23 Settembre 2013

Quello spot che commuove il cuore

Quello spot che commuove il cuore Tempo di lettura: 2 minuti

«Dura quasi tre minuti, un’enormità nel campo della pubblicità, eppure è diventato un video “virale”, condiviso da milioni di persone sul web. Lo spot della compagnia di telecomunicazioni thailandese True Corporation (il nome compare solo alla fine, per pochi secondi) racconta la storia di un bambino che al mercato ruba le medicine per la mamma ammalata; l’uomo del chiosco delle zuppe le paga e gliele dona, insieme con una minestra; molti anni dopo sarà quel venditore ad aver bisogno di cure, costosissime, alle quali penserà lo stesso bambino diventato medico. “Il conto è stato saldato 30 anni fa, con tre scatole di analgesici e una zuppa di verdure”, scriverà in un biglietto.
Il filmato commuove, coinvolge dalla prima all’ultima scena, tocca corde universalmente sensibili e, soprattutto, riesce in quello che il filosofo Giovanni Reale considera un piccolo miracolo: “Pur senza arrivare alle profondità ontologiche, si fonda su una intuizione: l’agape cristiano, l’amore donativo, diverso da quello acquisitivo, è un bisogno assoluto”». Così inizia un articolo di Elvira Serra pubblicato sul Corriere della Sera del 23 settembre.

Continua l’articolo: «Non è finita. La storiella thailandese si basa su un concetto che non è del tutto estraneo all’economia. Mostra che la solidarietà ha un’andata e un ritorno e che un gesto fatto in un certo momento può essere compensato a distanza. “Viene toccata una serie di valori come il dono, la solidarietà, il bene comune, la convivenza, che in qualche modo pensiamo di avere perso credendoci peggiori di quello che siamo”, aggiunge l’antropologo Marco Aime. Perché il mercato utilitarista nel quale siamo immersi ci induce a riconoscere il dono solo in un pacchetto con il nastrino rosso, mentre ogni giorno facciamo e riceviamo piccoli semplici doni, dal caffè offerto a un collega alla fila alle Poste scampata grazie a un amico».

 

Nota a margine. Rimandiamo alla visione dello spot – un «piccolo miracolo», scrive la Serra – per quanti non lo hanno visto.