1 Novembre 2017

NY: dalle Torri gemelle al terrorista sparachiodi

NY: dalle Torri gemelle al terrorista sparachiodi Tempo di lettura: 4 minuti

Le oscure forze della globalizzazione colpiscono ancora. Con un attentato meno eclatante di altri, ma perpetrato a New York. Scelta non casuale perché amplifica la portata dell’azione dal momento che evoca e riecheggia memorie indelebili, quelle dell’11 settembre e delle Torri demolite in una mattina di orrore.

Anche il giorno non è stato scelto a caso: Halloween è una festa votata al divertimento per il mondo anglosassone e per i tanti Paesi non anglosassoni nei quali ormai ha preso piede. Notte di scherzetti e dispetti.

Ma nelle menti perverse consegnate all’esoterismo, quelle che presiedono al Terrore globale, è altro e più oscuro: evoca le tenebre del demoniaco, quelle appunto cui sono votati i suoi tanti e più o meno ignoti affiliati.

A far strage è stato tal Sayfullo Saipov, uzbeco, una delle regioni caucasiche che ha dato tanta manovalanza alle schiere di al Qaeda e dell’Isis, movimenti che hanno insanguinato per anni la Siria e l’Iraq sotto gli occhi compiaciuti dell’Occidente perché funzionali all’ormai fallito regime-change siriano.

Chi semina vento raccoglie tempesta verrebbe da scrivere. Ma sarebbe del tutto fuori luogo, perché qui, come in Siria e Iraq, a morire per mano degli agenti del Terrore sono persone innocenti, la cui morte violenta è funzionale ai piani di chi presiede l’Agenzia.

La strage serve infatti a dire che il terrorismo non è stato debellato nonostante i rovesci subiti in Iraq e Siria ad opera di russi, siriani, iracheni, iraniani e delle milizie di hezbollah, conseguenza di una campagna militare annosa che ha visto anche  l’ambiguo apporto da parte degli Stati Uniti e della fantomatica coalizione internazionale messa su alla bisogna.

Una coalizione che, con la sua potenza di fuoco, avrebbe potuto spazzar via in due giorni i quattro straccioni arruolati nelle fila delle milizie del Terrore. Che invece, del tutto inspiegabilmente, resistono da anni.

Un’ambiguità, quella della coalizione a guida Usa, conseguente alla necessità di contenere la presenza russa e iraniana nell’area, primo e vero obiettivo, anche se non dichiarato, della coalizione stessa. Che va a scapito appunto della lotta al Terrore.

Ma questo è il tragico passato e l’altrettanto tragico presente, che resta e resterà nella storia. La cronaca nera invece ci consegna l’ennesimo eccidio: otto morti e tanti i feriti. Persone colpite con una modalità ormai consueta, quella del camion lanciato a bomba su folle innocenti.

L’uomo avrebbe gridato Allah Akbar, come da copione ormai reiterato. E, sceso dal pick- up assassino, avrebbe minacciato la folla con delle armi del tutto incongrue: una sparachiodi e un’arma ad aria compressa che spara pallottole di inchiostro, forse di quelle usate nei giochi di guerra.

Gli inquirenti, prima ancora di iniziare l’inchiesta, hanno dichiarato che si tratta di un lupo solitario, probabilmente allo scopo (più che giustificabile) di tranquillizzare il Paese e sottrarre all’attentato l’effetto panico conseguente.

Ma l’armamento del lupo sembra indicare altro. Il criminale è un esaltato ma non un pazzo: il New York Times ha rivelato che aveva lavorato come autista per Uber, passando il test di ammissione.

Anche la preparazione dell’attentato indica una mente lucida: ha affittato un pick-up, ha scelto bene l’obiettivo e ha fatto quel che si prefiggeva. Particolare che confligge con le armi scelte per aggiungere orrore all’orrore.

Armi che in realtà sembrano del tutto consone a un attentato volto a un effetto dimostrativo. Tale presumibilmente lo scopo di chi ha ideato il piano, che era quello di dimostrare che l’eccidio poteva essere ancora più efferato. Insomma, un sanguinario avvertimento, in puro stile mafioso.

La strage avviene mentre il Paese è squassato dal conflitto tra opposte fazioni, politiche e di apparati.

Da una parte un’élite trasversale che ha lo scopo dichiarato di far cadere Trump, dall’altra il presidente e parte degli apparati di intelligence e militari Usa che hanno trovato nella nuova amministrazione un argine alla follia neocon, che negli ultimi quindici anni ha imperversato in maniera funesta in America e nel mondo.

Di questi giorni il rilancio del cosiddetto Russiagate, lo scandalo che vedrebbe le elezioni Usa taroccate da indebite ingerenze russe (come se gli Stati Uniti fossero una delle tante repubbliche delle banane nelle quali le elezioni erano influenzate, queste sì, ma dagli americani… ).

Le forze della globalizzazione che si oppongono al presidente gli imputano un peccato indelebile: quello di essere troppo indulgente verso la Russia, nemico irriducibile delle loro aspirazioni globali, e di aver frenato l’assertività americana nel mondo, virando la nave americana sulle secche dell’isolazionismo (seppur ormai temperato e frenato rispetto alle aspirazioni iniziali).

Nonostante Trump si sia in parte piegato ai loro desiderata, troppo forti le pressioni cui è sottoposto, non si è consegnato come vorrebbero. Da qui la lotta continua cui deve far fronte.

Nella temperie di questo conflitto che scuote il cuore dell’impero, giunge, non del tutto inatteso, l’attentato a New York. L’Agenzia del Terrore, che ha strateghi e strategie sopraffine, vuole inserirsi in questa lotta all’ultimo sangue, non come variabile impazzita, ma come parte del gioco.

Le sue azioni non vogliono solo far dilagare la paura o cambiare lo stile di vita occidentale, come spiegano spesso gli analisti. Sono tese a innescare reazioni: alimentandosi della lotta continua l’Agenzia cerca l’Antagonista necessario.

L’isolazionismo, seppur frenato, di Trump non lo è. Al terrore globale è indispensabile un antagonista votato alla destabilizzazione globale. Serve cioè la follia dei neocon che, per attuare la loro rivoluzione neo-conservatrice, in questi anni hanno destabilizzato il mondo consegnando legioni di disperati alla religione satanica del Terrore (sul punto si possono vedere anche le conclusioni della Commissione d’inchiesta britannica guidata da lord Chilcot).

Queste le analisi dovute. Ma in questo conflitto, che scuote le fondamenta del mondo, occorre contrapporre alla follia del Terrore la ragionevolezza umana. Che in una strage non può limitarsi a vedere solo l’azione e lo scopo più o meno palese.

Ma anche e soprattutto quel dolore innocente che grida vendetta agli occhi di Dio (così nella dottrina della Chiesa) e che produce lutti, distrugge famiglie e turba i nostri poveri cuori.

Purtroppo quelli di NY non saranno gli ultimi sacrifici umani richiesti dal Terrore globale. Perché la nota Agenzia sta tentando il tutto per tutto. Per la prima volta, dopo anni di libera uscita, rischia di perdere. Non può accettarlo.