28 Dicembre 2012

Il ramo d’oro

Tempo di lettura: 3 minuti

[…]

Mentre sfoglio il vecchio libro di preghiere
che vedevo spesso tra le tue mani,
dalle pie carte è scivolata fuori
una miosotide.

 

Quanto a lungo, madre, per quanti anni in silenzio
questo codice della tua anima aveva
racchiuso nel suo buio le fragili corolle
del fiore rinsecchito?

 

Ma il colore del fiore, sebbene sbiadito,
ancora ricordava la stagione di un’antica
primavera e i cieli che il tempo portò via
con sé mentre fuggiva.

 

I fiori che nei margini erbosi
delle strade aprono i loro piccolissimi
occhi celesti che i poeti chiamano
non-ti-scordar-di-me

 

quanto li avevi amati! Ricordo un anno lontano:
era tornato il giorno (il primo di novembre)
quando secondo il rito si celebra la festa
di tutti i santi.

 

Nei viali cittadini cadevano a volo
le ultime foglie, risuonava cavo
il vento d’autunno entando nei camini
con la sua voce opaca

 

e tu parlavi dei santi al bambino:
«Il cielo annovera numerosi beati
del tutto sconosciuti e sono loro
che questo giorno venera.

 

Non li onorano frequentati altari,
non è dipinto in qualche antico quadro
il loro volto: sono morti e nessuno
sa come si chiamino.

 

Questi, la cui vita è trascorsa in una
ininterrotta oscurità, Dio li accoglie
tra gli stessi santi più grandi e li cinge
di un’alta luce.

 

Il mondo è sordo e non riesce a capire
e si chiede a che serva quest’avaro
tesoro di virtù che nessuno attesta,
sepolto nel segreto del cuore.

 

Lo chieda al Creatore dell’Universo
che ha sparso i cieli d’astri non ancora scoperti
e colora il silenzio dei deserti
d’innumerevoli fiori.

 

Lui sa perché il fiore della miosotide
che nessuno vede mostri la sua bellezza
in terre desolate fino al giorno
in cui morirà».

 

[…]

 

 

Fernando Bandini

Facciamo due piccoli torti al poeta vicentino Fernando Bandini trascrivendo questi suoi versi tratti dalla raccolta “Dietro i cancelli e altrove” (2007).
Il primo è presentare la loro traduzione in italiano, ancorché di mano dello stesso autore, anziché gli originali in latino (“Ramus aureus”). Bandini, che è stato docente universitario a Padova e Ginevra, è infatti un poeta “trilingue”: oltre a elaborare liriche in italiano e dialetto vicentino, è scrittore di versi in neolatino (e per questi ultimi ha ricevuto anche riconoscimenti nel Certamen Hoeufftianum, il prestigioso premio letterario di poesia in lingua latina che nel passato vide più volte vincitore Giovanni Pascoli).
Il secondo torto è che, per motivi di spazio, quello trascritto è solo un passo – il secondo – dell’intera poesia, bellissima e piuttosto lunga.  
La composizione, suddivisa in tre parti, è il monologo di un figlio che si rivolge alla propria madre. Egli si confida con lei, da tempo scomparsa, rammentandone gesti e abitudini con affetto e commossa nostalgia. In questa seconda sezione si racconta di un fiore che scivola fuori da un vecchio libretto di preghiere appartenuto alla donna: è una miosotide popolarmente conosciuta come “nontiscordardimé”.
Proprio quel delicato segnalibro fa fiorire nel figlio un ricordo legato alla madre, che un giorno gli parlò del mistero dei santi sconosciuti, e della loro umile bellezza. Bellezza fragile, silenziosa, di breve durata, bellezza che si direbbe inutile perché, quasi sempre, invisibile agli occhi dell’uomo, come quella degli «innumerevoli fiori» ai quali la donna paragona i tanti “santi senza nome”, il significato della cui esistenza nascosta ella invita a domandare a Dio.
La Chiesa, quasi assecondando l’implorazione di cui è costituito il nome del fiore della poesia di Bandini – “non ti scordar di me” –, festeggia nella solennità di Ognissanti tutti coloro, noti e ignoti, che vivono nella beatitudine del Paradiso.
E ai fiori paragona anche i Santi Innocenti, la cui festa si celebra il 28 dicembre. Essi sono definiti «flores Martyrum», «nascentes rosas», nell’inno delle Lodi che li canta in quel giorno.
Un altro grande poeta, Charles Péguy, nel “Mistero dei Santi innocenti”, così li commemora:

 

«Sono i fiori di tutti 
gli altri Martiri. 
Cioè i fiori che danno gli altri Martiri. 
Proprio al principio d’aprile sono il roseo fiore di pesco. 
In pieno aprile, proprio al principio 
di maggio sono il bianco fiore di pero. 
In pieno maggio sono il rosso fiore di melo. 
Bianco e rosso. […] 
Essi sono il fiore stesso e il boccio del fiore 
e la bambagia del boccio. 
Sono la gemma del ramo e la gemma 
del fiore. 
Sono l’onore di aprile e la dolce speranza. 
Sono l’onore dei boschi e dei mesi. 
Sono la giovane infanzia. […] 
Sono il fiore di biancospino che fiorisce nella settimana santa. 
E il fiore del precoce spino nero che fiorisce cinque settimane prima. 
Di tutte queste rosacee, alberi e piante, sono il fiore. 
Promessa di tanti martiri, 
sono i bocci di rosa 
Di questa rugiada di sangue […]
Simplices, anime semplici, semplici bimbi, 
Palma et coronis luditis. Giocate con la palma e con le corone. Con la vostra palma e le vostre corone. 
Tale è il mio paradiso, dice Dio. Il mio paradiso è quello che c’è di più semplice. 
Niente è più spoglio del mio paradiso. 
Aram sub ipsam ai piedi dell’altare stesso 
Questi semplici bimbi giocano con la loro palma e le loro corone di martiri. 
Ecco quello che accade nel mio paradiso. 
A che si potrà mai giocare 
con una palma e delle corone di martiri? 
Penso che giochino al cerchio, dice Dio, 
e forse ai cerchietti (almeno lo penso, perché non crediate 
che mai mi si chieda il permesso) 
E la palma sempre verde serve loro, 
a quanto sembra, di bacchetta».

 

Paolo Mattei

 

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