3 Giugno 2014

Quell'oratorio nel cuore dell'Africa che rimanda a un cuore romano

Quell'oratorio nel cuore dell'Africa che rimanda a un cuore romano Tempo di lettura: 5 minuti

Un paesino sperduto in una terra lontana: Africa, Burundi, Kigamba, provincia di Cankuzo. Sperduto eppure così caro al cuore, perché in questo lontano villaggio africano è stato intitolato un oratorio a don Giacomo Tantardini, a due passi dalla chiesa, anch’essa costruita di recente. A raccontarci di questa lontana periferia del mondo è padre Leopoldo, parroco di una chiesa di Civitavecchia, in procinto di trasferirsi in una chiesa romana. Lui nel Burundi c’è nato, nel 1975; e lì è cresciuto e ha fatto il seminario. A cambiare la vita di padre Leopoldo è la guerra civile che ha sconvolto il Paese. Era il 2000, allora, e padre Leopoldo viaggiava in macchina con il parroco della chiesa nella quale al tempo svolgeva il suo servizio pastorale; insieme a loro un’insegnante che faceva da catechista ai bambini. La guerra avvampava d’attorno, ma quel giorno si era fatta vicina, precipitando contro la vettura: un agguato e uomini armati che sparano all’impazzata. Il parroco muore sul colpo, lui e la catechista sono feriti in maniera grave. La macchina sbanda, si ferma. Gli aggressori si avvicinano, puntano le armi al petto di Leopoldo e gli intimano di consegnargli le chiavi dell’auto perché vogliono dar fuoco al serbatoio. Rifiuta, anche perché, spiega adesso, pensava che tanto ormai li avrebbero ammazzati lo stesso. Invece di sparargli, gli aggressori cambiano idea e vanno a prendere degli sterpi, li mettono vicino alla macchina e appiccano il fuoco. Aspettano qualche minuto, per assicurarsi che il fuoco attecchisca, poi si allontanano abbandonando le loro vittime a una morte atroce. Pensava di essere morto e invece padre Leopoldo riesce ad aprire la portiera e a gettarsi di fuori, i vestiti in fiamme. Per un caso del destino l’auto si trovava su di un piccolo ponte sotto il quale scorreva un fiumiciattolo. Leopoldo striscia fin là, poi l’acqua fa il suo dovere, e Leopoldo si salva. Non va allo stesso modo alla catechista: anche lei era riuscita ad aprire la portiera, ma forse le troppe ferite, in quel fiume ci affoga.

Salvo per miracolo, insomma, ma le bruciature e le ferite dei proiettili mordono le carni, giù, nel profondo. Trasportato all’ospedale locale, sviluppa una cancrena, tanto che i medici decidono per l’amputazione degli arti. Il vescovo si oppone e lo manda a Roma, dove invece viene curato. I segni di quell’agguato lontano restano a futura memoria, ma non gli impediscono di seguire la strada che gli ha indicato il Signore. A Roma studia alla Gregoriana e diventa finalmente sacerdote. La prima messa, però, la va a dire nel suo Burundi, a Kigamba, appunto. Tanto piccola era la chiesa locale, costruita da un missionario cento anni fa, che la gente alza delle tende d’attorno per accogliere il nuovo sacerdote. È in quell’occasione che i fedeli gli chiedono una chiesa più grande. Torna in Italia e ne parla al suo vescovo, il titolare della diocesi di Civitavecchia-Tarquinia. Trova sostegno e inizia a cercare fondi. Sono tanti ad aiutare, associazioni e privati. Tra questi anche don chiesaGiacomo Tantardini, conosciuto per caso tramite amici comuni. Ne legge le meditazioni, resta colpito, così che vuole incontrarlo. E va a cercarlo nella basilica di San Lorenzo fuori le Mura, dove il sacerdote  ambrosiano, ma romano d’adozione, è solito celebrare la santa messa vespertina. È già malato, don Giacomo, di quella malattia che lo consumerà, lui che ha consumato la sua vita per Gesù e la Sua Chiesa. L’incontro tra i due sacerdoti evidentemente ha suscitato qualcosa in padre Leopoldo, se poi ha deciso di intestare quel lontano oratorio edificato nel suo Paese natale proprio a quel sacerdote, in accordo con il suo vescovo. La chiesa, invece, è stata dedicata a San Giovanni Maria Vianney, patrono dei sacerdoti. E a pensarci, è una bella accoppiata.

