21 Dicembre 2013

Giovanni (I, 14)

Tempo di lettura: 3 minuti

Non sarà questa pagina enigma minore

di quelle dei Miei libri sacri

o delle altre che ripetono

le bocche inconsapevoli,

credendole d’un uomo, non già specchi

oscuri dello Spirito.

Io che sono l’È, il Fu e il Sarà

accondiscendo ancora al linguaggio

che è tempo successivo e simbolo.

Chi giuoca con un bimbo giuoca con ciò che è

prossimo e misterioso;

io volli giocare con i Miei figli.

Stetti fra loro con stupore e tenerezza.

Per opera di un incantesimo

nacqui stranamente da un ventre.

Vissi stregato, prigioniero di un corpo

e di un’umile anima.

 

Conobbi la memoria,

moneta che non è mai la medesima.

Il timore conobbi e la speranza,

questi due volti del dubbio futuro.

Ed appresi la veglia, il sonno, i sogni,

l’ignoranza, la carne,

i tardi labirinti della mente,

l’amicizia degli uomini,

la misteriosa devozione dei cani.

Fui amato, compreso, esaltato e sospeso a una croce.

Bevvi il calice fino alla feccia.

Gli occhi Miei videro quel che ignoravano:

la notte e le sue stelle.

Conobbi ciò ch’è terso, ciò ch’è arido, quanto è dispari o scabro,

il sapore del miele e della mela

e l’acqua nella gola della sete,

il peso d’un metallo sulla palma,

la voce umana, il suono di passi sopra l’erba,

l’odore della pioggia in Galilea,

l’alto grido degli uccelli.

 

Conobbi l’amarezza.

Ho affidato quanto è da scrivere a un uomo qualsiasi;

non sarà mai quello che voglio dire,

ne sarà almeno un riflesso.

Dalla Mia eternità cadono segni.

Altri, non questi ch’è il suo amanuense, scriva l’opera.

Domani sarò tigre fra le tigri

e dirò la Mia legge nella selva,

o un grande albero in Asia.

Ricordo a volte, e ho nostalgia, l’odore

di quella bottega di falegname.

 

Jorge Luis Borges

 

In questa poesia Borges fa parlare Gesù donandogli le proprie parole, che esprimono, innanzitutto, e paradossalmente, la “diffidenza” nei confronti del limite rappresentato dal linguaggio stesso, dalle parole stesse («non sarà mai quello che voglio dire»). Una perplessità tipica del pensiero e della visione del mondo dello scrittore argentino.

Nei versi del componimento si trovano allusioni gnostiche – «Vissi stregato, prigioniero di un corpo / e di un’umile anima» – e rimandi a simboli, letterari e mitologici –  «sarò tigre fra le tigri […] / o un grande albero in Asia».

 

Borges dà voce, insomma, a un personaggio – e quindi a sé stesso – per cui la realtà è «un edificio costruito per confondere gli uomini» (L’immortale), come il labirinto (uno degli oggetti paradigmatici dell’universo dello scrittore, un mondo composto da biblioteche babeliche, bussole, scacchi e specchi). Un uomo che considera il destino dell’umanità come «irreversibile e di ferro» (Altre inquisizioni), la realtà priva di senso («accettiamo facilmente la realtà, forse perché intuiamo che niente è reale», L’immortale), e la parola “Dio” solo un enigmatico simbolo dell’anelito di ogni uomo alla conoscenza.

 

Dunque, qui c’è Borges che parla di sé.

 

«E il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità». Questa è la porzione del Prologo di Giovanni cui fa riferimento il titolo della poesia di Borges.

 

Il riferimento è a quel momento del tempo in cui Dio incominciò a stare fra gli uomini «con stupore e tenerezza», condividendone «il timore […] e la speranza», «la veglia, il sonno, i sogni, / l’ignoranza, la carne […] l’amicizia». L’attimo in cui Dio prese a conoscere «il sapore del miele e della mela […] la voce umana, il suono di passi sopra l’erba, / l’odore della pioggia in Galilea / […] l’amarezza».

 

Anche qui è Borges a parlare. E a concludere con il verso commovente in cui il più umile e tradizionalmente svilito dei sensi, l’olfatto, diventa protagonista. Scompare all’orizzonte il nobile dedalo intellettuale fatto di immagini, simboli, narrazioni mitologiche, deduzioni logiche, faticose e inconcludenti dimostrazioni filosofiche. Scompaiono la biblioteca e il labirinto. Resta, per un momento, giusto il tempo della recita di un verso, solo la nostalgia destata da un indizio piccolissimo, il fulmineo e bruciante ricordo di un odore che arriva dritto dall’infanzia, il ricordo antico di un cominciamento.

 

Questa sensazione così creaturalmente primitiva, forse, più di tutto il resto, suggerisce al poeta il sospetto – la speranza? – che quel Prologo racconti l’inizio di una storia vera. Vera, come nessun’altra storia mai raccontata.

 

Paolo Mattei

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