24 Febbraio 2022

La guerra ucraina

La guerra ucraina Tempo di lettura: 4 minuti

“La decisione di Stati Uniti e Francia di sospendere i colloqui con la Russia questa settimana è sciocca e sbagliata. In passato, questo sarebbe stato considerato equivalente a una dichiarazione di guerra”. Inizia così un articolo di Anatol Lieven pubblicato ieri su Responsible Statecraft.

Se lo riprendiamo è perché non è un caso che l’intervento militare russo in Ucraina sia iniziato proprio nel giorno in cui era previsto l’incontro tra Lavrov e Blinken, che quest’ultimo ha annullato dopo che la Russia ha riconosciuto l’indipendenza delle regioni del Donbass e l’invio di forze russe in queste.

L’intervento russo

Mosca ha percepito quell’annullamento esattamente come una dichiarazione di guerra, anche perché, in parallelo, il premier Zelensky aveva dichiarato la legge marziale, con tutto l’Occidente pronto ad appoggiare tale ingaggio.

Putin aveva sperato in un intervento limitato, sul modello della Siria. Sperava, cioè che l’invio di un contingente militare nel Donbass riuscisse a congelare la perenne conflittualità tra le milizie di tali regioni e le forze di Kiev, garantendo alla Russia lo stesso successo conseguito nel Paese mediorientale, dove le proprie forze sono state risparmiate dagli attacchi dei nemici di Assad, sia regionali che globali.

In tal modo, praticamente senza sparare un colpo, avrebbe garantito a Mosca quella profondità strategica che essa percepisce come necessaria alla sua sicurezza (che invano aveva chiesto agli Stati Uniti e alla Nato in questi ultimi mesi), per poi proseguire il dialogo con l’Occidente sul controllo degli armamenti.

Ma l’Ucraina non è la Siria, e la mobilitazione generale decisa da Zelensky preludeva a un altro scenario: le forze russe schierate nel Donbass sarebbero state attaccate e, nonostante la loro superiorità, Putin avrebbe visto tanti dei suoi soldati tornare in patria nelle bare.

Uno sviluppo che Mosca non poteva permettersi, avendo ben presente anche la sua storia recente, cioè l’intervento in Afghanistan, che ha dissanguato il Paese fino a produrne il collasso (in combinato disposto con altri fattori).

Il piano B

Ma, ovviamente, prima di riconoscere l’indipendenza delle regioni del Donbass, i russi avevano previsto anche tale scenario e avevano predisposto il piano B, cioè un intervento a tutto campo in Ucraina. Insomma, à la guerre comme à la guerre, ed è purtroppo quel che sta accadendo.

Un intervento disastroso per la popolazione ucraina, ma anche per la Russia, che non solo subirà perdite in termini di vite umane ed economiche, ma lederà per sempre la sua immagine internazionale.

Dopo tale rottura, i rapporti tra Oriente e Occidente verranno modulati sullo stile della Guerra Fredda, non essendoci più spazio per un interscambio tra i due poli, con Mosca che ha scelto decisamente di guardare a Est, cioè alla Cina, rinunciando al suo sogno di un’integrazione europea, peraltro ostacolato in tutti i modi da Washington.

Da questo punto di vista, sbagliano alcuni analisti a pensare che la Cina non condivida la scelta di Putin. Semplicemente Pechino non può esplicitare troppo il suo sostegno perché legittimerebbe gli Stati Uniti a dichiarare indipendente Taiwan, alla stregua di quel che ha fatto Putin con le regioni del Donbass.

Quando la parola è alle armi, non c’è spazio per la diplomazia. Il suo momento arriverà, ma dopo e forse solo a ridosso delle elezioni di midterm negli Stati Uniti.

Per ora all’America l’intervento russo fa gioco, perché ha riportato i Paesi europei che avevano provato la fuga in solitaria (Germania e Francia), sotto il suo ombrello, con il collasso simbolico del North Stream 2.

E la spinta anti-russa in sostegno della resistenza ucraina, fino a quando durerà, e dopo, non fa altro che accentuare tale sviluppo. Forse, però, a ridosso delle elezioni di midterm Biden potrebbe aver bisogno di un successo internazionale e si apriranno nuovi spazi per la diplomazia. Vedremo.

Tremonti e il generale

Su quanto avvenuto riportiamo due interventi.

Il primo è di Giulio Tremonti, in un’intervista rilasciata a Matteo Carnieletto per il Giornale: “Ci sono stati, e ci sono, errori bilaterali. Nella vecchia diplomazia, si ragionava in termini di partita doppia, di ragioni e di non ragioni, di pro e di contro, anche di dare e di avere. È proprio questo quella che manca: una diplomazia del tipo che si faceva al tempo di Kissinger. Certo, il Putin di oggi non è più quello del G8 e di Pratica di Mare, ma proprio per questo devono comunque prevalere le ragioni della diplomazia”.

Il secondo è del generale Marco Bertolini, ex comandante del Comando operativo di vertice Interforze, in un’intervista al Primato nazionale: “Il Cremlino non può stare a guardare i continui passi in avanti verso Est da parte della Nato, pena la definitiva perdita di controllo in quello che considera il suo ‘estero vicino’ e il conseguente senso di accerchiamento ingestibile a lungo termine”.

 “Questa è la situazione che ci troviamo ad affrontare: c’è stata un po’ di arroganza nello spingerli in un angolo, adesso hanno reagito. Ora speriamo che ci si limiti alle due repubblichette del Donbass e non ci sia altro, ma c’è anche un problema di tenuta del regime in Ucraina, dove si è creata una situazione con un primo ministro abbastanza improbabile, uno che viene dal mondo dello spettacolo”.

Peraltro, l’ex comico Zelensky era stato votato perché aveva promesso la pace con la Russia, ma non ha mai fatto passi reali in tal senso, essendo rimasto ostaggio della destra nazionalista. Trump aveva provato in tutti i modi a spingerlo in tale direzione, ma è stato fermato dall’Ukrainagate, apparecchiato dai falchi Usa, Lindsey Graham e John Bolton su tutti, fieri oppositori di un appeasement ucraino-russo.

Una storia che va ricordata per capire il presente, che vede peraltro diversi media ricercare le divinazioni di Bolton – il “terrorista in gessato” lo definisce da titolo di The Nation – e quest’ultimo piangere la triste sorte della povera Ucraina.