25 Marzo 2014

San Buon Ladrone

di Maria Piera Iannotti
San Buon Ladrone Tempo di lettura: 6 minuti

Rubens, crocifisione

Il 25 marzo, nella solennità dell’Annunciazione, la Chiesa fa memoria dell’inizio della salvezza, quando l’Angelo annuncia a Maria la nascita di Gesù. Ed è bellissimo che, lo stesso giorno, la Chiesa ricordi il santo Buon Ladrone, lui che Gesù portò per primo in Paradiso, prima di tutti i suoi santi e di tutti i suoi martiri, del quale il martirologio romano scrive che «avendo professato la fede in Cristo sulla croce meritò di udire da Lui: “Oggi sarai con me in Paradiso”». Così che la solennità che celebra l’inizio della salvezza del mondo coincide con la festa del peccatore pentito al quale il Signore ha aperto le porte dei Cieli.

«Quale grande fede! Ad essa nulla si può aggiungere. Coloro i quali assistettero alla resurrezione di Gesù vacillarono. Egli invece ha creduto in Colui che vedeva appeso alla croce accanto a sé!». Così scriveva di lui Sant’Agostino. Disma, il ladrone – l’assassino, secondo una traduzione meno eufemistica – che con la fede di un istante guadagnò il paradiso, come accenna in maniera stupenda don Giacono Tantardini in una delle sue meditazioni.

Alcuni vangeli apocrifi (ripresi da diversi autori cristiani) tracciano una vaga biografia di Disma il pagano (l’egiziano), che in alcuni testi è chiamato Tito. Secondo queste biografie, egli nacque in Egitto da un famigerato ladro e fu addestrato in questa professione e nel suo esercizio. Fu a capo di malfattori che derubavano viandanti, privandoli a volte anche della vita.

I testi narrano anche che la santa Vergine, mentre fuggiva in Egitto con Gesù e Giuseppe, si imbatté in Disma e nei suoi complici decisi a derubare la Sacra Famiglia. Ma l’uomo, intenerito dalla bellezza e dall’umiltà di Maria, sopraffatto dallo stupore, li ospitò addirittura nella propria casa e se ne prese cura. Uno di questi vangeli narra ancora che Disma aveva un figlioletto lebbroso; egli chiese alla Madonna di poter immergere il suo bambino nella stessa acqua dove poco prima Ella aveva lavato Gesù. Fu una speranza ispirata da Dio perché le carni piagate del figlio del ladro risanarono. Mentre la Sacra Famiglia si allontanava, Gesù avrebbe fissato i suoi occhi in quelli del buon ladrone, uno sguardo che sarebbe tornato più là, in tutt’altre circostanze, una promessa di Paradiso. Sono racconti leggendari e insieme poetici, che sono stati cari a tanta tradizione cristiana, tanto da trovarne eco negli scritti di alcuni santi. Secondo questi testi, abituato al vizio, Disma non abbandonò la sua scellerata professione; fu catturato e rinchiuso nelle prigioni di Pilato, crocefisso alla destra di Gesù, anche lui, come il Nazareno, con una iscrizione che ne indicava il motivo della condanna: Hic est Disma latronum dux (Questo è Disma, comandante dei ladri – o assassini -). Teofilo, uno degli autori che riprende gli apocrifi, racconta che, agonizzante, Disma fu prima bestemmiatore, ma che in un attimo, volgendo lo sguardo al Nazareno si fece predicatore dell’innocenza di Cristo e per questo conquistò il Paradiso.

Ovviamente Disma è il patrono dei condannati a morte, ma anche dei ladri (o dei ladri pentiti), che nella misericordia del Signore hanno anche un loro patrono, secondo un diritto che non è di questo mondo ma appartiene alla misericordia di Dio. I Padri della Chiesa hanno composto commenti bellissimi su di lui, come quello di San Bernardo: «Oh quanto è buono e amoroso Gesu! Con la risposta data al buon ladrone Egli volle dimostrarci che subito esaudisce, subito promette, subito concede! (De Passione Domini)»; e Sant’Ambrogio, in un commento al passo del Vangelo di Luca: «Disma chiese a Gesù solo che si ricordasse di lui. Nella sua umiltà si credette indegno di chiedere di più. Ma Gesù sorpassò la preghiera e gli concesse molto di più della domanda, perché Nostro Signore concede sempre più di quanto gli si chiede». E il buon ladrone è, insieme ai santi innocenti, uno dei santi prediletti di Teresina di Lisieux, perché, come i bambini di Betlemme uccisi da Erode, non ha fatto nulla per guadagnare il cielo, lo ha rubato.

