14 Aprile 2013

Papa Francesco e i dialoghi con don Tantardini

di Graziano Debellini
Papa Francesco e i dialoghi con don Tantardini Tempo di lettura: 5 minuti

Pubblichiamo un articolo apparso sul Mattino di Padova il 13 aprile, sull’amicizia tra don Giacomo Tantardini e papa Francesco a firma di Graziano Debellini.

 

 

Don Giacomo Tantardini, sacerdote ambrosiano ma romano di elezione, è morto il 19 aprile scorso.  Quel che più mi ha legato, e ancora mi lega a lui, è quell’amore a Gesù che ha manifestato in tanti modi. Anzitutto nella preghiera, perseverante, come raccomanda il Signore nel Vangelo, che condividevo quando a Padova si andava insieme a pregare presso le reliquie di sant’Antonio. E quella preghiera eminente che è la messa, “la preghiera di Gesù” come ripeteva spesso. Era bello guardarlo innalzare l’ostia alla consacrazione con occhi rapiti e sorridenti. Un amore a Gesù e alla Sua Chiesa, per la quale don Giacomo ha consumato tutte le sue energie fisiche e spirituali, soprattutto attraverso la rivista 30giorni nella Chiesa e nel mondo, della quale era il cuore pulsante. E che, sotto l’accorta e intelligente direzione del senatore Giulio Andreotti (suo amico personale), è diventata negli anni voce autorevole nella cristianità. Insomma un sacerdote come sconosciuto, eppure notissimo, per parafrasare quanto scrive san Paolo nella seconda lettera ai Corinti.

Così non meraviglia che a questo ignoto sacerdote sia stata concessa l’aula magna dell’Università di Padova per tenere dei cicli di lezioni su sant’Agostino che negli anni hanno attirato migliaia di giovani e adulti. Né meraviglia che a introdurre un volume tratto da queste lezioni (Il tempo della Chiesa secondo Agostino, edizioni Città Nuova) sia stato l’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio, oggi papa Francesco. Una scelta non casuale quella di chiedere al cardinale argentino quell’introduzione, dal momento che tra i due c’era grande amicizia, fondata sull’amore di Gesù.

Nella prefazione, il cardinale Bergoglio accenna all’attualità di Agostino. Ed era proprio questa attualità che interessava a don Giacomo, che non era un teologo né un patrologo. E precisamente l’attualità del De Civitate Dei, l’opera che Agostino scrisse mentre, con il crollo dell’Impero romano, un mondo finiva e iniziava un tempo di transizione e, allo stesso tempo, la Chiesa era sconvolta dall’eresia pelagiana. Un momento analogo a quello in cui don Giacomo ha riscoperto Agostino: crollato il Muro di Berlino, iniziava quella transizione verso un nuovo equilibrio mondiale che ancora oggi stenta a trovarsi. E nella Chiesa, secondo quanto ripeteva don Giacomo riprendendo Charles Péguy (altro autore a lui caro), era diffuso quell’errore della “mistica cristiana” che, eliminando la carne e il tempo all’accadere della grazia, provocava uno snaturamento della fede. Da qui un arretramento del cristianesimo senza precedenti nella storia: quella scristianizzazione che è ormai sotto gli occhi di tutti; un mondo “senza Gesù, dopo Gesù”, per citare ancora il poeta francese.

Tornare ad Agostino, quindi, non tanto per incontrare un Padre della Chiesa, pure amato, di un tempo remoto, quanto per riscoprire e riproporre l’essenziale del cristianesimo, per tornare a parlare della grazia del Signore che sola interessa la Città di Dio («Senza la grazia non possiamo nulla», ha ripetuto due volte papa Francesco al Regina Caeli del lunedì dell’Angelo); e rende la Chiesa interessante per la Città degli uomini («Se non confessiamo la nostra fede in Gesù Cristo diventeremo una ong pietosa», così Francesco nella sua prima messa da Papa).

Nella sua prefazione, il cardinale Bergoglio delinea tre punti che rappresentano una sorta di filo conduttore del libro. Il primo è che la fede non nasce dall’uomo: «Alcuni credono che la fede e la salvezza vengano col nostro sforzo di guardare, di cercare il Signore. Invece è il contrario: tu sei salvo quando il Signore ti cerca. Quando lui ti guarda e tu ti lasci guardare e cercare. Il Signore ti cerca per primo».

