27 Dicembre 2022

Ucraina: Kuleba, l'Onu apra i negoziati a fine febbraio...

Dmytro Kuleba Tempo di lettura: 4 minuti

“L’Ucraina spera di riunire un summit di pace sostenuto dalle Nazioni Unite entro la fine di febbraio, a circa un anno dall’invasione russa, ha affermato il ministro degli Esteri Dmytro Kuleba” in un’intervista all’Associated Press. Un’inattesa apertura da parte del governo ucraino, anche se il tiro è stato corretto dalla specifica che Kiev “non si impegnerà direttamente con Mosca fino a quando la Russia non sarà costretta ad affrontare un tribunale per crimini di guerra. Un portavoce delle Nazioni Unite ha affermato che Guterres potrà ‘mediare solo se tale volontà è espressa da tutte le parti in causa”.

Cacciare la Russia dal Consiglio Onu… e poi?

Al di là della specifica, resta appunto, l’improvvisa apertura, che stride con le dichiarazioni massimaliste di Zelensky nel suo recente viaggio in America e con la richiesta di Kiev, avanzata in parallelo, di espellere la Russia dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

Una richiesta, quest’ultima, più che bizzarra, dal momento che non ha alcun presupposto legale e politico: la decisione dovrebbe essere presa dai tre quarti dell’assemblea plenaria delle Nazioni Unite e non si vede come gli Usa possano trovare i consensi necessari.

Ma soprattutto stride con la storia delle Nazioni Unite, che ha conservato l’Unione sovietica e gli Stati Uniti nel Consiglio di cui sopra nonostante i tanti conflitti impegnati da tali Paesi nel dopoguerra. Ciò perché il Consiglio di Sicurezza dell’Onu è nato (e resta) come luogo di mediazione, nel quale, nonostante le tensioni tra superpotenze, può essere trovato un modo per evitare lo scontro tra le stesse.

Da cui anche la pericolosità della richiesta che, piuttosto che rendere il mondo più sicuro, lo esporrebbe maggiormente al pericolo di un conflitto globale, sviluppo che sembra non dispiacere affatto al governo di Kiev (come denota l’insistenza sulla richiesta di missili a lungo raggio e il fatto che Biden, nel rigettarla nuovamente, abbia parlato esplicitamente, ancora una volta, della necessità di evitare lo scontro Nato – Russia).

È legittimo chiedere tutti i mezzi necessari per difendersi, meno se, per salvare se stessi, si vuole incendiare il mondo intero (pereat mundus). Comunque, al di là della boutade sul Consiglio di Sicurezza, resta alquanto sorprendente, come detto, l’apertura di Kiev al negoziato.

La spinta di Biden

A spiegare questa nuova determinazione di Kiev forse è il recente viaggio negli Usa di Zelensky, nel quale il presidente ucraino ha potuto constatare che la tacita distanza con la Casa Bianca non si è affatto attenuata, anzi. Ne abbiamo scritto in una nota pregressa, ma, dal momento che lo ha rilevato oggi anche Dagospia, riprendendo – senza citarlo – quanto sottolineava il Washington post, riportiamo il suo articolo, perché perfetto nella sua brutalità.

“A proposito dell’incontro Biden-Zelensky al Congresso americano, nessun giornalone ha sottolineato l’inedita e fondamentale dichiarazione del primo inquilino della Casa Bianca al leader ucraino: ‘Vi aiuteremo per una pace giusta’.  Per quell’aggettivo – ‘giusta’  – ci hanno lavorato ore i consiglieri di Biden. Fino a ieri la narrazione attestava Zelensky, come il solo a stabilire quando e come e a quali condizioni sarebbe arrivato il momento di deporre le armi”.

“Con ‘una pace giusta’ Biden vuol dire che a decidere il cessate il fuoco saranno coloro che stanno portando avanti, sottotraccia, la trattativa con Mosca. Vale a dire: oltre a Kiev, i servizi segreti Usa e russi, il cardinal Parolin per conto del Papa, Turchia e Cina”.

“Zelensky deve ficcarsi nella testa che un processo di pace è di per sé un dialogo, una negoziazione. E qualsiasi sia il suo pensiero deve sottostare alla volontà delle grandi potenze. Altrimenti, dovrà dimenticare droni e missili americani e riprendere in mano la fionda”.

In realtà, l’apertura di Kuleba sembra un modo per calmare l’irrequietezza della Casa Bianca, per dire che anche a Kiev sono interessati a un processo di pace. Un modo anche per prendere tempo, dal momento che, implicitamente, Kuleba ha chiesto ai suoi interlocutori d’Oltreoceano di non far nulla fino a fine febbraio.

È possibile anche che l’apertura possa anche essere reale, ma il fatto che a rilasciare tale dichiarazione sia stato il ministro degli Esteri e non il presidente, interpella. Certo, Zelensky, dopo aver parlato per ben 12 volte della vittoria sui russi durante il viaggio negli Usa non poteva fare un immediato dietro-front. Ma lasciare che il suo sottoposto apra al negoziato a nome dell’Ucraina gli lascia anche la possibilità di una smentita postuma. Un gioco delle tre carte che va molto in politica.

Evitare la terza guerra mondiale

Al di là della sincerità o meno delle parole di Kuleba, l’apertura resta e potrà essere usata da quanti, nel segreto, stanno lavorando per porre fine a questa follia.

La Russia per ora è guardinga, come sottolinea il Washington Post, ma è la prima a essere interessata a un negoziato, dal momento che sa perfettamente che, nonostante gli altisonanti richiami della controparte all’integrità territoriale, la pace si farà su un compromesso.

Da notare l’intervento di ieri di Sergej Lavrov, il quale ha affermato che Kiev sa perfettamente “le nostre proposte per la smilitarizzazione e la denazificazione” dell’Ucraina, invitandola a realizzarle in via autonoma, altrimenti ci avrebbe pensato l’esercito russo.

Più che interessante il commento di Avia-pro, che si chiede quale sia il motivo della dichiarazione di Lavrov, dal momento che è dal 24 febbraio che “la Russia sta conducendo un’operazione militare speciale, i cui obiettivi principali sono proprio ‘la smilitarizzazione e la denazificazione'” dell’Ucraina. “Gli esperti – si legge su Avia-pro – non escludono che la dichiarazione sia in realtà da leggere come una richiesta per trovare una soluzione pacifica della situazione”.

Resta ostativa la spinta dei falchi iper-atlantisti, ma prima o poi dovranno ammettere il fallimento del loro disegno. Avevano assicurato al mondo che un conflitto prolungato in Ucraina, sommato a un regime sanzionatorio durissimo, avrebbe fatto collassare la Russia, isolando così il prossimo e vero avversario, la Cina.

Non è andata così. Se è vero che la resistenza ucraina è stata superiore alle attese, grazie all’immane e affannoso supporto Nato, la resistenza della Russia è stata ancora più sorprendente. Anzi, per molti analisti è più forte di prima. E mentre gli Usa dilapidano risorse, economiche e geopolitiche, per una vittoria che sanno che non arriverà, la Cina si rafforza.

Quando i falchi, oggi più potenti dei realisti, prenderanno atto che non ci sono più spazi per far evolvere il conflitto nella terza guerra mondiale (come prospettato esplicitamente dal generale Petreaus a nome e per conto degli ultras) e che la guerra nel teatro ucraino non è in grado di innescare processi di degradazione significativi in seno alla Russia – che anzi continuerà  a tenere se non allargare le sue conquiste nel Donbass e a rafforzare la sua influenza globale – i negoziati usciranno dal limbo in cui galleggiano oggi.