7 Settembre 2022

Ucraina: la controffensiva di Pinochet

Ferito ucraino nel letto diell'ospedale Tempo di lettura: 4 minuti

Poco trapela della controffensiva ucraina a Kherson. E nulla di un altro assalto delle forze ucraine, stavolta nell’area di Kharkiv, sulla cittadina di Balakleya. Probabilmente speravano di prendere di sorpresa i russi, ma non sembra sia andata benissimo neanche stavolta, almeno a stare alle fonti russe (quelle ucraine dicono poco).

Ma a fotografare la mattanza che sta producendo questo attacco all’arma bianca di Kiev è un reportage di John Hudson da alcuni ospedali nei quali sono curati i feriti ucraini (Washington Post).

Pinochet

Le testimonianze e le foto sono spaventose, non per nulla nel titolo dell’articolo si legge “l’enorme tributo dell’offensiva di Kherson”. Questo il risultato di una politica occidentale che sa solo inviare armi, avendo cancellato dalla narrazione l’idea stessa di un’opzione diplomatica, come se la prosecuzione di questo conflitto sia una necessità ineluttabile.

Tale obliterazione discende del servilismo e dall’impotenza alla quale è ormai consegnata la classe politica occidentale, ridotta a prendere ordini dalla NATO, partecipando della sorte dei funzionari che supportano le operazioni militari ucraine.

A fotografare in maniera plastica la vacuità di tale classe politica un video che immortala il cancelliere tedesco Sholz e il premier canadese Trudeau, i quali, dopo aver firmato un accordo sull’energia a idrogeno, si impegnano in una gara con delle automobiline alimentate da motori siffatti.

A inquietare non è tanto il fatto che le suddette si sono rifiutate di partire, a parte una fermatasi subito dopo il via, quanto l’immagine dei politici che dovrebbero guidare il mondo fuori da questa crisi epocale ridotti a giocare con le automobiline: l’unica cosa che il potere vero, che sta altrove, gli permette di fare. E la tragedia è che ne sono anche contenti… sono sempre sorridenti loro, quando parlano e si incontrano, a parte quando devono parlare di Russia.

In queste occasioni, come da direttive Nato, assumono anche un’aria austera e minacciosa verso il nemico: tanto a essere massacrati sono altri, cioè i poveretti mandati al macello sotto il fuoco dell’artiglieria russa, come evidenzia il WP.

Colpiscono due aspetti dell’articolo: il fatto che gli ucraini hanno negato ai cronisti l’accesso alle aree “liberate”, suscitando dubbi dal momento che invece dovrebbero mostrarle trionfanti al mondo.

E un particolare in sé minimo, ma significativo, Uno dei feriti interpellato chiede di esser chiamato col nome di battaglia: “Pinochet”… per dei paladini della libertà ci si aspetterebbero altri appellativi, magari, perché no, un “Garibaldi” e invece…

Sì, proprio Pinochet… di fronte a tale enormità anche un cronista di primo pelo sarebbe rimasto sorpreso, avrebbe fatto domande, ricordato all’interessato le camere di tortura cilene, le sparizioni… invece nulla. Obbediente alle direttive Nato, che hanno cancellato anni di informazioni sul neonazismo ucraino, peraltro registrato anche dall’FBI (vedi Center for Strategic & International Studies), il giornalista del WP non fa una piega.

Menzogne di guerra

Riguardo alla macelleria ucraina, segnaliamo una lettera aperta inviata a Biden da una quindicina di ex funzionati dell’intelligence Usa, nella quale i firmatari, a motivo della “pluridecennale esperienza su ciò che accade all’intelligence in tempo di guerra”, invitano il presidente alla “cautela” nei confronti dei suoi consiglieri: “Se ti dicono che Kiev sta respingendo i russi, allontanali a calci e inizia a pensare di allargare la tua cerchia di consiglieri”.

“La verità è la moneta circolante nel regno dell’analisi dell’intelligence. È altrettanto assiomatico che la verità è la prima vittima di una guerra, e ciò vale per la guerra in Ucraina come per le precedenti […]. Quando si è in guerra, i Segretari della Difesa, i Segretari di Stato e i generali semplicemente non possono essere chiamati a dire la verità – ai media, o anche al Presidente. L’abbiamo imparato presto, in un modo duro e amaro. Molti dei nostri compagni d’armi non sono tornati dal Vietnam”.

Quindi la missiva ricorda quanto accadde in quella guerra: “Il presidente Lyndon Johnson preferì credere al generale William Westmoreland che nel 1967 disse a lui e al segretario alla Difesa McNamara che il Vietnam del Sud avrebbe potuto vincere, se solo Johnson avesse fornito altri 206.000 soldati”.

“Gli analisti della CIA sapevano che non era vero e che – peggio ancora – Westmoreland stava deliberatamente falsificando il numero di forze che doveva affrontare, sostenendo che c’erano solo ‘299.000’ comunisti vietnamiti sotto le armi nel Sud. Noi, invece, abbiamo riferito che il numero era compreso tra i 500.000 e i 600.000”.

La lettera continua dipanando le tante falsità dette al presidente e all’opinione pubblica in quegli anni, per proseguire poi con quelle delle guerre successive, ad esempio le famigerate armi di distruzione di massa di Saddam.

Quindi, dopo aver invitato più volte alla cautela il presidente degli Stati Uniti, anche riguardo alla possibile defezione del Vecchio Continente dalla crociata anti-russa a causa delle conseguenze delle sanzioni (ma qui forse la missiva relativizza i vincoli imposti alla Ue), fa una chiosa alquanto interessante: “Ci auguriamo che lei sia stato adeguatamente informato sul probabile esito della recente ‘offensiva’ ucraina”. Cenno più che pessimista.

L’opzione diplomatica

Qualcosa di simile scrive l’ex generale di brigata Mark Kimmitt sul Wall Street Journal, spiegando la necessità di un’opzione diplomatica a causa di due criticità delle capacità belliche ucraine.

La prima è che il flusso delle armi Nato non può restare costante (ad esempio, il ministro della Difesa tedesco Christine Lambrecht ha parlato di un “limite” alle forniture), a meno di uno sforzo industriale titanico dell’Occidente, che Kimmit ritiene improbabile; la seconda è che le armi servono a poco se non sai usarle o hai problemi logistici tali da impedirne un uso efficace.

“Nella moderna guerra ad alta intensità – conclude – la logistica è il vero tallone d’Achille. Un buon addestramento, una buona tattica e dei soldati coraggiosi sono fondamentali, ma senza armi, cibo e carburante, gli eserciti si fermano. Questo sembra ciò che sta accadendo mentre il campo di battaglia diventa statico e una svolta sembra improbabile”.

“I militari parlano spesso della capacità di vedere le cose in modo chiaro e completo. Guardando nella prospettiva di una guerra prolungata, con i sistemi ad alta tecnologia in diminuzione e vittime in aumento, Zelensky e la NATO devono affrontare decisioni difficili prima che quelle decisioni vengano loro imposte”.