14 Ottobre 2015

Un Sinodo nella bufera

Un Sinodo nella bufera Tempo di lettura: 4 minuti

Tanta confusione attorno al Sinodo straordinario per la famiglia. Era normale, previsto, prevedibile. Dal momento che, come accennavamo raccontando della prima tornata – un anno è passato – tutto è stato incentrato sullo scontro tra progressisti e conservatori. Su chi starebbe col Papa che apre al mondo e chi invece resisterebbe in nome di una fredda dottrina.

 

Uno scontro tra fazioni, insomma, che sta consumando, consuma la Chiesa. Dove i temi del Sinodo a volte appaiono solo strumentali ad altro e più enigmatico. O forse meno enigmatico, dal momento che è alquanto evidente che dietro a certe manovre c’è chi punta ad affaticare Francesco: destabilizzare il Sinodo per vanificarne il Pontificato. Manovre delle quali, spiegano molti media, sarebbero colpevoli i tradizionalisti, dimenticando che certa sinistra e certa destra cattolica nascono entrambe dall’onda conciliarista (che fu una sorta di ‘68 della Chiesa cattolica).

 

Così in questi giorni si è riproposto come fatto interessante e attuale quanto già avvenuto al Concilio Vaticano II e nel post-Concilio, in cui acceso fu lo scontro tra progressisti e conservatori. Una cosa vecchia di cinquant’anni riproposta come novità assoluta… Come se tutti questi anni, di mondo e di Chiesa, fossero passati invano.

 

Una narrativa attraverso la quale un Sinodo per la famiglia, per quanto importante, ha assunto un significato abnorme: quello di portare a compimento un Concilio che tante questioni, vere e presunte, ha lasciate aperte.

Come se i padri sinodali giunti a Roma per riflettere sulla famiglia dovessero e potessero davvero sciogliere tutti quei nodi che i padri conciliari, allora, non erano riusciti a sbrogliare in tanti anni.

 

Non ha giovato identificare la Chiesa con il Papa attuale, immaginando che egli sia portatore di una palingenesi che tutto ribalta. La cosiddetta Chiesa di Francesco, definizione che ha generato equivoci perché non esiste una Chiesa di Wojtyla o di Ratzinger o di Francesco.

La Chiesa è e resta del Signore, nonostante le sensibilità e l’azione dei vari papi. Cosa che ha ribadito più volte anche il papa argentino, ricordando una delle più belle encicliche di Paolo VI, Ecclesiam suam, appunto.

 

Già, Paolo VI. Quel Montini che, si dice, era progressista, aperto al mondo e al nuovo come Francesco. Ed è vero. Dimenticando però l’altro fondamentale aspetto di Paolo VI: sacerdote, vescovo e Papa per il quale la Tradizione degli apostoli (che è altro da una presunta tradizione posta dall’uomo) era cuore pulsante, non qualcosa da relegare al passato. Quel Montini progressista che proprio quel conciliarismo che oggi lo esalta aveva messo alle corde, tanto che dal pulpito soprattutto riferendosi ad esso aveva parlato di “fumo di Satana” penetrato dentro la Chiesa.

 

Ora lo stesso conciliarismo sta esaltando Francesco come campione del nuovo che avanza. Mentre Francesco vuol solo aprire al mondo il tesoro della Chiesa, non certo snaturarlo così da svalutarlo all’istante. Interrogandosi su come seguire la misericordia di Gesù per farne partecipe il mondo attuale; dove il verbo seguire è tutto, perché si tratta appunto di seguire i disegni di Dio e non inventare percorsi nei quali costringerli.

 

Un conciliarismo al quale si è opposto un mondo ecclesiale, e  non ecclesiale, variegato e diverso. Li chiamano conservatori o tradizionalisti, appunto, e li hanno fatti nemici di Francesco ma anche di Dio. Chiusi nei loro cenacoli dottrinali, impermeabili al presente e alle miserie del mondo. Dimenticando che la misericordia e la cura dei poveri non l’ha certo inventata Francesco, ma appartiene alla Tradizione della Chiesa.

 

E mischiando nel mucchio quanti amano la Tradizione degli apostoli e quelli che da destra la impugnano a fini strumentali. Come anche dimenticando le intemerate pubbliche del papa tedesco contro quegli ambiti ecclesiali che ne bloccavano l’agire – e Ratzinger non parlava certo dei progressisti -, che poi sono gli stessi, almeno pare, contro i quali tuona Francesco.

 

Un gioco di specchi, che polarizzando lo scontro, mischia tutto e tutti, schiaccia e confonde distinti e distanti, facilita manovre oscure che, esacerbando la dialettica, sembrano prevedere un futuro “federatore” a sanarlo.

Uno scontro che affatica la Chiesa, il Papa, ma anche i fedeli ai quali viene proposto in pratica di fare il tifo per gli uni o per altri. Come se lo Spirito Santo non soffiasse su tutta l’assise, non agisse nei cuori di tutti quelli che sono aperti alla Sua iniziativa, ma solo su una parte o sull’altra.

 

Così, almeno in questa narrazione e negli effetti di questa, siamo tornati a cinquant’anni fa, scavalcando, come non esistessero, tanti anni di storia della Chiesa e altrettanti tentativi di conciliare tradizione e moderno, com’era nello spirito di Paolo VI. Com’è nelle intenzioni di Francesco, che a questa assise ha chiesto consiglio, perché fosse lo Spirito Santo a indicare la via – come ha spiegato più volte – e non lui.

 

Una narrativa che ha anche obliato quell’utile ermeneutica di Ratzinger che descriveva l’ultimo Concilio come un evento inscritto nella continuità della Tradizione cattolica (come non potrebbe?) denunciando il tentativo di interpretarlo come una cesura radicale rispetto al passato.

 

E oggi come allora il punto è questo. Certo che la Chiesa vive di nuovi inizi, come dicono gli uni in buona fede, ché questa è la stupenda dinamica della grazia di Dio. Come è altrettanto certo che un nuovo inizio che snaturi la dottrina della Chiesa è cosa perversa, come dicono gli altri in buona fede.

C’è solo un modo per cui questo mirabile incastro riesca: quando a porre un nuovo inizio è il Signore. E questo accade per grazia di Dio, non per umana, e inane, fatica.

 

Detto questo, a noi osservatori lontani, poveri peccatori annoverati tra le schiere dei fedeli di una Chiesa in ambasce (non è la prima volta che accade, essendo essa santa ma abitata da peccatori), non resta che accompagnare il Sinodo con la preghiera. Quella che il Papa chiede per sé e per la Chiesa a ogni piè sospinto.

Quel presidio ultimo che fa tutto più chiaro. Perché tutto attende dalla grazia di Dio.