Ma se sembra naturale leggere tali parole da questi illustri santi, meno scontato è che Simon Weil scelga Disma come modello della sua umiltà. Filosofa divisa tra il pensiero di Platone e quello di Marx, tra la cultura greca e la tradizione cristiana, conobbe l’orrore del nazismo e la deportazione ad Auschwitz; nei suoi quaderni un appunto stupendo: «Se non potrà essermi concesso di meritare di condividere un giorno la croce di Cristo, spero mi sia data quella del buon ladrone!». E ancora: «Il miracolo del buon ladrone non fu che abbia pensato a Dio, ma che riconobbe Dio nel suo vicino». Più “estremista” è Søren Kierkegaard quando scrive: «Il buon ladrone fu l’unico cristiano contemporaneo di Gesù». Anche la musica si è cimentata con la figura di Disma: di profonda grazia la II sonata di Franz Joseph Haydn nelle Ultime sette parole di Cristo sulla croce, dal titolo Hodie mecum eris in Paradiso, caratterizzata da una melodia dolce e distesa, che canta la speranza della salvezza.

Ma se è relativamente facile scrivere del buon ladrone, quanto deve essere stato difficile per un artista rappresentarlo, dipingerlo, scolpirlo! Il cattivo, il brutto, il disperato è raffigurabile come un personaggio sgraziato, con forme grossolane, con colori pesanti, scuri, senza luce. Disma è il miracolo di un istante, complicato da fermare su tela o su marmo: l’incallito malfattore e bestemmiatore che in attimo di misericordia, è reso giusto.

San Buon Ladrone

Foppa, Crocifissione

 

Vincenzo Foppa, pittore del Quattrocento, nella tavola I tre crocefissi, realizzata nel 1456, dipinge un ladrone con il capo chino di fronte a Gesù, placato, in pace dopo la conversione e disegna, invece, l’altro malfattore, quello che inveisce contro il Signore, in contorsione dolorosa sulla croce. Foppa gli pone sul capo un piccolo demone, che gli tira i capelli in modo da impedirgli di volgere la testa e gli occhi a Cristo, per impedire che quello sguardo gli guadagni, come all’altro compagno di sventura, quell’ultimo pentimento. Il Pordenone, nel 1521, nella Crocifissione conservata nel Duomo di Cremona, rappresenta Disma come un omone che sembra voler spezzare le corde che lo legano per volare verso Gesù, che gli ha appena promesso la vita eterna. Così come pare volersi muovere e prendere il volo il buon ladrone dipinto da Tiziano (1563): una mano alzata verso il cielo, l’altra che quasi sembra voler prendere la mano di Gesù per andare insieme con Lui nel Suo cielo. La luce colpisce Gesù, ma una più tenue illumina anche il buon ladrone, ormai libero dai vincoli della croce e del peccato.

San Buon Ladrone

Tiziano, crocifissione

Indimenticabile è Disma raffigurato da Rubens, intorno al 1620, conservato al Museo Reale delle Belle Arti di Anversa. Nella sua Crocifissione Il ladrone pentito non si dibatte, al contrario dell’altro. E seppure soffre, non c’è disperazione in quella sofferenza: la Croce non è fardello insopportabile, ma scala che porta dritta in cielo. Se la mano destra sembra voler fermare la lancia del soldato romano che sta per colpire Gesù, come a tentare un’inutile quanto umana difesa del suo vicino di croce, la sinistra si tende per afferrarsi a Lui, al suo Salvatore.

E ancora la musica, in tempi più moderni. Nella Buona novella, Fabrizio De Andrè, nella sua canzone Il testamento di Tito, fa dire al ladrone pentito: «Ma adesso viene la sera e il buio mi toglie il dolore dagli occhi e scivola il sole aldilà delle dune, a violentare altre notti; io nel vedere quest’Uomo che muore, madre, io provo dolore. Nella pietà che non cede al rancore, madre, ho imparato l’amore».

La pietà di Gesù che non condanna, ma fino all’ultimo spera, attende quello sguardo, quel moto del cuore, anche nell’ultima pena. Così che in qualche modo quel povero diavolo ha dato conforto a Dio, quando Gesù, abbandonato da tutti, riceve una prima risposta alla sua indicibile attesa; sorta di anticipo della resurrezione, quando le porte del Cielo si schiuderanno a tutti i suoi eletti.

Disma che, salito in Cielo, Dio mette a custodia del suo Paradiso, in attesa dei tanti poveri peccatori che verranno a bussare alla sua porta. È una bellissima immagine che si trova nell’Ufficio Bizantino, in una preghiera composta da Romano il Melodo. A Pietro, rattristato dal suo tradimento, il Signore rivolge queste parole: «Tu hai il buon ladrone a confortarti, il custode del Paradiso  […] Attraverso voi Adamo ritorna a me dicendo “Il Creatore ha posto per me il ladrone a guardia della porta e a guardia delle chiavi Cefa”».

Disma, il buon ladrone, un santo caro ai tanti poveri peccatori ai quali, in questo tempo di Quaresima, è dato di guardare la croce di Gesù con quella stessa povera domanda, la stessa consolante speranza. Partecipi per grazia della preghiera di san Tommaso nell’Adoro Te devote: «peto quod petivit latro penitens» (chiedo quel che chiese il ladrone pentito).