliche e iconologiche che molto hanno fatto discutere.

Certo, resta l’impressione di un quadro che non si lascia prendere a dispetto della assoluta chiarezza della sua rappresentazione. Un quadro che parla a chiare lettere della realtà, ma che evoca un irriducibile senso di mistero.

Non è un caso che un altro studioso, Carlo Del Bravo, nel 1974, avesse colto un’altra radice per l’opera di Caravaggio. È l’Exameron di Sant’Ambrogio, lo scritto più poetico del predecessore del cardinal Federico e patrono della chiesa di Milano, in cui il santo tratta degli stessi soggetti rappresentati da Caravaggio “per illustrare come la difesa della Provvidenza sia proporzionale alla delicatezza della creatura”. E cita la funzione delle foglie che proteggono i frutti privi di guscio (foglie che devono essere “robuste” per l’uva e per “il molle fico”). Pensare la Canestra come elogio della Provvidenza è una bella suggestione, che se non viene ridotta a formula preconcetta, aiuta ad aprire lo sguardo su questo quadro straordinario così chiaro e così imprendibile.

Per chi volesse saperne di più il libro da cui ho preso avvio si intitola: Caravaggio e Milano.  La Canestra dell’Ambrosiana, Scalpendi editore, 15 euro.