25 Novembre 2014

Fumata grigia per il negoziato sul nucleare iraniano

Fumata grigia per il negoziato sul nucleare iraniano Tempo di lettura: 2 minuti

Non si chiude la questione del nucleare iraniano: Washington e Teheran, che avrebbero dovuto concludere le trattative ieri, hanno deciso di procrastinare. Non è però una fumata nera, spiega Roberto Toscano sulla Stampa del 25 novembre, ma «grigia», dal momento che «il negoziato rimane aperto». «Nelle prossime settimane – spiega Toscano -, nei prossimi mesi, emergerà al di là di ogni possibile dubbio la natura politica della questione, al di là di una paventata proliferazione nucleare e del pericolo, ancora meno credibile, di una futura aggressione nucleare ad Israele. Tutto si collega in Medio Oriente: dagli equilibri del Golfo alla minaccia jihadista, dal ruolo della Turchia alla fragilità del Libano, dall’incerto futuro della monarchia saudita alla guerra civile endemica in Yemen, per arrivare alla questione palestinese, punto di riferimento ideologico, per il mondo arabo islamico che trova nella causa palestinese un irrinunciabile punto di convergenza, anche se spesso più a livello retorico-propagandistico che reale».

 

Una situazione altamente complessa e destabilizzata nella quale l’Iran può diventare, se non un alleato, quantomeno «un interlocutore problematico» di Washington per tentare nuove vie di stabilizzazione. «Ecco quello che è veramente in gioco, e  non certo il numero delle centrifughe o il breakout – problemi solubili nel prosieguo del negoziato». Un negoziato che però, conclude Toscano, ha molti nemici «sia a Washington» dove il Parlamento è in mano ai Repubblicani e Obama è ormai un’«anatra zoppa», sia a Teheran «dove i nemici della normalizzazione […] non rimarranno certo inerti nei prossimi mesi».

 

Nota a margine. Cenni interessanti quelli di Toscano che fanno il paio con quello che ha affermato Shirin Ebadi – avvocato e pacifista iraniana premio Nobel per la pace – in un’intervista pubblicata sul Corriere della Sera dello stesso giorno: «Sia negli Usa che in Iran i fondamentalisti non sono favorevoli a un accordo: in Iran perché i fondamentalisti hanno approfittato delle sanzioni per guadagnare un sacco di soldi, e in America perché, se i negoziati falliscono, i fondamentalisti vinceranno le elezioni».