Il secondo è simile al primo: sembra infatti che, una volta diventato cristiano, il rimanere e camminare nella fede sia affidato alla capacità dell’uomo. Scrive invece il cardinale: «Non solo l’inizio della fede è opera del Signore. Anche il rimanere in essa. Così l’apostolo prediletto, Giovanni, rappresenta chi attende di essere amato, e rimane per grazia, e non per sforzo, in quest’attesa. In lui appare evidente che “se non si è prima amati (cfr 1Giovanni 4, 19) non si può ne amare né seguire”. In lui si rinnova ogni istante l’attesa dei gesti del Signore, l’attesa di quei nuovi inizi nei quali la libertà aderisce alla grazia “per il piacere da cui è attratta”». Così che anche l’azione nasce da una grazia e da una domanda. E solo il riaccadere della grazia rende feconda, felice, l’azione stessa.

Il terzo punto, conseguenza dei primi due, è che questa grazia dell’inizio e del rimanere nella fede porta con sé gratitudine e felicità; da qui l’interesse del cuore umano, che può essere avvinto solo da una felice attrattiva. Una felicità in speranza, proprio perché si tratta di una gioia «che è sempre una grazia», quindi «precaria», perché non nasce dall’uomo ma dal Signore. «E’ la felicità dei poveri, che ne godono come dono gratuito. La felicità di chi vive sempre sospeso alla speranza del Signore», scrive il cardinale.

Un ultimo cenno riguardo le due Città: sono ben distinte in Agostino (nonostante la perdita della grazia, attraverso il peccato, trasferisca dall’una all’altra), quindi la Città di Dio non può avere pretese egemoniche sulla Città degli uomini, pena il suo snaturamento. E proprio perché la fede nasce da una grazia immeritata non c’è accusa contro i cittadini della Città dell’uomo che non hanno questo dono. Ma simpatia e misericordia. Sintetizzo qui un punto non secondario della lettura di Agostino da parte di don Giacomo, che partecipa di quello sguardo di simpatia e misericordia verso la Città degli uomini di papa Francesco. Uno sguardo rispettoso e aperto. Consapevoli entrambi, tra l’altro, che i cittadini della Città di Dio che vivono in questo mondo (gli uomini che vivono della grazia di Dio) partecipano del benessere della Città degli uomini e soffrono dei suoi conflitti e delle sue ingiustizie.

Certo, Jorge Mario Bergoglio, papa Francesco, ha una storia diversa da quella di don Giacomo Tantardini, una sensibilità diversa nel declinare il cristianesimo: l’uno figlio della Chiesa sudamericana, l’altro di quella ambrosiana. Ma il punto di partenza, e di ripartenza, è l’eguale. Tanto che quando don Giacomo fece inserire il suo ultimo intervento su 30giorni, volle che accanto fosse pubblicato uno scritto del cardinal Bergoglio. Si tratta di due omelie: la prima tenuta da don Giacomo nell’anniversario della morte di don Giussani (proprio a Padova), la seconda era del cardinale argentino, pronunciata durante una messa a san Lorenzo fuori le Mura, a Roma, invitato dal suo amico sacerdote. «Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora la fede sulla terra?», era la domanda con cui iniziava don Giacomo, che sintetizzava la sua angoscia per la situazione della Chiesa e del mondo. E concludeva con l’abbandono del bambino che si affida e affida tutto nelle mani del Signore.

«Lo Spirito sempre è nuovo, sempre viene per rinnovare. È quello che abbiamo sentito nella prima lettura, la profezia: “Io faccio nuove tutte le cose”. Così fa Dio, così fa lo Spirito. Perciò chiediamo l’aiuto di Dio di essere attenti alla voce dello Spirito, alla novità». Spiegava il cardinal Bergoglio nello scritto pubblicato su 30giorni. Quasi una risposta a quell’affidamento bambino.

«Io faccio nuove tutte le cose»: una profezia avverata, stando a quanto accaduto successivamente, quando papa Francesco, nuovo vescovo di quella Roma la quale presiede nella carità, si è affacciato a piazza san Pietro. Una sorpresa per il mondo, una commozione nuova. Lasciamoci sorprendere dal Signore, ha detto il nuovo papa nella notte di Pasqua. Così che quell’iniziale commozione si rinnovi e viva nel presente.