16 Febbraio 2013

Le provocazioni di Vattimo, la razionalità dell'Occidente e la Grazia del Signore

Le provocazioni di Vattimo, la razionalità dell'Occidente e la Grazia del Signore Tempo di lettura: 3 minuti

«Papa Ratzinger ha sempre sostenuto con tutta la sua forza che ragione e fede non sono in contrasto, e che dunque l’adesione al cristianesimo si fonda su quei preambula fidei che furono esposti da San Tommaso e che per secoli sono stati la base dell’insegnamento nei seminari cattolici». Così in un provocatorio articolo di Gianni Vattimo sul Fatto Quotidiano del 13 febbraio, che vedrebbe nello scacco di questa certezza il fondamento delle dimissioni. 

Prosegue Vattimo: «Alla faccia di tutte le motivazioni pratiche, politiche, economiche (qualcuno potrebbe pensare allo Ior). Si è probabilmente reso conto che, nella situazione della Chiesa oggi, le dimissioni sono la sola cosa che un papa può seriamente fare; invece di continuare a lottare per sottrarre il Vaticano all’Ici, o a scomunicare preservativi, omosessuali, unioni civili.

È con la presa di distanza da tutte le “funzionalità” terrene, e dunque mostrando finalmente la faccia anarchica, e autenticamente soprannaturale, del Vangelo, che il cristianesimo può ridiventare una scelta di vita possibile per la gente del nostro tempo (…). Non è affatto stravagante pensare che questa crisi di coscienza papale possa essere davvero, o almeno essere legittimamente interpretata, come un evento decisivo nei rapporti del cristianesimo con la “razionalità occidentale”. La quale da tempo, e con buone ragioni, ha ormai liquidato i preambula fidei; svelandosi per quello che è: la razionalità calcolante del mondo “economicamente” organizzato, dei tecnici motivati dal loro sapere “oggettivo” e, alla fine, della logica bancaria che tutti conosciamo e soffriamo sulla nostra pelle.

Insistere sull’idea che la fede in Gesù Cristo è una scelta razionalmente motivata significa davvero condannarsi a perire assieme all’Occidente capitalistico ormai in disfacimento.

Del resto, il comando della carità di Cristo non è mai andato a genio all’economia e alla razionalizzazione sociale che hanno costituito la forza dell’Occidente e la sua trionfante aggressività».

 

 

Nota a margine. Siamo stati in dubbio se pubblicare o meno questo articolo, dal momento che molte delle tesi esposte non sono affatto condivisibili. Il dialogo sull’accordo tra fede e ragione non è certo stato il cuore del Pontificato, tutto orientato a Gesù e a riproporre la semplicità della Tradizione cattolica. Allo stesso tempo quel dialogo ha portato frutti positivi nel rapporto con la modernità. Né si può chiedere alla Chiesa di omettere cose che sono scritte nei dieci comandamenti e nel catechismo, e che riguardano l’essenza della fede. E altro.

L’idea di fondo dell’articolo, però, ha certa suggestione. In particolare, suscitano interesse gli accenni alla natura della razionalità dell’Occidente e alla riduzione delle fede a mera razionalità umana (quindi non più dono soprannaturale). Riguardo l’ultimo accenno, non si può che concordare con il filosofo: se il cristianesimo si riduce a mera dottrina razionale, magari perfetta nella sua elaborazione (che quindi parla di Vangelo, di Gesù, di Verità e di valori cristiani), capace anche di entrare in una dialettica positiva con il mondo, sarebbe qualcosa di altro e diverso da quanto la Chiesa ha tramandato in duemila anni di storia. Una Chiesa senza miracoli, senza l’accadere della Grazia, senza stupore, commozione e preghiera. In sostanza, una Chiesa senza Gesù. Di nessun interesse per l’uomo (e per il mondo).

In questo senso, allora, se le dimissioni del Papa hanno delle motivazioni profonde per la Chiesa, oltre a quelle personali esposte direttamente dal Pontefice, queste risiedono nel tentativo di indicare un ritorno all’essenziale, che certo non è dottrina umana, ma Grazia soprannaturale, e preveniente, del Signore.