2 Settembre 2015

Gregorio Magno e la misericordia di Dio

di Pina Baglioni
Gregorio Magno e la misericordia di Dio Tempo di lettura: 3 minuti

Tre anni li aveva passati al monastero del Celio. Poi, presi gli ordini sacri, era stato inviato da papa Pelagio II alla corte imperiale di Costantinopoli come legato pontificio. Fino a quando, nel 590, Gregorio, della nobile famiglia degli Anicii, era salito sul soglio di Pietro: i quattordici anni del suo pontificato avrebbero segnato una svolta decisiva nella storia di Roma e dell’Europa, tanto da meritare l’appellativo “Magno”.

 

Molte le biografie che ne narrano la santità e l’abilità politica e amministrativa. Ma ce n’è una di particolare interesse: quella redatta da un monaco greco residente a Roma e successivamente diffusa nell’Oriente cristiano. La breve biografia, scritta in greco, era poi tornata in Occidente e tradotta in latino, dopo aver reso popolarissimo il grande papa in tutte le chiese d’Oriente.

 

L’ignoto biografo riporta due aneddoti riguardanti Gregorio Magno, tra loro collegati: il primo è relativo al periodo che precede la salita al soglio pontificio, quando Gregorio era ancora abate del monastero di Sant’Andrea apostolo al Celio. Un giorno, si legge sulla biografia, mentre Gregorio stava scrivendo nel silenzio della sua cella, si era visto arrivare un povero che così gli si era rivolto: «Abbi pietà di me, servo di Dio altissimo; sono stato nocchiero di una nave, ma ho fatto naufragio e ho perso tutto, sia le cose degli altri che le mie». Una supplica alla quale Gregorio rispose prontamente, ordinando al suo segretario di portare al mendicante sei monete. E questi, dopo averle ricevute, se ne andò.

 

Lo stesso giorno l’uomo tornò a chiedere altro denaro.  E Gregorio gli donò altre sei monete. Ma il povero si presentò una terza volta, chiedendo ancora denaro perché «quondam multa perdidi», «perché ho perso davvero molte cose» si era giustificato. Il santo monaco, senza battere ciglio, convocò di nuovo il segretario per consegnare al mendicante altre sei monete.

 

«Venerabile padre, credimi» aveva risposto l’attonito segretario, «non è rimasto nulla nella cassa (in vestiario) neppure una moneta». A quel punto Gregorio pensò bene di donargli la scodella d’argento con cui sua madre Silvia gli portava ogni giorno pochi legumi cotti al vapore. Il mendicante, allora, con le sue monete e la scodella d’argento, se ne andò, finalmente soddisfatto. 

 

Il secondo episodio racconta di Gregorio ormai papa, il quale  rispettando un’antica consuetudine dei pontefici romani, aveva voluto invitare dodici poveri a pranzo al Laterano, l’antica residenza papale. Quando gli ospiti si furono accomodati alla mensa, il papa ne contò tredici. Chiese al suo segretario per quale motivo ne avesse invitato uno in più. E quello, sconcertato, rispose di aver ubbidito alla lettera al suo ordine, tanto che a tavola c’erano esattamente dodici commensali. Il fatto è che a vedere il tredicesimo ospite era il solo Gregorio.

 

E mentre tutti mangiavano, il papa si mise ad osservare attentamente quella presenza misteriosa che se ne stava seduta sulla punta dello scranno. Papa Gregorio si accorse che costui assumeva diverse sembianze: a tratti appariva come un anziano e a tratti un adolescente. Quando finalmente tutti si alzarono da tavola a fine pasto, Gregorio salutò i dodici e trattenne il tredicesimo, lo condusse nella sua cella e lo supplicò di rivelargli il suo nome.

 

«Io sono quel povero che venne a trovarti nel monastero di Sant’Andrea apostolo», iniziò a dire costui, «al quale donasti le dodici monete e la scodella d’argento che ti aveva mandato Silvia tua mamma. Sappi questo: sin da quel giorno il Signore ti destinò a diventare presule della sua santa Chiesa per la quale Egli aveva donato il suo stesso sangue, e ad essere successore e vicario di Pietro principe degli apostoli. Io sono un angelo del Signore onnipotente. Il Signore mi inviò quel giorno da te per metterti alla prova e accertarsi se eri misericordioso davvero e non facevi elemosine soltanto per apparire misericordioso».

 

Quando Gregorio udì queste parole fu preso da grande timore: infatti fino a quel momento si era rapportato a lui come a un semplice uomo. «Non temere» lo rassicurò l’angelo «il Signore mi ha inviato a starti accanto fino a che tu rimarrai in questa vita e perciò qualsiasi cosa tu desideri dal Signore chiediglielo attraverso di me».

 

Allora il vescovo di Roma cadde con la faccia a terra e adorò il Signore dicendo: «Se per un piccolissimo gesto, quasi una sciocchezza, il Signore rivelò tale abbondanza della sua misericordia da inviarmi il suo angelo perché stesse sempre accanto a me, quale onore non meriteranno coloro che dimorano stabilmente nei comandamenti di Dio e operano sempre secondo giustizia? Non mente dunque colui che disse che la misericordia sarà esaltata tantissimo dal giudizio di Dio e che venera Dio chiunque si piega con accondiscendenza verso un povero».

 

È anche grazie a queste storie che la venerazione dei cristiani d’Oriente e d’Occidente per il santo vescovo di Roma si diffuse in maniera così straordinaria.