26 Marzo 2022

Ucraina: armi chimiche, profezia rischiosa

Colin Powel all'assemblea generale dell'ONU con la celebre provata di antrace Tempo di lettura: 4 minuti

Biden ha avvertito che la Nato risponderà se la Russia userà armi chimiche. Una dichiarazione che ricorda quanto avvenne nella guerra siriana, quando Obama (su pressione della Segretaria di Stato Hillary Clinton, ancora molto attiva grazie ai suoi ragazzi insediati nel Dipartimento di Stato) avvertì che se Damasco avesse usato armi chimiche contro i cosiddetti ribelli, gli Stati Uniti sarebbero intervenuti.

Un avvertimento destinato ad auto-avversarsi, dal momento che di lì a poco si sarebbe registrato un attacco con armi chimiche nell’area di Goutha, che ha provocato oltre mille vittime.

Il mondo fu precipitato nell’abisso di una nuova guerra, evitata solo perché il Parlamento di Londra prima e poi il Congresso degli Stati Uniti – al quale Obama si era appellato per approvare l’intervento, nella speranza di uscire fuori dal vicolo cieco nel quale l’aveva cacciato la Clinton – votarono contro.

In realtà Assad non aveva alcun bisogno di quel tipo di armi e sapeva bene che usarle avrebbe provocato l’incenerimento del suo Paese e la sua fine, ma i suoi dinieghi non poterono nulla: la macchina della propaganda di guerra era scatenata e la tesi ufficiale era dogma.

Solo più tardi qualcuno osò mettere in dubbio la versione ufficiale. Non un quisling qualsiasi, ma il premio Pulitzer Seymour Hersh, che in un documentato articolo spiegò che si era trattato di una false flag dei cosiddetti ribelli siriani (di al Nusra, cioè al Qaeda) per innescare l’intervento Usa. Una smentita corroborata anche da uno studio altrettanto accurato di alcuni scienziati del Mit pubblicato sul New York Times.

Ma essendo Assad ancora al potere, tali smentite non potevano né possono essere accolte neanche ex post, dal momento che la sussistenza della narrativa ufficiale è ancora necessaria al potere che ha provato a farlo fuori tramite regime-change, al contrario del precedente iracheno, dove la smentita sulle asserite armi di distruzione di massa di Saddam può avere libera circolazione perché ormai il rais è stato eliminato. Tale la potenza della propaganda di guerra.

Così, tornando all’Ucraina, Biden sembra abbia commesso lo stesso errore di Obama, col rischio che si ripeta lo scenario false flag, stavolta però molto più pericoloso perché parliamo della Terza guerra mondiale.

Così, mentre diversi media occidentali rilanciano l’allarme di Biden, accreditandolo, l’agenzia di stampa turca Anadolu rilancia i timori russi su una possibile false flag con armi chimiche.

A smorzare il tam tam di guerra il Pentagono, in linea come abbiamo riferito nella nota di ieri, che ha spiegato come non vi sia nessun segnale in tal senso. D’altronde, non si vede perché i russi dovrebbero usare armi chimiche, dal momento che ne hanno in abbondanza di convenzionali e non hanno certo alcuna intenzione di incrementare il sostegno della Nato agli ucraini né di ledere ancor più la propria immagine internazionale.

Normalmente, anticipiamo i report successivi a eventuali attacchi, la propaganda usa spiegare l’uso di armi chimiche come sfida rivolta all’Occidente, perché chi ne fa uso reputa che possa farlo impunemente. Così, sempre la propaganda, dichiara solennemente che è necessario rispondere a tale sfida con un intervento.

La tesi della sfida, in genere, si accompagna a due subordinate, cioè la disperazione dell’aggressore, nel caso siriano Assad in quello ucraino i russi, per la resistenza dell’antagonista di turno e l’intento di terrorizzare la popolazione.

Entrambe queste subordinate sono smentite dal report di Newsweek di cui abbiamo dato conto nella nota citata in precedenza, fonte Pentagono, che parlava di una guerra mirata negli obiettivi e non diretta a sterminare civili (che pure, purtroppo, muoiono, eccome).

Insomma, Biden, con l’allarme sull’attacco chimico, rischia di mettersi in un cul de sac come accadde a Obama. E stavolta rischia di non trovare le sponde che ebbe il suo predecessore, dato che si registra una forte pressione politica e mediatica per un ingaggio diretto della Nato con la Russia, come testimonia la strana domanda che gli è stata rivolta dalla cronista di Abc, che ha chiesto al presidente Usa se non fosse stato troppo frettoloso a dire che avrebbe evitato la Terza guerra mondiale (risposta: “No”)

Strana domanda che però rispecchia una corrente di pensiero diffusa nell’establishment anglosassone, al quale ha dato voce Tony Blair, che ha detto praticamente che Biden sbaglia a negare la possibilità di un ingaggio diretto contro la Russia, evocando anch’egli l’uso di armi chimiche da parte di Mosca.

Momento pericoloso. A dare sollievo, ancora una volta, il Pentagono, che oggi ha comunicato che i piani di Putin si sarebbero ridotti: non mirerebbe più a conquistare tutta l’Ucraina, ma solo a controllare le regioni del Donbass.

In realtà, Putin non ha mai avuto intenzione di prendere Kiev, tanto è vero che l’imponente armata inviata contro la capitale ucraina da un mese è ferma nelle sue posizioni, conducendo una battaglia di logoramento con le forze ucraine. Di fatto, serve solo a tenere lontane tali forze, le più massive, dal Donbass, sul quale si sta concentrando lo sforza bellico russo.

Ma la precisazione del Pentagono, che conferma le dichiarazioni in tal senso di Mosca, benché ovvia da tempo, giunge puntuale e serve ad abbassare il livello dello scontro e a preparare una via di uscita negoziale, sempre che prima o poi gli Stati Uniti intraprendano questa strada, finora evitata (il Segretario di Stato Blinken non ha contatti col nemico dall’inizio della guerra).

Certo, a negoziare deve essere l’Ucraina, ma è ovvio che senza un accordo più ampio con Washington la guerra è destinata a durare. Sul punto appare di interesse una domanda posta da un cronista di The Intercept alla portavoce della Casa Bianca Jen Psaki: “Gli Stati Uniti autorizzeranno Zelensky a negoziare la fine della guerra?”.

In effetti, i negoziati, che all’inizio sembravano promettenti, sembra si siano arenati e la parola resta alle armi. Sembra che i russi abbiano posto una data limite al conflitto, il 9 maggio, giorno in cui a Mosca festeggia la fine della Seconda guerra mondiale. Dal momento che Putin, nell’avviare l’aggressione, ha detto di voler eliminare il nazismo l’Ucraina, e conoscendo la sua propensione per la storia, tale datazione potrebbe avere un senso.

Ma si spera che possa accadere qualcosa prima, dal momento che la conta dei morti aumenta ogni giorno.