4 Giugno 2019

Iran: Pompeo apre al dialogo, ma sono parole

Iran: Pompeo apre al dialogo, ma sono parole Tempo di lettura: 3 minuti

Il ministro degli esteri della Confederazione Elvetica Ignatius Cassis con Mike Pompeo

“Siamo pronti a un dialogo senza precondizioni con l’Iran”. Così Mike Pompeo, che ribalta quanto aveva affermato all’inizio della crisi con Teheran, quando stilò un elenco di 12 condizioni alle quali questa doveva piegarsi per poter riallacciare un dialogo con gli Usa.

Una giravolta bella e buona. La location di tale sviluppo è altrettanto significativa: una conferenza stampa tenuta in Svizzera, dopo un incontro con il ministro degli esteri elvetico Ignatius Cassis.

Alle autorità del Paese alpino Trump aveva consegnato il proprio numero diretto, nel caso gli iraniani avessero voluto mettersi in contatto con lui. È evidente che l’apertura di quel canale, seppur per via indiretta, ha avuto un qualche riscontro.

Iran: nuovi scenari

Il sito al Manar spiega tale sviluppo come un “ritorno alla ragione” di Trump, che avrebbe scaricato la squadra A per quella B, in riferimento a dichiarazioni pregresse del ministro degli Esteri iraniano che aveva parlato di una spaccatura nel fronte anti-iraniano, individuando l’esistenza di due squadre, una bellicista e una più ragionevole.

Secondo al Manar, a convincere il presidente Usa alla svolta sarebbe stata la rivelazione che Teheran ha due armi segrete, in grado di impensierire non poco la macchina bellica Usa.

Non siamo in grado di smentire l’esistenza di tali armamenti, ma le difficoltà di una guerra contro Teheran sono sempre state evidenti a tutti, al di là di possibili sorprese. Quindi si può ritenere che a convincere l’amministrazione Usa a cambiare toni deve essere stato altro.

Che ci sia aria di stallo, dopo tanta apprensione, lo indica anche il discorso di Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah, il quale due giorni fa ha affermato che “Trump non vuole una guerra contro l’Iran perché incendierebbe l’intera regione” (considerazione trasformata dai media anti-iraniani in una minaccia, vedi ad esempio al Jazeera).

Probabile che a frenare sia anche quanto accaduto in Israele. Non è un mistero che Netanyahu sia un grande sponsor di una guerra contro l’Iran (Haaretz).

Ed è probabile che la sua vittoria alle elezioni israeliane di aprile abbia impresso un’accelerazione alle operazioni militari contro Teheran, iniziate con l’invio della portaerei Abraham Lincoln nella regione agli inizi di maggio.

Lo scivolone di Netanyahu, che non è riuscito a formare un governo ed è stato costretto a nuove elezioni, ha presumibilmente complicato i piani della cosiddetta squadra A. Ne ha reso meno forte l’assertività.

Rischi ancora alti

Ciò ha consentito alla cosiddetta squadra B di aprire varchi. Ne scrive anche il National Interest, che ha spiegato appunto che Trump “ha ritirato le minacce americane all’Iran e ha messo sotto i falchi della sua amministrazione, il segretario di Stato Mike Pompeo e il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton”.

Eppure, proprio mentre le tensioni sembrano attutirsi, la minaccia di una guerra sta aumentando, secondo il media americano. All’Iran è stata tesa una “trappola”, nella speranza che compia qualche errore a causa di “un’errata percezione” della realtà.

Troppo sicuri che Washington non entrerà in guerra, potrebbero fare qualche mossa sbagliata, superare qualche linea rossa, come ad esempio attaccare un obiettivo Usa. Ciò darebbe un’aura di “legittimità all’azione” militare americana, che l’amministrazione Usa sta cercando.

Insomma, non c’è da stare tranquilli. Più che una mossa iraniana c’è da temere qualche incidente. L’attacco al cacciatorpediniere USS Maddox nel Tonchino – che causò l’intervento Usa in Vietnam -, in realtà mai avvenuto come riconosciuto dalla stessa National Security Agency,  è monito da non trascurare. Anche perché tanti sono interessati a creare un incidente di percorso che scateni/legittimi una guerra.

Ad oggi le autorità iraniane hanno rigettato le aperture americane come vuota retorica, anche se hanno registrato il “cambio di posizione degli Usa“. Cenno, quest’ultimo, più che significativo.

Detto questo, non sembra ci siano ancora le condizioni per una trattativa. L’Iran non sembra disposto a sedersi a un tavolo mentre su esso sono in bella mostra le pistole. Se davvero Washington vuol trattare, deve far qualcosa. Parole meno belliciste non bastano. Situazione intricata, ma qualcosa si muove.