2 Dicembre 2013

Etty Hillesum: il male del mondo e il peccato personale

Etty Hillesum: il male del mondo e il peccato personale Tempo di lettura: 2 minuti

«Tutte le catastrofi vengono da noi stessi. Perché c’è la guerra? Forse perché ogni tanto ho l’inclinazione a trattar in malo modo il prossimo. Perché io e il mio vicino e noi tutti non abbiamo abbastanza amore nel profondo, eppure possiamo sconfiggere le guerra e persino tutte le sue escrescenze interiori, ogni giorno, ogni istante, sprigionando l’amore che abbiamo dentro, in modo da concedergli una chance per vivere». A scrivere queste righe è Etty Hillesum nel diario redatto durate la tempesta nazista, che la trascinò fino ad Auschwitz, dove fu deportata il 7 settembre 1943 e “passata per il camino” il 30 novembre dello stesso anno.

Scriveva: «È uno degli odierni problemi: l’odio feroce per i tedeschi avvelena l’animo. Frasi come: “affoghino tutti, canaglie, muoiano col gas“, entrano ormai nel nostro quotidiano conversare; talvolta capita di non sentirsi più di vivere in questi frangenti. D’un tratto, qualche settimana fa, è emersa una riflessione liberatrice, come un esitante e tenero filo d’erba in un deserto d’erbacce: se anche non ci fosse che un solo tedesco rispettabile, questi meriterebbe di essere difeso contro quell’orda di barbari e, grazie a lui, non avremmo il diritto di rovesciare il nostro odio su un popolo intero».

E ad Auschwitz: «La miseria qui è veramente terribile, però, di sera tardi, quando il giorno è profondamente scomparso dietro di noi, mi capita spesso di camminare lungo il filo spinato con passo alacre, e allora dal mio cuore si innalza sempre una voce – non posso farci niente, è così, è di una forza elementare – e questa voce dice che la vita è splendida e grande, più tardi dovremo costruire un mondo del tutto nuovo, ad ogni nuovo atto di crudeltà dovremo opporre un nuovo pezzetto di amore e di bontà, conquistato in noi stessi. Possiamo soffrire molto, ma non dobbiamo soccombere. E se sopravviveremo intatti a questo tempo, sia il corpo sia l’anima, soprattutto l’anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire una nostra parola a guerra finita. Forse io sono una donna ambiziosa: vorrei dire anch’io la mia piccola parola».

Queste struggenti testimonianze sono state pubblicate sull’Osservatore romano del 30 novembre. Appartengono a un periodo oscuro, ma valgono per l’oggi, dove altro male si affaccia all’orizzonte, forse non meno oscuro. Nel nostro piccolo, abbiamo voluto accontentare quel lontano desiderio di Etty – in questo mondo nuovo da lei tanto atteso – dando a questa donna minuta e vigile, per quanto valga questo povero sito, la possibilità di far udire la sua «piccola parola».