20 Settembre 2013

L'intervista di Francesco. Spunti.

di Lorenzo Biondi
L'intervista di Francesco. Spunti. Tempo di lettura: 4 minuti

L’intervista di padre Antonio Spadaro a papa Francesco è stata ripresa, integralmente e in sintesi, in tutto il mondo: nonostante la lunghezza, vale la pena di leggerla da capo a fondo. Ci piace però isolarne alcuni passaggi, senza la pretesa che si tratti dei più belli o dei più importanti.

 

«Sono un peccatore al quale il Signore ha guardato».

Tutto nasce da uno sguardo, quello del Signore. Come nella vocazione di Matteo, raccontata da Caravaggio a San Luigi dei Francesi. «Quel dito di Gesù così… verso Matteo – dice il papa –. Così sono io. Così mi sento. Come Matteo. (…) È il gesto di Matteo che mi colpisce: afferra i suoi soldi, come a dire: “No, non me! No, questi soldi sono miei!”. Ecco, questo sono io: “Un peccatore al quale il Signore ha rivolto i suoi occhi”».

L’iniziativa è sempre di un Altro. Quello sguardo, che la fede invoca nella preghiera, rimane sempre un gesto libero del Signore: «Si deve lasciare spazio al Signore, non alle nostre certezze». Padre Spadaro chiede al papa di commentare la massima dei gesuiti secondo cui bisogna «cercare e trovare Dio in tutte le cose». E Francesco risponde così: «Il rischio nel cercare e trovare Dio in tutte le cose è la volontà (…) di dire con certezza umana e arroganza: “Dio è qui”. Troveremmo solamente un dio a nostra misura. L’atteggiamento corretto è quello agostiniano: cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo sempre. E spesso si cerca a tentoni, come si legge nella Bibbia».

Se la fede nasce sempre da un incontro, prosegue il papa, è anche vero che non siamo noi a decidere come e quando quell’incontro può avvenire: «Dio è sempre una sorpresa, e dunque non sai mai dove e come lo trovi, non sei tu a fissare i tempi e i luoghi dell’incontro con Lui».

Ci ha commosso la corrispondenza quasi letterale tra queste parole e quelle ascoltate tante volte da don Giacomo Tantardini. Di fronte all’«insicurezza in cui la vita cristiana vive» – cercare Dio e non trovarlo, se lui non mi viene incontro – l’uomo è tentato di «fabbricarsi una certezza vana e non pia» (qui la citazione è da Eric Voegelin). «Questa certezza non pia si può esprimere con queste parole: la presenza c’è sempre». È come quel prete che, in una poesia di Giorgio Caproni, grida: «Cristo è qui! È qui! / LUI! Qui fra noi! Adesso! / Anche se non si vede! / Anche se non si sente!”». Esclamare «Dio è qui» anche contro l’evidenza rende «repellente» la voce di quel prete. «Invece la certezza pia è l’abbandono del bambino. Perché il bambino è certissimo che la mamma c’è, quando piange perché la mamma non è vicina».

 

Una confessione né «rigorista» né «lassa».

L’immagine della Chiesa «ospedale da campo» ha giustamente attirato l’attenzione dei giornali. Non a caso, come primo esempio di una Chiesa che «cura le ferite», il papa ha dato alcune indicazioni ai sacerdoti per confessare bene. Concetti che aveva già espresso, anche se mai con la stessa chiarezza dell’intervista alla Civiltà Cattolica. «Il confessore – dice papa Bergoglio – corre sempre il pericolo di essere o troppo rigorista o troppo lasso. Nessuno dei due è misericordioso, perché nessuno dei due si fa veramente carico della persona».

Su cosa intenda per confessore «rigorista» il papa fa luce più avanti: «Il confessionale non è una sala di tortura, ma il luogo della misericordia nel quale il Signore ci stimola a fare meglio che possiamo. Penso anche alla situazione di una donna che ha avuto alle spalle un matrimonio fallito nel quale ha pure abortito. Poi questa donna si è risposata e adesso è serena con cinque figli. L’aborto le pesa enormemente ed è sinceramente pentita. Vorrebbe andare avanti nella vita cristiana. Che cosa fa il confessore?».

D’altra parte la misericordia del Signore non può cancellare la coscienza del peccato. Neppure il confessore «lasso» svolge bene il suo ministero, perché «se ne lava le mani dicendo semplicemente “questo non è peccato” o cose simili. Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate». Se il peccato non esiste, possiamo fare a meno della Chiesa, della confessione e di Cristo stesso.

 

La Chiesa del Primo Millennio.

Nelle sue domande padre Spadaro insiste sulla necessità di riformare la Chiesa, come indicato anche dalle dimissioni di Benedetto XVI. Colpisce che un papa a cui viene affibbiata l’etichetta di “progressista” indichi come strada non solo il Concilio Vaticano II, ma la tradizione della Chiesa del Primo Millennio.

I dicasteri della Curia vaticana, dice il papa, sono «un meccanismo d’aiuto» per le Chiese locali. Non «organismi di censura» impegnati a imporre coattivamente l’autorità del papa. E questo, oggi, non è chiaro neppure a molte Chiese locali: «È impressionante vedere le denunce di mancanza di ortodossia che arrivano a Roma. Credo che i casi debbano essere studiati dalle Conferenze episcopali locali, alle quali può arrivare un valido aiuto da Roma. I casi, infatti, si trattano meglio sul posto. I dicasteri romani sono mediatori, non intermediari o gestori».

Nel governo della Chiesa, poi, bisogna restituire centralità ad organismi come il Sinodo dei Vescovi, che pure necessitano di una riforma per evitare la «staticità». E bisogna guardare all’esempio «dei nostri fratelli Ortodossi»: «Da loro si può imparare di più sul senso della collegialità episcopale e sulla tradizione della sinodalità. Lo sforzo di riflessione comune, guardando a come si governava la Chiesa nei primi secoli, prima della rottura tra Oriente e Occidente, darà frutti a suo tempo».

Torna l’abbraccio tra i successori di Pietro e Andrea – papa Francesco e il patriarca Bartolomeo – che ha aperto il pontificato di Bergoglio. Un aiuto a non credere che la Chiesa sia del papa, e non Chiesa del Signore.