4 Aprile 2014

Peguy, una storia

di Fabio Pierangeli
Peguy, una storia Tempo di lettura: 5 minuti

Il mondo di Péguy, incontrato nella sua vastità, nella sua totalità di parole, di atteggiamenti, di fatti, conduce nella profondità e nella vertigine dell’improvviso porsi del divino nella giornata terrena: “ E’ veramente un grande mistero questa specie di legatura dello spirituale al temporale; si potrebbe quasi dire che sia come una specie di misterioso innesto”.

Lo stesso stile, il suo stesso avanzare verso la parola, verso il concetto e il fatto nudo e meraviglioso dell’intervento della Grazia (l’avvenimento è sempre un procedere, come nel verso libero di Péguy, un assestarsi, un rinnovarsi, un cadere e giungere, presi per mano, fino al compimento), non può essere goduto interamente se separato dall’esperienza che il lettore ha di ciò che gli si presenta nel testo.

Un atteggiamento così ricco, così circolare, non può capirsi a pieno se quelle parole non indicano il farsi di una storia, non rappresentano volti e situazioni attuali e ripetibili. Si veda un brano del secondo monologo di Giovanna D’Arco nel Mistero della Carità. I due monologhi, quello iniziale, la preghiera dell’uomo religioso che chiede al Padre di rivelarsi nel mondo tentato dalla disperazione; e il secondo che rivela il Mistero della predilezione e la vertigine della discesa di Dio in un tempo finito e costretto, aprono ai grandi temi dei tre misteri; anche strutturalmente, poiché esponendo i tormenti di Giovanna preparano al lungo colloquio con Gervaise, che forma il tessuto narrativo delle tre opere.

È il brano di Gerusalemme e Betlemme che illustra, in senso spaziale, la vertigine dell’Incarnazione:

“Quando penso che era un uomo come tutti gli altri, un uomo ordinario; apparentemente come tutti gli altri, apparentemente ordinario. Camminava sulla strada come un uomo ordinario; i suoi piedi stavano sulla terra; e saliva i sentieri del colle. Gerusalemme, Gerusalemme, sei stata più fortunata di Roma. E tu Nazareth, piccolo borgo, piccola città di Giudea, sei più felice di Reims e di Saint Denis”.

ma anche in senso temporale:

 “Perché ciò che è stato fatto, si è fatto una volta per tutte, un giorno nel tempo, in quel paese, una volta per tutte le volte, nell’eternità una volta per l’eternità, in ogni eternità per ogni eternità”.

e in senso figurato, umanizzato, addolcito, interiorizzato dall’intuizione straordinaria del poeta che, sfiorando e presentendo il Mistero della predilezione, può sorridere insieme a Dio, ammirando la grandezza eterna destinata ad un piccolo e oscuro borgo:

Ma tu, Betlemme, piccola parrocchia oscura, piccola parrocchia sperduta, tu furbacchiona hai San Gesù”. 

E teniamo in mente che di Betlemme Péguy dice ancora: “ Di colpo, al primo colpo era arrivata aveva partorito il santo dei santi”, perché l’azione di Dio è sempre più grande dell’opinione dell’uomo e perché userà gli stessi avverbi per definire lo straordinario incontro di Simeone con il Bimbo e descrivere lo “scarto” tra l’attesa dell’uomo e il compimento del suo destino.

Più avanti nella lettura i profili che ci interessano. Le figure della vertigine: la Maddalena, la Veronica, Simone di Cirene, Simeone. La nascita e la giovinezza, la predicazione e la morte di Gesù. Non so se Péguy in questo brano ha presente che questi personaggi scandiscono il cammino della vita di Cristo, quello che gli interessa è il rilievo comune: “Ma voi altri, voi soli, avete veduto, avete toccato, avete afferrato quel corpo umano nella sua umanità”. Così Maddalena, l’olio e i profumi: “ Beata colei che versò su i suoi piedi il profumo dell’anfora…; su i suoi poveri piedi, sul suo corpo carnale” e il fazzoletto di Veronica: come non ricordare questo brano in cui la Salvezza si serve di un semplice fazzoletto! “ Beata colei che con un fazzoletto, con un vero fazzoletto, con fazzoletto per asciugarsi il naso, con un fazzoletto imperituro asciugò quella faccia augusta”.