Kigamba è un villaggio con case buttate un po’ dappertutto, ci spiega Leopoldo, ché non c’è un vero e proprio conglomerato urbano. Ma il deficit architettonico è l’ultimo dei problemi. Non c’è acqua corrente a Kigamba, né luce né gas. La gente vive di agricoltura, che dà al massimo, quando riesce, quanto necessario alla sopravvivenza. Malattie, stenti, cose che l’Africa conosce bene, fanno sì che la speranza di vita degli abitanti è di cinquant’anni. Mortalità alta anche quella infantile: non è raro che le madri muoiano dando alla luce un figlio. Così che di orfani ce ne sono parecchi in paese. Le suore locali si prendono cura di questi bambini, ma ovviamente i mezzi ridotti non aiutano e tanti di loro non sopravvivono agli anni e agli stenti. Gente povera, come povero è il Paese che li ospita.

Quell'oratorio nel cuore dell'Africa che rimanda a un cuore romano

Bambini dell’orfanotrofio

Il nuovo oratorio è un edificio in muratura e ospiterà i bambini del catechismo e quanto altro. Alla messa per l’inaugurazione dei nuovi edifici c’erano tutti, dal vescovo alle autorità civili locali. E un migliaio di fedeli assiepati dentro e fuori la chiesa. Clima di festa, come sempre accade nelle celebrazioni locali, ci spiega Leopoldo, animate da una fede semplice e viva. In questa occasione è stata donata dagli amici di Roma anche una piccola statuina della Madonna di Lourdes, che ora fa bella mostra di sé tra la chiesa e l’oratorio.

Ed è davvero stupenda la fantasia del Signore, il quale ha voluto che la prima opera intestata a don Giacomo Tantardini sia questo piccolo oratorio dedicato agli ultimi, in una periferia delle periferie del mondo. Sperduta, certo, ma abitata da una fede semplice e felice. «Se ci fosse un modo per trasmettere via internet la fede e si potesse trasmettere anche solo l’un per cento della fede che ha quella gente, il mondo sarebbe migliore…», accenna uno dei convenuti all’inaugurazione dell’oratorio. Immagine che fa sorridere e commuovere insieme. Ché, in fondo, anche il Signore ha il suo internet veloce, che lega tra loro persone distinte e distanti tra loro, del mondo e del tempo (e anche dell’eterno): quella comunione dei santi che fa sì che la memoria di un caro defunto, due anni dalla morte di Giacomo, non sia motivo di nostalgia di un passato ormai perso, ma gratitudine e conforto alla vita. E che unisce Roma e Kigamba in un destino felice che rimanda al Suo Paradiso.

 

Nota a margine. Abbiamo seguito le vicende dell’oratorio intestato a don Giacomo di lontano, con certo stupore per quanto avveniva per felice moto spontaneo. E vorremmo dare un piccolo contributo alla parrocchia, per quel che si può, come San Callisto onlus, attraverso donazioni. In particolare per la costruzione di un pozzo per l’acqua, che padre Leopoldo reputa necessario – ci ha detto che costa circa 2000 euro -, e per le necessità dei poveri della parrocchia che certo non mancano. Chi vuole, può contribuire, anche con un euro, a questa piccola opera di carità, inviando donazioni alla Onlus e specificando, tramite mail a Piccolenote, che il denaro sia devoluto a questo scopo. Grazie di cuore a quanti prenderanno in considerazione questa richiesta.

 

Quell'oratorio nel cuore dell'Africa che rimanda a un cuore romano

La statuina della Madonna di Lourdes

Quell'oratorio nel cuore dell'Africa che rimanda a un cuore romano

la cucina per i 45 bambini dell’orfanotrofio