10 Agosto 2022

Il raid dell'Fbi contro Trump incendia l'America

Epstein con Bill Clinton Tempo di lettura: 4 minuti

Il raid dell’Fbi a Mar-a-Lago ha scatenato una tempesta in America. I repubblicani sono furiosi per il colpo basso contro Trump, il primo presidente degli Stati Uniti al quale è riservato un trattamento del genere. In realtà non è solo il tycoon al centro del mirino, dal momento che certe attenzioni sono riservate anche ai repubblicani a lui più vicini, ma il cinghialone è lui e lui deve essere abbattuto con tutti i mezzi.

La guerra è aperta e sfacciata, nulla importando che sia palese l’uso della magistratura per fini politici (ricorda qualcosa?), tanto che si è scoperto che a firmare il mandato di perquisizione è stato un magistrato che aveva lavorato per Jeffrey Epstein, il miliardario pedofilo condannato e ufficialmente morto nel carcere in cui era detenuto (così che non ha potuto parlare del milieu di altissimo livello a cui vendeva i ragazzini e le ragazzine da lui detenuti, presumibilmente nelle segrete dell’isola di St. James, di sua proprietà).

Il magistrato, Epstein e il cinghialone

Bruce Reinhart, il magistrato in questione, aveva indagato su Epstein nella prima causa penale in cui era incappato il miliardario, in un processo che si era concluso nel 2007 con un patteggiamento controverso: il pedofilo fu condannato a soli 13 mesi di prigionia, da scontare in un carcere dal quale poteva uscire liberamente.

Pochi mesi dopo la sentenza, all’inizio del 2008, Reinhart si dimetteva dalla magistratura per mettere su uno studio di avvocato assumendo la difesa di due strette collaboratrici di Epstein, Sarah Kellen e Nadia Marcinkova (per i dettagli rimandiamo a un articolo del New York Post).

Un salto della quaglia che è entrato anche nel recente processo contro la compagna di merende di Epstein, Ghislaine Maxwell, perché una delle accusatrici della donna ha parlato di scorrettezza da parte di Reinhart per aver assunto la difesa delle donne citate pur essendo a conoscenza delle indagini su di loro (il reato contestato era rivelazione di segreti d’ufficio).

Al di là dei particolari, la liaison tra il giudice che ha dato il via al raid a Mar-e-Lago e l’ambito che ruotava attorno Epstein non può non suscitare domande, tenendo anche presente il legame strettissimo tra il pedofilo e la famiglia Clinton, con Bill che usava viaggiare sui singolari velivoli messi a sua disposizione dal miliardario (noti come Lolita express).

Trump ha incassato un colpo non da poco, ma non barcolla, anzi, il tentativo di farlo fuori potrebbe rafforzarlo. Lo spiega anche Marc Thiessen sul Washington Post ed già più che significativo che un media mainstream, in genere avversi all’ex presidente, pubblichi una nota a suo favore.

Così inizia Thiessen: “La perquisizione senza precedenti da parte dell’FBI della casa dell’ex presidente Donald Trump a Palm Beach, in Florida, può essere considerato uno degli errori più catastrofici della storia delle forze dell’ordine ed è visto dai repubblicani come un atto di persecuzione politica da parte di un ufficio la cui incessante caccia a Trump ha distrutto la sua credibilità. Inoltre, è molto più probabile che Trump vinca la nomination del GOP e riprenda la Casa Bianca nel 2024″.

L’articolo illustra in maniera ragionevole la tesi esposta e rimandiamo ad esso quanti volessero approfondire.

Il rischio di incidenti di percorso

Tante le variabili che possono intersecarsi con le considerazioni esposte da Thiessen. Ne citiamo due. La prima è che l’Fbi trovi a casa di Trump qualcosa di davvero esplosivo tale da renderlo indifendibile (o che ce lo metta, per stare ai film americani sul tema). La seconda è che il popolo di Trump imbracci i fucili, cosa che si inizia a leggere qua e là.

Non tanto perché potrebbe dar vita a una rivolta armata (ancora non siamo a questo livello), quanto perché potrebbe cadere facilmente in una trappola o potrebbe dar modo ai nemici dell’ex presidente di allestire una false flag, arte in cui gli americani sono maestri dai tempi dei cowboy (con attacchi simulati degli indiani, creati ad arte per innescare reazioni), che vedrebbero in Trump il responsabile ultimo di eventuali crimini.

Piccolo esempio che riprendiamo dalle cronache quotidiane degli Stati Uniti: un killer solitario potrebbe far strage in qualche scuola adducendo come motivazione la persecuzione di Trump… Forse è fantascienza, forse no, resta che il cinghialone farebbe bene a gettare acqua sul fuoco prima che divampi.

Al di là dell’esito di questa lotta all’ultimo sangue, il fatto che l’impero ricorra a tali mezzi per eliminare un avversario la dice lunga sulla deriva di cui è preda. Le lotte di potere sono parte della vita politica, e sono spesso feroci, ma un tempo erano condotte in maniera meno sfacciata, salvando le apparenze e dando in pasto all’opinione pubblica narrazioni che potevano passare per verosimili.

Ciò perché l’Impero doveva offrire ai suoi cittadini e al mondo uno spettacolo di democrazia, parte essenziale del suo soft power. Ora le apparenze non servono più, dal momento che per l’Impero è il tempo delle narrazioni, il tempo in cui la realtà non conta nulla, contando solo quel che raccontano i media.

L’Impero abita e vive una realtà virtuale, supponendo che tale realtà sia accolta con acquiescenza dai suoi sudditi, in madrepatria e nelle colonie. Ma la realtà è dura a morire e a volte si impone, com’è accaduto nel 2016 quando tutti i media dell’Impero davano per sicura la vittoria della Clinton e vinse Trump, come ricorda Thiessen nella conclusione del suo articolo.