21 Maggio 2019

Elezioni europee e prospettive italiane

Elezioni europee e prospettive italiane Tempo di lettura: 3 minuti

Domenica le elezioni europee. Sarà battaglia tra sovranisti-populisti e le variegate forze di sistema. Si prevede una forte avanzata dei primi, ma non la loro vittoria, al contrario di quanto si prevedeva mesi fa.

L’affossamento dei populisti austriaci, con il video-trappola che ha affondato Strache (servizietto da servizi), suona di nefasto auspicio per tale ambito.

Sovranisti e “anti”

I sovranisti hanno cavalcato l’onda vincente del malcontento causata dall’attuale sistema, che ruba ai poveri per dare ai ricchi. Ma, allo stesso tempo, non sono riusciti, tranne eccezioni, a evitare certe derive di destra che, seppure gli hanno guadagnato consensi, hanno spaventato parte del loro potenziale elettorato.

Così le forze di sistema, che hanno alimentato spesso artatamente la narrazione del pericolo fascista, si ritrovano a prendere voti nonostante non abbiano alcuna proposta reale: il loro programma si riduce a essere “anti” (anti-fascista, anti-populista, anti-sovranista).

La sconfitta dell’Europa

Da qui la sconfitta dell’Europa, che sembra ristretta in una vicolo senza uscita, dato che senza riformarsi non ha alcuna speranza di sopravvivere alle scosse telluriche che stanno attraversando un mondo in rapido mutamento.

Tante le contraddizioni di questa contesa, a iniziare dal fatto che tanti ambiti cosiddetti populisti sono schiacciati sull’ideologia di Steve Bannon, il cui obiettivo non è tanto la prosperità dei cittadini europei, quanto la disgregazione dell’Unione  (funzionale all’America First).

Steve-Bannon

Steve Bannon

Così l’ambito sovranista, nato in risposta alle politiche vampirizzanti dell’élite europea, rischia di eludere tale richiesta, canalizzando il consenso verso obiettivi diversi, come lo stop all’immigrazione, che nulla ha a che vedere con una più equa ripartizione delle ricchezze.

L’altra contraddizione riguarda l’asserito asse populisti-Russia: la disgregazione del’Unione in realtà va contro i desiderata di Mosca, che, aspirando a un mondo multipolare, vedrebbero crollare uno dei pilastri di tale disegno.

Una narrativa peraltro contraddetta dall’asse tra le forze di sistema tedesche e la Russia, che ha prodotto il gasdotto North Stream 2, che tanto irrita Washington.

Il rosario di Salvini

Di qualche interesse il gossip sul rosario brandito da Matteo Salvini in piazza Duomo, gesto teso a inviare un messaggio non tanto ai suoi elettori, quanto ai neocon Usa, che mischiano religione e politica con improvvida noncuranza.

Non è estranea allo show l’influenza di Bannon, nume tutelare di Salvini, che dall’abbazia di Trisulti ha lanciato un’Opa ostile sulla Chiesa. Sogna un Papa cappellano d’Occidente (sogno peraltro ricorrente a Washington), che appoggi la sua campagna contro la Cina comunista, Male del mondo.

Bannon è stato avversario del bellicismo neocon, ma nel tempo ha trovato convergenze. E con lui anche il leader leghista, come dimostra il suo viaggio in Israele con l’improvvida condanna di Hezbollah (partito di governo in Libano) e il suo subitaneo arruolamento nel fronte pro-Guaidò nella contesa venezuelana.

Egli ritiene che l’accredito del potente ambito neocon possa favorire la sua corsa a Primo ministro. La visita dell’8 giugno negli Usa, dove incontrerà il vice-presidente, il neocon Mike Pence, va vista in tale prospettiva (viaggio in bilico per criticità varie).

Critiche e domande

Aspirazioni legittime, che però non legittimano l’improvvido brandir di rosario. Sommessamente, ricordiamo esponenti politici cattolici diversi, che il santo rosario a volte lo recitavano pure e senza che nessuno lo sapesse.

Così Aldo Moro nelle cui tasche, quando fu rinvenuto morto nella ferale Renault 4, fu trovato un rosario consumato dall’uso. Altri tempi.

Resta che Salvini, grazie alla Bestia (tale il suggestivo nome della sua macchina comunicativa), è riuscito a intercettare il malcontento di tanti cristiani, sia lucidi sia confusi dalla tempesta di cui è preda la Chiesa.

Così, le doverose critiche allo show di Piazza Duomo da parte delle gerarchie ecclesiali a nostro modesto parere dovrebbero essere accompagnate da qualche domanda. Quando il gregge è confuso la responsabilità è anche dei pastori.

Detto questo, resta che la Chiesa non sposta più voti: non ne sposta la gerarchia, ma nemmeno gli ambiti meno istituzionali e più battaglieri. Meglio così.