15 Marzo 2014

Siria: tre anni di guerra

Siria: tre anni di guerra Tempo di lettura: 5 minuti

Tre anni fa iniziava la guerra in Siria. Triste anniversario dunque. Una guerra che certa narrazione vuole sia nata  a seguito di una sollevazione popolare poi complicata dalla reazione feroce di Assad e che, con il tempo, ha visto l’ingresso in scena di Al Qaeda. Narrazione sdrucciola, ché non regge punto a una mera constatazione dei fatti. Più banalmente certi circoli culturali finanziari internazionali hanno progettato un regime change analogo a quelli riusciti in altre primavere arabe, usando delle aspirazioni di libertà e dei malumori di parte delle popolazione. Quindi, dopo aver fallito la spallata a causa della resistenza del governo e del consenso popolare del quale gode Assad – senza di questo sarebbe caduto molto presto -, sono passati ai mercenari, arruolando terroristi in tutto il mondo (oltre 30 nazioni) e precipitando la Siria in un inferno. Un po’ come l’Inghilterra usava i pirati nella sua guerra contro la Spagna. Solo che questi, di tagliagole, sono più impresentabili, dato che hanno disseminato di stragi il mondo intero. Forti di esperienze pregresse, i mercenari di Al Qaeda continuano il loro metodico lavoro, accanendosi sui civili innocenti, per lo più islamici, ma anche sulla fiorente comunità cristiana che da secoli abita pacificamente il Paese.

Anche Damasco ha le mani macchiate di sangue, ovviamente, con la differenza che questi difendono con le armi il loro potere e i cittadini che chiedono la protezione dello Stato, gli altri usano il terrore come arma, per fiaccare la resistenza della popolazione civile, per causare un esodo di massa, per demotivare. D’altronde non è un caso che Al Qaeda sia stata definita organizzazione terrorista. «L’orrore, l’orrore…» sono le parole ripetute da Marlon Brando nella sua bellissima interpretazione in Apocalipse Now, film di stretta attualità. 

L’orrore che abita in Siria, appunto, non accenna a finire. Anzi. Il fatto che Damasco abbia resistito e addirittura sia riuscita a ribaltare le sorti della guerra mettendo i suoi avversari sulla difensiva, non placa la furia che si è scatenata in quel lontano Paese. L’unico flebile spiraglio di pace finora è stato rappresentato dalla Conferenza di Ginevra: si era sperato, in spe contra spem, che in questa sede fosse possibile trovare una soluzione negoziale. Soprattutto dopo che il grande sostenitore di Damasco, Vladimir Putin, era riuscito a evitare un intervento diretto dell’Occidente – e una possibile guerra mondiale – e a rilanciare un’ipotesi di compromesso. Ma nulla è accaduto. Ora che Putin è in difficoltà a causa della vicenda Ucraina e il mondo sembra essere tornato ai tempi della Guerra Fredda, un negoziato sulla Siria sembra ancora più improbabile.

Tutto è perduto quindi? Eppure e nonostante tutto, la speranza ha una natura tenace. Il buon Dio l’ha voluta così, dura a morire. Ed è per questo che pubblichiamo il testo che segue, che ci è stato regalato dal sito Ora pro Siria, una missiva che giunge da un monastero di quel Paese martoriato. La proponiamo ai nostri lettori come povera preghiera in questo funesto anniversario.

 

 

Sono ormai tre anni. Tre anni lunghi, duri, che ne equivalgono dieci o quindici, per la morte e la distruzione che hanno causato. Tre anni che non segnano la fine, ma solo, purtroppo, un anniversario, una tappa. Il cammino verso la pace è ancora lungo. 

Eppure, la stessa durata di questo conflitto, per assurdo che possa sembrare, sta diventando un’opportunità di vita. Quando le cose accadono in fretta, in tempi brevi, non abbiamo molta occasione di riflettere. Un attimo e sono già storia. Viene già un’altra guerra, uno scandalo, uno tsunami… Per ciò che è successo, accettiamo le spiegazioni di chi ha il potere per darle, un altro tassello si aggiunge alla nostra visione delle cose, un altro luogo comune.

Questa volta però non ha funzionato: col tempo, notizie, immagini, voci contrastanti sono ormai dilagate. E finalmente i nostri giudizi sono un po’ più consapevoli, un po’ più cauti.. 

