16 Aprile 2021

Fukushima: il Giappone vuole scaricare l'acqua radioattiva in mare

Fukushima: il Giappone vuole scaricare l'acqua radioattiva in mare Tempo di lettura: 4 minuti

“Il Giappone – scrive il Guardian – ha annunciato che rilascerà in mare più di 1 milione di tonnellate di acqua contaminata della centrale atomica di Fukushima“. Ad dare l’annuncio, il primo ministro, Yoshihide Suga, che ha spiegato come il rilascio dell’acqua nell’Oceano Pacifico sia l’opzione “più realistica” e “inevitabile per ottenere la ripresa di Fukushima”.

Di quale acqua si tratta? Tutti ricordano il disastro quando, durante un maremoto, la centrale atomica subì un’imprevedibile danno. Era il 2011 allora, l’11 marzo (stesso giorno in cui, nel 2019, l’Oms annunciò la pandemia, giorno evidentemente sfortunato). Tutti ricordano con commozione le scene di quei giorni, pochi sanno che per rimettere a posto le cose serviva acqua, tanta acqua, per raffreddare la centrale e ripulire il tutto.

Acqua che veniva contaminata nelle operazioni, da cui la necessità di stoccarla in appositi serbatoi. Se ne costruirono 1.000, in grado di contenere circa 1,25 milioni di tonnellate di acqua. Tali serbatoi saranno pieni a breve, da cui la decisione di buttarla a mare.

I Paesi più vicini, Cina in testa, protestano per l’approccio “estremamente irresponsabile che danneggerà gravemente la salute e la sicurezza pubblica internazionale e gli interessi vitali delle persone dei paesi vicini”, come si legge in una nota di Pechino.

Un allarme condiviso da Taiwan, Corea del Sud e del NordFilippine e Russia, tutte concordi nella condanna, mentre “profonda delusione” è stata espressa dagli esperti dell’Onu.

Il contaminar m’è dolce in questo mare…

Le preoccupazione di questi Paesi è sintetizzata dal Global Times, che riporta dati sull’inquinamento del Mar Cinese dopo il disastro del 2011: “In precedenza si credeva che il Mar Cinese Orientale non avesse ricevuto una significativa contaminazione da cesio a seguito del disastro nucleare di Fukushima del 2011, ma uno studio dell’Università di Nanchino nel 2018 ha mostrato che gli scarichi di cesio dal 2011 nell’Oceano Pacifico si sono diffusi ampiamente raggiungendo il Mar Cinese Orientale nel 2013, con un picco nel 2019”.

“Scaricare l’acqua contaminata nell’oceano – prosegue il GT  –  ha un impatto negativo su questo e sui Paesi confinanti perché le correnti oceaniche locali interagiscono con il resto dell’Oceano, [tale scarico] avrebbe un impatto negativo sugli organismi marini del Mar Cinese Orientale e del Mar Giallo, interessando anche le acque fluviali”. Da cui evidenti rischi per le popolazioni che si cibano di quanto vive in quelle acque.

“Molti dei radionuclidi presenti nell’acqua che verranno scaricati – prosegue la nota – possono causare danni al Dna umano e non umano. Il metodo di trattamento dell’acqua della centrale di Fukushima non può rimuovere il trizio o il carbonio 14 e non rimuove tutti gli altri isotopi radioattivi come lo stronzio-90, lo iodio 129, il cobalto-16. Se quei radionuclidi persistono a lungo nell’ambiente, entreranno progressivamente nella catena alimentare”.

Usa: l’interessato sostegno dell’amministrazione Green

A sostenere il Sol Levante, l’amministrazione Usa, secondo la quale il processo di decontaminazione subito dalle acque reflue rende lo scarico privo di rischi.

A favore anche l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, secondo la quale il procedimento usato dal Giappone è quello normalmente utilizzato dalle centrali atomiche per smaltire le acque reflue, anche se il suo direttore generale, Rafael Mariano Grossi, ammette che quello di Fukushima è “un caso unico e complesso“. Insomma, tutto a posto, anche se non sappiamo bene, dato che non ci son precedenti.

Secondo l’Aiea e gli Usa il Giappone avrebbe usato la necessaria prudenza e “trasparenza”, ma il fatto che tutti i Paesi confinanti protestino indica che di trasparenza se n’è vista pochina.

Contro anche Greenpeace, secondo la quale la decisione va contro “i diritti umani e il diritto marittimo internazionale“. E in una nota spiega: “Invece di utilizzare la migliore tecnologia disponibile per ridurre al minimo i rischi di radiazioni immagazzinando e trattando l’acqua a lungo termine, hanno optato per l’opzione più economica, scaricare l’acqua nell’Oceano Pacifico”.

Il silenzio dei profeti del Credo ambientale

Già, semplicemente l’opzione “più economica”, nulla importando i rischi. Il Global Times ritiene che l’indulgenza Usa verso il Giappone sia parte della sua strategia Indo-pacifica: sostenere Tokio in questa controversia la legherà maggiormente a loro. Difficile dargli torto. Anche perché il suo appoggio è decisivo: se anche Washington fosse contraria, Tokio non potrebbe procedere.

E forse ad alcuni ambiti anti-cinesi americani potrebbe non dispiacere che gli allarmi siano fondati: contaminare le acque adiacenti alla Cina, nella loro follia, potrebbe aiutare gli Usa nella competizione globale. Nulla importando che i pesci giapponesi sono esportati in tutto il mondo, solo per fare un esempio.

Si può immaginare, al contrario, se una decisione simile fosse presa da Pechino. Il mondo l’additerebbe come untore globale (vedi alla voce coronavirus). Tant’è:

Così l’amministrazione Usa che si dice Green ha dato il via libera al disastro ambientale più grave della storia recente. Nella vicenda si può notare anche l’assenza di Greta Thunberg, la Cassandra del disastro ambientale, che affrontò Trump a brutto muso, stranamente silente col suo successore. E di tutti quei personaggi, da Gates in giù, che da anni elargiscono al mondo il Verbo Green.

Da questo punto di vista, la vicenda nipponica dice molto sull’ambito Green, che indulge a condannare come al bel tacer a seconda degli interessi in gioco.