10 Ottobre 2022

I raid sull'Ucraina e la proposta di pace di Musk (e di Kissinger)

zelensky-musk-kissinger Tempo di lettura: 4 minuti

L’attacco al ponte che collega la Crimea alla Russia ha avuto conseguenze devastanti, come avevamo paventato nella nota precedente. Il Cremlino ha parlato di attacco terroristico, come di fatto è stato anche nelle modalità: i camion bomba sono stati usati per la prima volta nella guerra siriana da al Nusra, cioè al Qaeda.

Una firma notata anche da Christelle Néant che sul sito al Manar scrive: “Ricordo che da anni l’Ucraina arruola terroristi islamici esfiltrati dalla Siria, e terroristi ceceni, ad alcuni dei quali la SBU [l’intelligence ucraina ndr] ha anche rilasciato passaporti ucraini (promemoria: con questi possono poi entrare nella UE senza visto). Non sorprende quindi vedere l’Ucraina usare gli stessi metodi dei terroristi islamisti in Siria”.

I raid sull’Ucraina e il discorso di Putin

Dopo aver improvvidamente gioito per l’attentato, le autorità ucraine, evidentemente ammonite dai loro sponsor a non esagerare, hanno detto che ci sarebbe una faida interna agli apparati russi, una parte dei quali avrebbe messo a segno l’attacco.

Un tentativo di nascondere la mano dopo aver tirato il sasso, smentito dai loro stessi sponsor: il Washington Post, infatti, ha indicato chiaramente le responsabilità della Sbu, ripetendo così il copione che si era registrato per l’attentato terroristico che aveva ucciso Daria Dugina, figlia del politologo russo Aleksandr Dugin, che Kiev aveva attribuito ai russi attirandosi la secca smentita del New York Times.

L’attentato al ponte ha scarso o nullo impatto sul teatro di guerra, né aveva tale scopo. Serviva per provocare un’escalation, così da soffocare sul nascere i primi tentativi di Washington di aprirsi a una possibilità di negoziato. E sono riusciti nello scopo.

Significative in tal senso le parole del governatore della Crimea Sergei Aksyonov, il quale detto che, dopo l’attentato, l’operazione speciale russa avrebbe cambiato natura, aggiungendo agli attuali obiettivi anche le infrastrutture dell’Ucraina (Ria novosti).

E non è un caso che a parlare sia stato Aksyonov, perché il ponte colpito si trova sotto la sua giurisdizione, ma non è un caso anche che le sue parole non abbiano trovato grande eco a Mosca.

Così la risposta russa c’è stata, con raid su tutte le città ucraine contro infrastrutture e obiettivi strategici, con missili lanciati anche nei pressi della sede della Sbu e del palazzo presidenziale (e presumibilmente contro alcune sedi segrete di Cia e Nato in Ucraina), per far capire che, se volessero, incenerirebbero l’Ucraina in un giorno.

Ma poi ha parlato Putin e, come accaduto altre volte, ha frenato, affermando che la Russia proseguirà nei suoi attacchi al territorio ucraino se Kiev continuerà a colpire obiettivi russi (oltre al ponte, il presidente russo ha parlato di tre tentativi falliti di sabotaggio alla centrale atomica di Kursk e di un analogo attacco fallito contro il Turkish stream, azioni che, insieme all’attentato al ponte di Kerch, hanno innescato la risposta russa). Tradotto, i raid ad ampio raggio possono cessare, se cesseranno gli analoghi della controparte sul territorio russo.

Il piano di pace di Elon Musk

Questa escalation potrebbe restare solo una parentesi, e però urge ugualmente che gli “Stati Uniti cambino rotta”, come scrive Josh Hammer su Newsweek, abbandonando la loro posizione “manichea” figlia del “massimalismo ucraino”, in cui al Putin “malvagio” si contrappone il “nobile” Zelensky, con gli Stati Uniti impegnati a sostenere “lo sforzo ucraino di riconquistare ogni centimetro quadrato di territorio del Donbass e della Crimea al suo avversario armato di armi nucleari, a prescindere dai costi” di tale approccio.

Un approccio, continua Hammer, “stupido e controproducente per l’interesse degli Stati Uniti in queste aree contese. Il nostro interesse nazionale per il teatro ucraino non coincide con la posizione assolutista di Zelensky; il nostro interesse è la de-escalation, la distensione e la pace“.

“Ma se vogliamo raggiungere questi obiettivi specialmente ora che la minaccia di una guerra nucleare sta emergendo apertamente – dal momento che molti in Occidente sostengono incautamente gli appelli per l’ingresso dell’Ucraina nella Nato e lo stesso Zelensky, affamato di guerra, chiede alla Nato un ‘attacco preventivo’ contro la Russia —Biden ha bisogno di guardare in faccia la realtà e cambiare immediatamente la rotta strategica”.

Hammer, che resta scettico sull’ipotesi di tale cambiamento di rotta, non è l’unico a lanciare appelli in tal senso. Significativo quanto scrive, ad esempio, Mark Episkopos sul Nazional Interest, il quale, pur partendo da tutt’altra posizione, raggiunge le stesse conclusioni.

Secondo Episkopos, al contrario di quanto afferma Hammer, Washington non starebbe assecondando le spinte incendiarie di Zelensky infatti: “La Casa Bianca, sebbene fortemente impegnata nel successo dell’Ucraina, ha tracciato rigidi confini militari e politici volti a prevenire l’escalation nucleare e a impedire che il conflitto si trasformi in una più ampia guerra convenzionale nel continente europeo”.

E però, e nonostante le differenze tra i due analisti, anche per Episkopos urge aprire una finestra diplomatica per trovare vie di pace. E anche lui, come Hammer, ritiene che una possibile base di negoziato possa essere la proposta avanzata da Elon Musk (per il miliardario urge un cessate il fuoco, seguito da referendum da svolgersi nel Donbass per stabilire se tali territori siano russi o ucraini, con la Crimea che resta russa).

Tale proposta è stata bollata come filo-russa e illusoria, invece secondo Episkopos “è una variante aggiornata e un po’ più meditata del piano di pace proposto da Henry Kissinger all’inizio di quest’estate”. E Kissinger non può certo essere tacciato di filo-putinismo o di scarso contatto con la realtà.

Sebbene prospettive di Musk e Kissinger “differiscano su alcuni dettagli –  conclude Episkopos  – si basano sugli stessi presupposti di fondo: non esiste una soluzione militare alla tragedia umana che si sta consumando in Ucraina e i politici devono abbandonare i sogni di pace irragionevoli basati su una vittoria totale per avviare un serio impegno diplomatico. I prossimi negoziati saranno di certo difficili, ma l’alternativa incombente – uno scontro frontale tra le due maggiori potenze nucleari del mondo – è impensabile”.

Come per la crisi dei missili cubani del ’62 urge un accordo tra le due superpotenze. Lo ha detto Biden, lo ha ripetuto, nella sua inermità, pure autorevole, papa Francesco nell’Angelus di ieri. Una prospettiva che evidentemente inizia a circolare in Occidente, seppur sottotraccia. Urge concretizzarla prima che la situazione, sotto la spinta dei falchi affamati di guerra, vada fuori controllo.