9 Marzo 2021

Lo Sputnik V e la guerra dei vaccini

Lo Sputnik V e la guerra dei vaccini Tempo di lettura: 4 minuti

“Se ci sono dei vaccini che funzionano, non vedo perché non possiamo utilizzarli. In Argentina, dove viene somministrato ormai da settimane, lo Sputnik V ha confermato la produzione di anticorpi neutralizzanti nel 100% dei casi”. Così, a Libero, il direttore dello Spallanzani di Roma Francesco Vaia, secondo cui “non si può più perdere tempo: bisogna correre”.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando, l’11 agosto 2020, Putin annunciò il primo vaccino contro il COVID-19. E molto è cambiato dai giorni successivi, quando un irresponsabile ed unanime coro di giornali e presunti esperti etichettava il vaccino russo come bufala pericolosa.

Supponente superficialità o criminale irresponsabilità?

Oggi le notizie sono di tutt’altro tenore. Non solo l’efficacia dello Sputnik V è conclamata nei fatti, ma anche dalle ricerche.

Solo cinque finora “i vaccini che sono stati autorizzati da rigorose autorità di regolamentazione (secondo i criteri stabiliti dall’OMS), quelli sviluppati da AstraZeneca in collaborazione con Oxford Università, BioNTech in collaborazione con Pfizer, Gamaleya [Sputnik V], Moderna e Sinopharm in collaborazione con l’Istituto di Pechino”. Così la più autorevole rivista scientifica del settore, The Lancet, che fa un confronto fra i vari vaccini, concludendo che quello che offre migliori prestazioni è quello russo.

Lo Sputnik V e la guerra dei vaccini

Tabella di The Lancet che riporta le caratteristiche chiave dei principali vaccini candidati con un sistema di segnalazione a semaforo

Ora l’agenzia Bloomberg ha annunciato una svolta: “La Russia sta portando avanti dei progetti per produrre il suo vaccino Covid-19 in Europa, assicurandosi un accordo per produrre lo Sputnik V  in Italia e avviando un dialogo per la produzione anche in Germania e Francia”.

“Adienne Pharma & Biotech SA hanno firmato un accordo per produrre il vaccino presso il loro sito di produzione nell’area di Milano, ha detto a Bloomberg Antonio Francesco Di Naro, fondatore e presidente della società con sede a Lugano, in Svizzera”.

“L’accordo con il fondo sovrano russo RDIF è il primo che permette la produzione del vaccino in Europa”.

Il fatto che lo stabilimento incaricato di tale produzione sia in Italia potrebbe essere un fattore, forse, per accelerarne l’adozione nel nostro Paese.

Non a caso quanto espresso dal direttore dello Spallanzani è solo l’ultima, in ordine cronologico, di una serie di importanti dichiarazioni che auspicano l’adozione dello Sputnik in Italia, che potrebbe aiutare a risolvere i problemi creati dalla scarsa disponibilità di vaccini del nostro Paese.

Ma né l’Agenzia dei farmaci europea né quella italiana hanno ancora dato il via libera. Lo impediscono ragioni geopolitiche, ritenute quindi dalle autorità europee, e da quelle italiane per subordinazione, più importanti della salute dei propri cittadini.

Tale determinazione stride in maniera tragicomica con gli accorati appelli che da tali autorità promanano sulla necessità che la popolazione si attenga alle misure preventive, con gli addolorati discorsi sulle restrizioni che sono costrette a imporre e con la loro ostentata pietà verso le vittime, anche economiche, della pandemia.

La spiegazione di tale miopia si può leggere su The Hill, che annota “Alcune nazioni, Cina e Russia in primis, sono state accusate dall’Occidente di aver dispiegato la cosiddetta ‘diplomazia dei vaccini’: essa consta nel fornire vaccini ai Paesi in via di sviluppo nel tentativo di stringere legami più stretti con i rispettivi governi. Ciò ha irritato gli Stati Uniti che non si sono mossi per fornire vaccini ad altri Paesi, ma hanno invece scelto di lavorare con alleati quali Australia e Giappone per contrastare la crescente influenza di tali Paesi”

È bene ricordare che ad essere irritate negli Stati Uniti sono anche le multinazionali farmaceutiche che lottano per difendere gli abnormi profitti che lucrano sui vaccini.

Ma ci sono anche ragioni meno economiche, cioè impedire a Russia e Cina di trarre vantaggio geopolitici. In realtà, è alquanto banalizzante l’idea che una nazione, avendo ottenuto i vaccini da Pechino e Mosca, vada a stabilire un legame irrevocabile con esse.

Gli analisti di Washington, e quelli atlantisti di Bruxelles, non sono tanto sciocchi: sanno benissimo che al massimo, il guadagno che Cina e Russia possono sperare di trarne è di immagine.

E però, è evidente che non vogliono che il “nemico” consegua anche solo un guadagno tanto fatuo. Ne verrebbe intaccata la propaganda ossessiva costruita in questi anni contro il “nemico” orientale. Questo lo sciocco motivo che ha condannato e condannerà a morte o alla povertà tanti nel mondo.

Una follia che non può essere definita altrimenti che criminale, della quale nessuno sarà chiamato a rispondere, dato che i circoli atlantisti sono lì per rimanere. Tale la situazione, che conferisce alla tragedia pandemica una maggiore valenza distruttiva.

La guerra dei vaccini interessa solo Russia e Cina, ma anche il vaccino di Oxford, la cui efficacia è stata a lungo messa in discussione.

Un’esitazione che stride con quanto sta avvenendo in Gran Bretagna, dove sono state vaccinate 21 milioni di persone di tutte le fasce di età. Si vorrebbe far credere che tale vaccino abbia una certa efficacia sull’isola e meno altrove…

A frenarne l’adozione nella Ue non sono solo ragioni economiche, ma anche geopolitiche, dato che il successo della campagna di vaccinazione ha reso la Brexit ormai (quasi) irrevocabile. E la Brexit è un vulnus inaccettabile per i circoli internazionali che hanno preso il potere con Biden.

Quelli, per intenderci, che stanno lavorando alacremente per abbattere la Corona (come dimostra ad esempio l’intervista-bomba di Harry e Meghan a Oprah Winfrey), dato che essa è stata decisiva per il successo della Brexit.

La guerra dei vaccini non è dunque solo una diatriba sanitaria, è guerra vera, che semina morte e distruzione.