E se mai in tutto questo c’è una primavera, allora è adesso: dopo tanta morte, la vita urge, preme, e tanti siriani cominciano a dire “basta”. Non così vogliamo fiorire: non nutrendoci del sangue dei nostri fratelli. Non così vogliamo essere liberi: non calpestando i corpi di chi ieri ci viveva accanto. Non così vogliamo costruire il nostro futuro: non sulle macerie della nostra cultura e della nostra storia. Non così vogliamo crescere i nostri figli: non mettendo loro un fucile in mano e l’odio nel cuore.

 

“Ecco, sto facendo una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete ? “. 

Questa vicenda, in cui Dio ci ha messe a percorrere il nostro cammino monastico, ci sta insegnando tanto. E ci interroga. E’ come se, almeno apparentemente, negli eventi la storia si svolgesse a due livelli: il desiderio sincero, della “gente” (o almeno di alcuni), di libertà, di verità, di uguaglianza, di bellezza… Cose per cui magari ci si infiamma, si scende in piazza, si espone la vita, o almeno il cuore.. E poi il livello di chi tiene i fili. Non solo manipola, ma prevede, suscita, strumentalizza le nostre pur vere passioni, i nostri ideali sinceri, e le nostre reazioni.  Siria? Forse anche Iraq, Libia, e Africa ed ora Ucraina…e forse anche Venezuela… e cos’altro?

 

Dov’è finita Ginevra ? non se ne parla più. L’affare è stato spostato… La “rete globale” che avvolge il nostro mondo e la nostra mente è una gran bella cosa, ma è pur sempre una rete, e se le sue maglie si infittiscono ci fa correre solo in orizzontale, schiacciandoci sulla superficie della terra. Ed è uno strumento potente per influenzare il nostro giudizio, la nostra libertà… 

Ma allora, a noi cosa resta? Che cosa possiamo davvero vivere con verità? Come possiamo difendere e rendere feconda la nostra libertà? Accorgendoci che c’è un’altra storia, una Storia vera… Che si rinnova ogni anno da duemila anni, potente, salvifica. Sempre di primavera. Anche duemila anni fa le giornate si stavano allungando, il sole si faceva più caldo, i campi più verdi. Si preparavano giorni di festa. E un Uomo si lasciava tradire, consegnare, uccidere, per la salvezza di molti. Oggi ancora, di nuovo.

Che razza di soluzione è? Cosa c’entra con la nostra libertà, col nostro impegno nel mondo? A questo ognuno deve dare la sua risposta, nessuno può farlo per un altro. Sapendo però che si tratta di una Pasqua, un passaggio. In questi giorni, come ogni anno, passa nei nostri cieli un grande stormo (forse aironi?) in migrazione…Qualcuno fa punta, in formazione… fa breccia nell’aria… Altri dietro fanno ala, ingrossano le fila, si disperdono, si raggruppano di nuovo.. Una marea in volo, che passa vociando da una regione all’altra della terra per salvaguardare la vita.

 

L’uomo deve migrare in altro modo, il viaggio è interiore, dal freddo dell’inverno al calore del bene cercato insieme. E’ questa la nostra primavera. Siamo popolazioni “stanziali” nella perseveranza, ma anche pellegrini nella storia, in transumanza verso pascoli che ci sazino davvero, insieme.. ed ecco..! ci si accorge che la speranza è qualcosa di reale, di concreto… I pascoli da cui nutrirsi sono già qui, fuori casa: è il fratello, diverso da te, da riscegliere, da perdonare, con cui lavorare insieme. 

 

Certo è e resta sempre una libera scelta. In questo momento c’è anche chi continua ad uccidere, con crudeltà. C’è chi ruba, incurante del fatto che accanto a lui c’è il cadavere di un amico che magari avrebbe potuto salvare. Episodi atroci. Uomini e donne che si odiano, e provano il piacere della vendetta e della violenza.

Ma ci sono tanti – tanti – che aprono gli occhi, che ricostruiscono insieme, che scelgono il bene, la vita, il perdono. Qualche giorno fa, dopo la ripresa dei voli di civili tra l’aeroporto di Damasco e quello di Aleppo, uno dei piloti, intervistato, diceva: “Vorrei dire a tutti i terroristi, a tutti coloro che usano la violenza, che la cultura della vita è più forte della cultura della morte”.

E così sia. 

 

Le sorelle trappiste della Siria