Il valore di quella persona è in quell’avvenimento, in quella luce improvvisa; lo stesso suo nome è cambiato da un momento così umano che si può toccare. È nella Veronica e nelle due figure maschili che Péguy ci introduce definitivamente nella spazialità e nella temporalità del Mistero incarnato:

Felice colui che si trovò lì giusto al momento in cui si doveva portare la sua croce […] un uomo che passava di lì, forse, aveva ben scelto il suo tempo, giusto in quel punto, giusto allora, giusto in quel momento.

Quell’uomo che passava giusto di lì. Quanti uomini, poi, un’infinità di uomini nei secoli dei secoli avrebbero voluto essere lì al suo posto, essere passati, essere passati di lì giusto in quel momento. Giusto lì. Ma ecco, era troppo tardi, era lui che era passato.”

È essenziale cogliere l’incrociarsi di una certa prontezza umana, quasi una furbizia umile pronta ad aderire all’Occasione della vita, e l’incontro che si precisa in circostanze spazio-temporali definite; ma è anche drammatico accettare che ciò poteva non accadere, che quelle due persone potevano non incontrarsi, passare in tempi diversi, definiti e separati o che, appunto, altri uomini, apparentemente, non hanno fatto quell’incontro (sono le domande terribili di Giovanna che fanno vacillare Gervaise in questa cantica e che troveranno adeguata risposta nelle due successive).

Così rileggendo la propria vita si può dire, ringraziando, di essersi trovati casualmente, di colpo proprio lì, in un giro infinito. L’arte di Pèguy in questo è “grandiosa”, descrive come avviene il ripetersi del Fatto cristiano nei secoli e nei tempi. La stessa sconvolgente modalità.

Simeone, Simone, la Veronica, l’uomo della nascita, l’uomo e la donna della morte, figurano una vertigine più profonda perché hanno visto e toccato una sola volta il volto di Cristo: Simone e la Veronica la carne insanguinata e percossa, Simeone quella fresca e intatta di un bimbo, rimanendo come eternamente definiti da quell’Avvenimento. Un solo attimo che per Simeone è il compimento di una attesa, per la Veronica e Simone un inaspettato incontro.

Nella figura di Simeone è riassunta tutta l’ansia e la religiosità del mondo antico, ma anche la storia del popolo di Israele la cui leggi e la fedeltà a Dio vengono eternamente disfatte e ampliate dalla gloriosa nascita di Cristo. Di colpo, un colpo solo, al primo colpo, come Pèguy ripete di Simeone.

Anche Simeone è definito, ricordato, per quell’incontro, in cui si legano finitezza ed eternità, vecchiaia e giovinezza, tenebra e luce, attesa e compimento e nel quale si legge finalmente il volto di una storia.

E non conobbe più nessuna storia della terra. Poiché alla sera della sua vita, alla sera della sua giornata, di un sol colpo, al primo colpo aveva conosciuto la più grande storia della terra”.

Così anche nel rileggere Pèguy,  lo spazio e il tempo di una storia, personale e vissuta nel rapporto con le persone care, appaiono le modalità concrete del porsi di una trama, certa, nell’apparente casualità del divenire: nello spazio, perché i luoghi sono importanti (Gerusalemme, Betlemme), nel tempo (perché casualmente Simone e Simeone si trovavano lì), negli incontri che sono decisivi (gli incontri evangelici e poi ancora, fino a noi). Credo che il grande francese avesse in mente scrivendo, dietro i simboli dello spazio e del tempo, dietro le stature delle figure dei santi, una storia presente, personale, vissuta e condivisa con altri. Dirà di se stesso come poeta: “ Il mio lavoro non è l’opera di un singolo, lo alimentano, infatti, con il meglio della loro vita quelli che gli appartengono”.

E l’arte in questo senso non può che essere memoria poetica, dono e ascolto di una grazia sovrabbondante, ma pure sempre particolare frammento e vocazione all’interno della Memoria “una nuova coscienza dell’io definita dal riconoscimento dei Suoi gesti nella storia” (L.Giussani, Moralità: memoria e desiderio, Milano, Jaca Book, 1980). In questo le vicende dei suoi sono più grandi di quelle di Simeone: se lui ha conosciuto di un sol colpo la storia più interessante, la sola interessante, i suoi possono vederla agire, cambiare e trasfigurare il volto degli uomini, oggi.

Così, in questo ripetersi e aggiungersi nello stile di Pèguy, come in uno specchio, ci è dato di conoscere un’identità di storie, di nomi, di luoghi, di avvenimenti, insomma, di persone per le quali “l’incontro con Cristo è una realtà così presente che la loro vita ne è cambiata”.