5 Maggio 2022

Iran-Arabia Saudita-Turchia: imprevedibile distensione in Asia minore

Iran-Arabia Saudita-Turchia: imprevedibile distensione in Asia minore Tempo di lettura: 4 minuti

“Tra Iran e Arabia Saudita ‘si è stretto un accordo’, ha pronosticato il primo ministro iracheno, Mustafa al-Kazemi, in un’intervista pubblicata sabato dal quotidiano di Stato Al-Sabah. Le due potenze regionali rivali hanno ripreso i colloqui a Baghdad dopo un breve sospensione”.

“Al termine di un quinto round di colloqui tenutosi il 21 aprile, al quale hanno partecipato alti funzionari della sicurezza iraniani e sauditi, le autorità irachene hanno moltiplicato le dichiarazioni ottimistiche, indicando che un sesto incontro dovrebbe aver luogo presto, arrivando al punto di sperare in una ripresa delle relazioni diplomatiche sospese nel 2016”. Così su al Manar.

“Siamo convinti che l’accordo sia vicino”, ha affermato il primo ministro iracheno Mustafa al-Kazemi. “L’Iraq ha un interesse diretto a vedere concretizzata l’intesa tra i Paesi della regione per raggiungere la stabilità dell’area”.

Le autorità di Baghdad si sono spese molto in questa mediazione, che ha visto impegnata anche la Turchia, come dimostra la sospensione del processo Khashoggi, avviato da Ankara e recentemente sospeso e trasferito in Arabia Saudita perché fosse insabbiato (al Jazeera).

La Turchia aveva brandito come un maglio il caso Khashoggi – il cronista saudita del Washington Post ucciso nel consolato di Riad a Istanbul perché dissidente – usandolo per attaccare il principe ereditario saudita Mohamed Bin Salman, che quell’omicidio aveva commissionato (anche se ovviamente ha sempre negato).

Non solo la pace con Riad, in nome della quale ha deciso di lasciar correre i crimini del passato, Erdogan si è dato da fare anche per una distensione nel Caucaso, lo spazio post sovietico sul quale aveva dimostrato di avere mire, armando l’Azerbaijan contro l’Armenia in una guerra breve ma cruenta consumatasi due anni fa (Piccolenote).

A fine aprile due Paesi caucasici hanno, infatti, fatto la pace, dopo due anni di tensioni seguite all’armistizio che aveva posto fine al conflitto. Un passo che l’Azerbaijan non poteva fare senza il placet, o la pressione, turca, alla quale Baku è legata a filo doppio a causa di quel conflitto.

Evidentemente Erdogan si è impegnato in una distensione regionale, presumibilmente in accordo con la Russia, con la quale ha da tempo ha un’intesa anche se sempre rimasta sospesa alle tante ambiguità del sultano di Istanbul.

Ambiguità che sono evidentemente svaporate, come dimostra anche l’impegno diplomatico che Ankara ha dispiegato nel conflitto ucraino, anche in questo caso in evidente contrasto con l’America, che quel conflitto non vuole terminare (vedi Dagospia: “Washington non vuole la pace. Vuole vincere la guerra (sulla nostra pelle)”). Un impegno diplomatico dispiegato con il tacito placet di Mosca.

Così in Medioriente e nel Caucaso si sta registrando un processo distensivo di ampio respiro che sembrava impensabile, dal momento che sta riavvicinando le due potenze regionali, Iran e Arabia saudita, da decenni divise da un’ostilità irriducibile complicate dalle diatribe religiose (sciiti contro sunniti).

Il punto è che tale ostilità era alimentata dall’esterno, dal momento che l’Iran è da anni nel mirino di Washington, con un riavvicinamento degli ultimi mesi che però resta a rischio rottura, non riuscendo a trovare uno sbocco l’accordo sul nucleare di Teheran, sul quale pure la nuova amministrazione Usa si è impegnata.

I negoziati sul nucleare, che sembravano giunti a un approdo felice, si sono incagliati all’inizio della guerra ucraina, con una tempistica che non è certo casuale (la guerra ha infatti ridato forza e spazi di manovra ai neocon, avversi a tale intesa).

Le pressioni esterne che alimentavano la conflittualità mediorientale si sono attenuate negli ultimi tempi, perché l’America deve gioco-forza concentrarsi sull’Ucraina.

Non solo, sia Erdogan che il Regno saudita temono che i nuovi inquilini del Dipartimento di Stato prendano iniziative contro di essi. Erdogan ci è già passato col regime-change tentato e non riuscito al tempo di Obama, mentre i reali sauditi temono, con certo realismo, che gli Usa possano fare qualche manovra contro di essi per avere facce nuove a Riad.

Il punto è che la campagna per la difesa dei diritti civili nel mondo brandita dalla Casa Bianca mal si addice con l’alleanza con un regime che ha lo scheletro di Khassogghi nel suo armadio.

D’altronde, fin dal febbraio dello scorso anno, il Capo del Dipartimento di Stato Anthony Blinken aveva rilanciato il rapporto dell’intelligence Usa che accusava direttamente il principe ereditario saudita, Mohamed bin Salman, di essere il mandante dell’omicidio (Reuters).

Per il redde rationem era solo una questione di tempo, da cui l’allontanamento progressivo di Riad da Washington e la nuova disposizione del reame verso i suoi antagonisti, regionali e non (vedi anche The Indu “Arabia Saudita e Cina: nuovi migliori amici?”).

Si tratta di un riposizionamento geopolitico di notevole importanza per il pianeta, che però può avvenire solo per la distrazione dei padroni del mondo, i quali contano di vincere la guerra ucraina per riprendersi l’egemonia globale e porre fine alla ricreazione.

Intento, però, non si può non registrare come positivo tale processo distensivo che interessa tanta parte di mondo, pur se i suoi protagonisti non sono certo dei figli di Maria, e sperare che vada in porto. Ma le manovre ostative sono sempre possibili, con conseguenze sullo spazio di manovra concesso (o strappato) finora.