7 Giugno 2022

L'Europa chiude il cielo

L'Europa chiude il cielo Tempo di lettura: 4 minuti

La decisione di Bulgaria, Macedonia del Nord e Montenegro di chiudere i cieli all’aereo che avrebbe dovuto portare Lavrov in Serbia, oltre che sciocca,  è anche critica. Sciocca perché ha la consistenza di un dispetto… ci manca solo che gli buchino le ruote della macchina et similia.

Critica perché neanche al tempo della Guerra Fredda si era mai giunti a una tale rottura con l’antagonista planetario: anche nei periodi di massima conflittualità certi canali devono rimanere aperti perché restino aperte le vie della diplomazia.

Lo stesso Biden, nel suo intervento sul New York Times, ha ricordato che la guerra si chiuderà solo attraverso tale via e tale orizzonte deve rimanere aperto se si vuole davvero perseguire l’obiettivo di far cessare l’inutile strage. Ciò che va in altra direzione serve solo ad attizzare le fiamme dell’incendio.

D’altronde, appare simbolico, in tal senso, che Trump, su pressione dei falchi americani (che stanno gestendo l’Occidente) abbia stracciato il Trattato “Cieli aperti”, che consentiva alle due superpotenze di monitorare l’altrui armamento nucleare per evitare incidenti di percorso.

Tant’è. Resta che la decisione dei tre Stati non è stata certo presa in autonomia: a imporre loro tale scelta è stata la Ue, anzi la Nato. alle direttive della quale l’Unione europea sembra ormai subordinata, con tutte le conseguenze del caso.

Si può ricordare, en passant, che la guerra ucraina nasce dal brodo di coltura di piazza Maidan (2014) e che quel movimento libertario fosse allora identificato come Euromaidan e la sua vittoria come una vittoria dell’Europa.

L'Europa chiude il cielo

In realtà, come si palesa sempre più, l’Europa fu la grande sconfitta di quella rivoluzione. E l’imprecazione della Nuland (che allora come oggi supervisionava l’Europa per conto del Dipartimento di Stato), che al telefono con l’ambasciatore Usa a Kiev esclamò ” Fanculo la Ue” (BBC), suona profetica del riverbero nefasto che ha avuto e ha sulla Ue la crisi ucraina.

A parte Macron, e anche lui con le difficoltà del caso, nessun leader europeo riesce a farsi portatore degli interessi del proprio Paese, né, ovviamente, di quelli dell’Unione, interessi che sono altri da quelli dei neocon e dei liberal Usa, per i quali l’obiettivo di fiaccare la Russia deve essere perseguito anche a costo di devastare mezzo mondo (o il mondo intero, in caso di guerra atomica).

Solo il Papa ha avuto il coraggio di dire apertis verbis quel che tanti politici Ue confessano in segreto (per timore di ritorsioni), che cioè la guerra è stata “favorita” dall’estensione a Est della Nato, cosa che ha messo la Russia in un angolo e l’ha portata a reagire, come ben sapeva tutto l’establishment Usa, a iniziare da Biden per finire con l’attuale capo della Cia William Burns.

Una denuncia, quella di Francesco, che ha certo irritato, e molto, gli ambiti atlantisti, ma che non ha avuto, né poteva avere, alcun seguito, dal momento che ha solo la sua autorità morale da spendere (peraltro ha tanto altro cui pensare, dal momento che, pastore d’anime, deve accudire un gregge disperso in tutto il pianeta, in questi giorni ferito dalla strage compiuta nel giorno di Pentecoste nella chiesa di san Francesco a Owo, in Nigeria).

La subordinazione dell’Europa ai diktat Nato, peraltro, non si limita allo spazio Ue, come dimostra la tragicommedia che ha avuto luogo in Gran Bretagna, dove Boris Johnson si è salvato per il rotto della cuffia del voto di sfiducia del Parlamento, imposto a seguito del Partygate (le festicciole segrete del premier durante il lockdown).

Poco prima di affrontare il voto che avrebbe potuto porre termine alla sua avventura politica, Johnson si è premunito di chiamare Zelensky, portavoce ormai ufficiale dei neocon, assicurandogli che la Gran Bretagna avrebbe inviato a Kiev i desiderati missili a media gittata.

Così Johnson si è salvato e Kiev otterrà il sistema missilistico a lancio multiplo M270 britannico, con gittata da 80 Km, bastevole cioè a minacciare il territorio russo e a prolungare la guerra, con rischi ulteriori di escalation (Mosca ha dichiarato che un attacco al proprio suolo l’avrebbe portata a colpire obiettivi finora risparmiati e forse non solo ucraini).

L’arrivo di tale armamento va a sommarsi a quello analogo fornito da Biden, il quale, pur dovendosi piegare alle pressioni dei falchi, ha però, al solito, frenato (per quanto poteva), limitandosi a inviare a Kiev “solo” quattro lanciamissili (quattro), come lamentava Max Boot in un adirato articolo pubblicato sul Washington Post.

Gli Stranamore di Washington e della Nato sanno perfettamente che tutte queste armi non cambieranno le sorti delle guerra, che la Russia è destinata a vincere anche a costo di enormi sacrifici. Serviranno solo ad aumentare le vittime russe e ucraine e ad incrementare la devastazione del Paese aggredito.

Come sono perfettamente consapevoli dei rischi di escalation, perché qualche missile in Russia arriverà di certo. Eppure continuano imperterriti sulla loro strada.

D’altronde questa è la natura delle loro guerre infinite (come infinta deve configurarsi, per tali ambiti, la guerra ucraina), le quali hanno incenerito gli Stati interessati (vedi Libia, Siria, Afghanistan), immolati sull’altare dell’egemonia planetaria americana.

Così accadrà per Kiev, che dovrà alla fine accettare di cedere parte del territorio ai russi e di perdere de facto la propria sovranità, diventando una provincia subordinata della vicina Polonia, come s’intravede da alcuni indizi.

Zelensky, infatti, ha già concesso ai cittadini polacchi uno status privilegiato rispetto agli altri cittadini stranieri, ma prima nel suo recente incontro con Zelensky, il premier polacco Mateusz Morawiecki è stato ancora più esplicito, dichiarando, prima di siglare una serie di accordi con la controparte, che la Polonia diventerà l’hub economico dell’Ucraina (Reuters). Il paradosso prodotto dai falchi è evidente: più armi riceverà Kiev per conservare la sua sovranità e l’integrità territoriale, più ne perderà.