8 Ottobre 2013

Antonello da Messina, L'Annunciata

Antonello da Messina, L'Annunciata Tempo di lettura: 2 minuti

 

In questi giorni si è aperta al Mart di Rovereto una mostra dedicata ad Antonello da Messina: una mostra che esce dalla ritualità del mostrificio oggi così ricorrente, perché è esito di una vita di studi di uno dei maggiori storici dell’arte, Ferdinando Bologna. Una mostra quindi che non andrebbe persa.

Tra le opere arrivate a Trento c’è anche la più celebre “icona” di Antonello, la Madonna Annunciata, custodita a Palermo, al Museo di Palazzo Abatellis. È una di quelle immagini che sono così note e così viste da suscitare reazioni di ammirazione un po’ automatiche. Invece l’ammirazione salirebbe di molti gradi se ci si provasse a guardare “dentro” l’opera. La prima cosa da notare è che siamo di fronte alla rappresentazione di un’Annunciazione in cui il pittore ha scelto di non rappresentare l’Angelo. Quindi tutto quel che sta accadendo in quest’istante dobbiamo dedurlo solo dall’atteggiamento di Maria. Si capisce che era intenta alla lettura, forse una preghiera, ma qualcosa, o qualcuno, l’ha distolta: ha alzato lo sguardo e si è leggermente ruotata verso l’interlocutore, visto che lei è in posa frontale, mentre il leggio era un po’ di scorcio.

Con la sua mano destra (la più bella mano della storia della pittura, l’ha definita Roberto Longhi), sembrerebbe fare un cenno di saluto. Ma se ci si fa caso, quella mano allungata, con le dita leggermente divaricate sta comunicando qualcosa che è più di un saluto. È come un mettersi a disposizione, un delicatissimo ma manifesto assenso alla proposta ricevuta. È una mano tesa, allungata, con sicurezza ma anche anche con tremore; o meglio, sembra attratta da un destino che la chiama a sé. L’altra mano, quella sinistra, invece tiene chiusi i lembi del mantello, in un gesto di grande pudore, a suggerire l’idea di una normalità che viene curata e custodita (verrebbe da dire che tra le due mani dell’Annunciata si instaura una dialettica come quella tra Marta e Maria).

Ma questo capolavoro di Antonello accende anche un altro pensiero. Perché anche se l’Angelo non si vede, l’Angelo evidentemente c’è; ed è proprio lì dove noi siamo. Cioè noi vediamo Maria come la vide l’Angelo in quell’istante: questo spiega lo stupore e la commozione che il capolavoro di Antonello suscita ogni volta che ce lo troviamo, letteralmente, di fronte.