2 Luglio 2013

Riina: fu lo Stato a venire da me per trattare

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Gli agenti di custodia del carcere di Opera riferiscono alcune confidenze che asseriscono essere di Totò Riina, il cosiddetto capo dei capi di Cosa Loro. E le sua parole irrompono nel processo sulla trattativa tra Stato e mafia – inizi anni ’90, l’accordo per porre fine alle stragi in cambio di un carcere meno duro per i mafiosi…  -. Le confidenze che i due agenti avrebbero ottenuto da Riina si possono sintetizzare in questi punti: lo Stato lo avrebbe cercato per fare un patto, ma allo stesso tempo il boss avrebbe negato l’esistenza di un contratto scritto, il cosiddetto papello, e, infine, avrebbe professato di essere stato andreottiano, aggiungendo che Andreotti era un galantuomo, anche se avrebbe negato il famoso bacio attribuitogli dai pentiti.

Sono dichiarazioni, se vere – dal momento che a parlarne sono agenti che potrebbero aver capito male – alquanto strane. Una improvvisa «loquacità» anomala, come scrive il direttore del carcere, la quale pone interrogativi.

Se vero che Riina sembra confermare l’esistenza della trattativa, nega che vi sia mai stato un papello, particolare raccontato da testimoni più credibili (carabinieri).

Se vero che Riina nega il famoso bacio, dopo che ormai la storia ha clamorosamente smentito il pentito che ne aveva descritto nei particolari la dinamica, con tanto di cartina topografica della casa nel quale era avvenuto (lo stesso pentito tra l’altro, che durante il periodo di “protezione” da parte dello Stato ha ucciso quattro persone), nondimeno il boss si perita di specificare che era stato andreottiano. Andreotti non è mai stato andreottiano, come disse lui stesso in un’intervista, ma colpisce lo stesso questa rivelazione a distanza di anni: i giudici, certo non indulgenti con Andreotti, hanno scavato a fondo nella vita del senatore a vita, frugandone ogni minimo spostamento, ogni rapporto siciliano, e non hanno trovato nulla che collegasse lui alla mafia in generale né, in particolare, a quella corleonese di Totò Riina, che ha preso il potere agli inizi degli anni ’80 (dopo la guerra per bande che ha insanguinato la Sicilia). C’è un processo, quindi, anni e anni di indagini, che smentiscono sul punto il cosiddetto capo dei capi, che avrebbe parlato ora, quando ormai l’imputato è morto e non può più difendersi e dopo aver mantenuto un silenzio assoluto durante tutto il procedimento.

Sempre che sia vero quel che riportano gli agenti, Riina vuole tentare di accreditarsi presso i magistrati? O c’è altro e più oscuro?

 

Ma al di là delle strane rivelazioni di Riina, resta che il processo sulla trattativa Stato-mafia, sviluppato dal pm Ingroia che già aveva lavorato con Caselli al processo Andreotti, è viziato da una anomalia di fondo. Nello schema che il magistrato ha disegnato sulla trattativa Stato-mafia, si ripercorre pedissequamente il processo Andreotti: la mafia averebbe avuto come riferimento esterno lo statista democristiano, poi, dopo che la cassazione ha confermato la condanna dei boss mafiosi, questa avrebbe reagito scaricando lo stesso e dando vita alla stagione stragista per cercare nuovi interlocutori.

Orbene, la prima parte dello schema, quella riguardante Andreotti, è stata ampiamente vagliata e la vita dello statista democristiano frugata a fondo, fin nei minimi dettagli e particolari: e questa “verità” preconfezionata è stata sconfessata dalle evidenze dei fatti. Lo schema, però, viene riproposto tale e quale in questo nuovo processo – tenendo in nessun conto la sentenza – dallo stesso magistrato che ha svolto quel processo; un principio cardine della giustizia italiana è quello del ne bis in idem: non si può processare lo stesso imputato per un reato per cui è già stato assolto. Invece in questo modello interpretativo disegnato da Ingroia, Andreotti è nuovamente processato da morto, anzi è come se Andreotti invece che assolto, sia stato condannato nel precedente processo (la vicenda dell’asserito intervento in Cassazione a favore dei boss da parte di Andreotti ha avuto un ruolo centrale nei diversi dibattimenti). Ci sarebbe materia per il Consiglio superiore della magistratura, ma nulla: qualcosa non quadra.

 

Resta il problema della trattativa, che non è narrativa di un magistrato, ma frutto di un’indagine, di rivelazioni di collaboratori di giustizia e di riscontri oggettivi da parte di un pool, tra i quali il pm Di Matteo: cosa seria dunque. Che in qualche modo Riina, se vero quanto riportato, smentisce: perché la sua smentita riguardo al papello mina il lavoro dei pm.
La trattativa tra Stato e mafia dice un’altra storia rispetto a quella narrata da Ingroia: lo Stato, rappresentato da persone diverse da Andreotti, avrebbe trovato un’intesa con la mafia. Su cosa? Sull’ammorbidimento del carcere duro, come emerge da diversi elementi dell’inchiesta, ma probabilmente anche su altro. A meno di pensare che Cosa Loro uccida magistrati e poliziotti dando vita a una stagione stragista mai vista, con mezzi e tecnologie sofisticate e mai usate prima (basti pensare alla strage di Capaci, dove l’auto di Falcone sfrecciava a più di cento chilometri orari, fatta saltare con precisione millimetrica), che avrebbe comportato reazioni da parte dello Stato devastanti per la stessa organizzazione mafiosa, solo per fare avere un’ora d’aria in più ai suoi capi e affiliati.

C’era in gioco ben altro, che forse la magistratura non può far emergere, data la complessità della situazione italiana e internazionale. Ma oltre ai tribunali ordinari esistono quelli della storia. Ci sarà tempo anche per quelli.