7 Febbraio 2013

Se Damasco diventa Stalingrado

Se Damasco diventa Stalingrado Tempo di lettura: 7 minuti

La Siria è al centro del mondo. Frase ad effetto, ma serve a focalizzare il punto della questione: dall’esito della guerra in Siria dipenderà il futuro assetto del mondo. Per questo il conflitto siriano interessa più di altri, per questo intorno a questo scontro si è scatenata una guerra mediatica senza precedenti. Guerra vera, senza esclusioni di colpi, di scoop, per usare un termine giornalistico. Attorno a questo conflitto è stata alzata una fitta cortina fumogena, analogamente a quanto accaduto per quello iracheno (le famose armi di distruzione di massa di Saddam Hussein) o quello libico, nella quale è difficile separare la realtà dalla propaganda. Anche perché le fonti da cui vengono le notizie sono di parte. Di una parte sola, quella dei cosiddetti ribelli, o siriani liberi, ma senza alcun riscontro sul terreno (e dire che l’area sopra la Siria, tra l’altro, brulica di satelliti).

Anche per questo siamo andati a un convegno al quale erano stati invitati due giovani, il siriano Osama Saleh e Pierangela Zanzottera, del Comitato “Giù le mani dalla Siria” che collabora con il “Comitato contro la guerra” di Milano. La loro di voce è altra e diversa da quella ufficiale, quella per intenderci che egemonizza le notizie dei giornali. In mezzo a questa cacofonia di informazione, val la pena di sentire anche loro.

Il convegno al quale sono stati invitati è minimale, roba da samizdat, organizzato dall’associazione pacifista Convergenza delle culture.

 

Osama è musulmano, alawita. Lei, Pierangela, è invece cristiana e la sua voce è quella che si sente per prima a fendere la sparuta platea che si accalca nella piccola sala. Inizia citando un passaggio di un intervento pubblico, a Roma, del patriarca di Antiochia dei greco-melchiti sua Beatitudine Gregorios III Laham. Vale la pena di riportarlo: «La Siria è il meno povero dei Paesi arabi e quello con il più basso tasso di analfabetismo, gli ospedali e l’insegnamento nelle scuole sono gratuiti, il commercio è libero, la donna pure, e partecipa alla vita politica, sociale, religiosa ed economica. Dal 2012, con la crisi, sono nati dodici partiti, abbiamo una nuova costituzione, un business bancario, l’economia è molto sviluppata. Quello siriano è uno Stato socialista laico credente, migliore di molti Stati europei che non vogliono riconoscere le loro radici cristiane. La Siria è un Paese in cui tutti sono uguali, musulmani, cristiani. È l’unico stato musulmano senza religione di Stato e il primo ministro è pure un cristiano. Tutti, senza discriminazioni, in Siria hanno pari diritti e doveri».

Se Damasco diventa Stalingrado

Aleppo, moschea

Ovviamente lei si riconosce in questa descrizione della Siria anteguerra: un Paese tollerante, libero, facile alla convivenza, ospitale. Per fare un esempio di questa ospitalità spiega quel che è accaduto negli ultimi anni, quando intorno alla Siria infuriava la tempesta, quella delle tante guerre che hanno sconvolto il Medio Oriente. E dettaglia l’accoglienza che i siriani hanno offerto ai tanti esuli inseguiti dai conflitti in patria, in particolare quello in Iraq. Più di un milione di iracheni hanno trovato rifugio in Siria mentre l’Occidente bombardava il loro Paese. Pierangela spiega come i profughi iracheni siano stati accolti nelle strutture e nelle case siriane con quello spirito di ospitalità che da sempre ha caratterizzato la Siria, senza ammassarli in campi profughi. L’Occidente, che pure ha investito miliardi di dollari per quella guerra di “liberazione”, non ha dato nulla per aiutare questi profughi. Ci ha dovuto pensare la Siria, con i propri mezzi.

 

Osama è più irruento. Come chi sta subendo un torto e non vuole cedere alle prepotenze. È di Homs lui, quella che i giornali dicono sia la roccaforte di Bashar al-Assad, ma che lui spiega essere il cuore del Paese: equidistante da tutti gli Stati  confinanti (tranne il Libano), è il centro strategico del Paese, quello che chi vuole rovesciare il regime deve prendere per poter controllare la Siria.

Per Osama quello che si legge sui giornali occidentali è propaganda, disinformazione. Non esiste una guerra civile in Siria, ma una guerra di aggressione condotta dalle potenze occidentali e dalle monarchie del Golfo (Qatar e Arabia Saudita in testa) per rovesciare un governo legittimo. Il popolo sta con Bashar al-Assad, spiega. Questa guerra dura da due anni: poteva resistere un regime se non avesse avuto il consenso popolare? La domanda non è affatto retorica. D’altronde basta ricordare la caduta dei vari regimi dell’Est all’indomani del crollo del Muro di Berlino: castelli di carta crollati miseramente nel giro di pochi giorni senza colpo ferire. Invece quel che accade in Siria è diverso e non si può certo spiegare solo con l’appoggio esterno di Iran, Cina e Russia, che pure esiste. Già, Assad non poteva reggere all’urto di questa guerra se non avesse goduto di un vasto consenso popolare.

E Osama dettaglia i motivi di questo consenso, con quelli che lui chiama ironicamente «i crimini di Bashar al-Assad», snocciolando cifre e dati di un Paese in crescita esponenziale. Ci limitiamo a riportarne alcuni: riduzione a zero del debito estero, aumento del reddito pro-capite del 300%, costruzione e ristrutturazione di 100mila moschee e 500 chiese, decrescita della disoccupazione dal 28% al 12%, costruzione e ristrutturazione di 8.000 scuole, 2.000 istituti superiori e 40 Università, costruzione e ristrutturazione di 6.000 tra ospedali e cliniche, abbattimento del costo di elettricità, acqua e pane (attualmente i più economici del mondo arabo), licenze a 20 giornali indipendenti e 5 stazioni TV e via dicendo.

