27 Gennaio 2021

La Cina, rifugio sicuro durante l'Olocausto

La Cina, rifugio sicuro durante l'Olocausto Tempo di lettura: 3 minuti

Il rabbino Shalom Greenberg tiene un discorso durante la cerimonia di apertura della Sinagoga Ohel Rachel a Shanghai, Cina, il 7 maggio 2010. (Eugene Hoshiko / AP)

“Da bambino Kurt Wick è scampato a una morte quasi certa in un campo di concentramento nazista rifugiandosi a Shanghai, un santuario poco conosciuto per migliaia di ebrei in fuga dall’Olocausto.”

Questo l’inizio di un articolo di The Times of Israel del 26 gennaio, in occasione del Giorno della Memoria che tutto il mondo sta, giustamente, celebrando.

Una pagina poco conosciuta della Shoah e di quanti, miracolosamente, hanno potuto salvarsi alla follia nazista, che val la pena accennare per la sua singolarità. Tra quanti hanno usufruito di tale rifugio, Kurt Wick e della sua famiglia, parte dei 20.000 ebrei che hanno seguito la stessa strada.

“La gente dovrebbe saperlo – ha detto Wick al giornale israeliano –  perché è stato l’unico posto al mondo che nel 1939 ha aperto i suoi cancelli”, quando, sotteso, ancora nessuno aveva fatto altrettanto. “Anche molti ebrei non lo sanno”, ha aggiunto Wick, che ha chiosato affermando che i cinesi “non hanno mai avuto alcun pregiudizio sugli ebrei”.

Nel 2007  è stato aperto a Shanghai il Jewish Refugees Museum, nel quartiere che un tempo aveva ospitato il ghetto. Il museo, gestito dal governo, è collocato in una ex sinagoga, e recentemente ha avuto un importante ampliamento.

La Cina, rifugio sicuro durante l'Olocausto

Rifugiati ebrei della seconda guerra mondiale a Shanghai

Il museo conserva la memoria di tutti gli oltre 20.000 ebrei che hanno trovato asilo in Cina, ricordandoli uno ad uno. E racconta anche di come ebrei e i cinesi, anche questi ultimi vittime delle devastazioni della guerra, si aiutarono a vicenda durante l’occupazione giapponese (1).

Come ideale continuazione di questa amicizia il Jewish Refugees Museum accanto al direttore del museo, Chen Jian, vede il rabbino Shalom Greenberg come co-direttore.

Anche Greenberg ha sottolineato la poca notorietà di questo asilo asiatico e la necessità di raccontarlo: “La storia che è stata raccontata riguardava coloro che non sono sopravvissuti, la loro terribile situazione, la cosa terribile che è accaduta in Europa… La storia dei sopravvissuti, in generale, non è stata quasi mai raccontata.”

È ora di raccontare la storia dei sopravvissuti, ha chiosato, una storia di speranza. Ne abbiamo bisogno tutti

 

(1) L’occupazione giapponese della Cina inizio nel 1937, con lo scoppio della seconda guerra sino-giapponese, e si concluse solo nel 1945 con la resa del Giappone al termine della Seconda guerra mondiale. Giova ricordare alle nostre memorie, spesso un po’ deficitarie, che in questa guerra, con il conflitto sino-giapponese come necessario precedente dell’altro, causò tra i 20 e i 25 milioni di morti alla Cina, di cui tra i 17 e i 20 milioni furono civili.

La sola presa di Shanghai, avvenuta nel 1937, costò ai cinesi oltre 200.000 vittime. La storia scritta dai vincitori trascura tale pagina, non certo secondaria del conflitto, a causa del successivo allineamento di Tokio alla politica asiatica, oggi anti-cinese, di Washington.