Non nasconde che anche il governo di Damasco abbia avuto i suoi limiti («In Italia non esiste la corruzione? », chiede ironico), ma nonostante questi, la gente lo sostiene. Anche perché l’alternativa ad Assad i siriani la vedono ogni giorno, in questa guerra feroce che sembra non voler finire. Assassini travestiti da guerriglieri che sgozzano senza motivo, uccidono donne, bambini, bruciano case, quartieri e moschee.

 

Se Damasco diventa StalingradoParte un video e in effetti qualcosa di stonato si nota in questi ribelli amanti della libertà. Ceffi armati di tutto punto entrano in un palazzo e lo prendono. Poi l’operatore riprende il terrazzo, dove sono assiepati dei prigionieri. A uno a uno vengono gettati, ancora vivi, di sotto, mentre armati, dabbasso, urlano trionfanti. Difficile immaginare che la civiltà occidentale, che ha scritto la Convenzione di Ginevra, possa accettare tutto questo. Ma tant’è. Altra ripresa, stavolta un ceffo barbuto strattona un bambino che avrà al massimo dodici anni. È armato il bimbo, e indossa un giubbotto antiproiettile. Uno dei tanti bambini soldato che affollano le file dei miliziani anti-Assad. E dire che l’Onu ha uffici che lavorano alacremente per contrastare la piaga dei bambini soldato.

Abbiamo volutamente omesso la dizione “ribelli” in questo racconto, perché Osama li chiama in altro modo. Mercenari, milizie arruolate in Paesi come Libia, Cecenia, Iraq, Turchia, Egitto, Tunisia. Alcuni Stati hanno svuotato le carceri per riversare i loro tagliagole in Siria, chiosa Osama.

E poi c’è Al Qaeda: i filmati mostrano le manifestazioni contro il regime, quelle per intenderci del popolo libero che contesta Assad, con esposte le bandiere di questa organizzazione terroristica in bella mostra. C’è tanto di strano in questa guerra, riflette Osama: la Francia ha bombardato in Mali per liberarlo da Al Qaeda, che invece in Siria viene foraggiata per far la guerra ad Assad. I flussi finanziari destinati a rovesciare il regime siriano raggiungono cifre da capogiro: miliardi di dollari, secondo Osama.

Ma ci sono altri modi per finanziare questa guerra. Il saccheggio anzitutto, come anche il metodo sperimentato con successo durante la guerra irachena: i rapimenti. Una piaga sempre più diffusa di cui sono vittime i cittadini inermi. Poi ci sarebbe da esplorare un altro tipo di finanziamento: che Al Qaeda si finanzi attraverso il traffico di stupefacenti è cosa notoria e documentata da vari organismi internazionali. In Mali è emerso in tutta la sua chiarezza. Sarebbe utile una verifica anche per la Siria.

 

Se Damasco diventa Stalingrado

Aleppo

Di fronte alle atrocità sempre più efferate compiute dai cosiddetti ribelli, la narrazione ha dovuto cambiare indirizzo. Così ora si scrive di un periodo aureo iniziale della rivolta pacifica, al quale, sotto l’incalzare della repressione del regime, sarebbe seguita l’ingerenza di gruppi islamici fondamentalisti accorsi a dar manforte ai confratelli sunniti. Osama contesta tutto questo, spiegando come fin dall’inizio il regime-change fosse pianificato. E che fin dall’inizio la rivolta ha visto in azione bande di armati. Sul punto rimandiamo a un articolo segnalato da Osama, che dettaglia quanto accaduto nei primi sei mesi di insurrezione e che, in effetti, fa sorgere domande.

Comunque, sicuramente i Paesi che hanno sostenuto la ribellione iniziale, nata anche sull’onda della Primavera araba, sono gli stessi che ora armano ed equipaggiano le milizie armate. E questo è un fatto incontrovertibile.

 

La guerra finora ha causato 60mila vittime, secondo stime diffuse, e più di un milione di profughi. E oltre agli alawiti e agli sciiti, da tempo anche i cristiani sono entrati nel mirino, perché accusati di sostenere il regime di Assad, ma forse, più semplicemente, perché denunciano le atrocità di questa guerra e tentano in tutti i modi di trovare vie di riconciliazione e di pace. Non sono solo i semplici fedeli a essere oggetto di violenza, ma anche gli edifici religiosi, accomunati alla sorte delle moschee (anche questo la dice lunga sul presunto fondamento religioso di questo conflitto). Riportiamo un breve elenco dei tanti edifici cristiani colpiti: l’antico monastero di Nostra Signora di Sednaya, la maggior parte delle chiese di Homs, tra cui la più antica chiesa cristiana di Siria, Umm al-Zennar e una storica chiesa di Bustan al-Diwan; la chiesa della Santa Croce a Qassa, l’antico monastero di Mar Elias a al-Kusayr, la chiesa di San Michele a Qara, la chiesa siro-ortodossa di Santa Maria e la scuola cristiana di Al-Wahda a Deir Ezzor e così via…

«Questa guerra non è solo nostra», conclude Osama, «quel che accade in Siria avrà ripercussioni in tutto l’Occidente». Difficile dargli torto. Damasco è la nuova Stalingrado. Se cade, la follia dilagherà infiammando tutto il mondo arabo. Per propagarsi altrove.

Volenti o nolenti, non siamo semplici spettatori.