8 Novembre 2014

L'elezione della Sciarra e quella del Quirinale

L'elezione della Sciarra e quella del Quirinale Tempo di lettura: 3 minuti

 

Qualcosa è successo nella politica italiana. Dopo mesi di blocco il Parlamento ha eletto giudice costituzione Silvana Sciarra grazie ai voti del Partito democratico e del Movimento Cinque stelle. A questi ultimi appartiene Alessio Zaccaria, eletto membro laico del Csm grazie anche ai voti del Pd.

Diversi opinionisti, e non solo loro, hanno ipotizzato l’inizio di una convergenza tra il partito democratico e la creatura politica di Beppe Grillo e, simultaneamente, la prima spallata al patto del Nazareno che vede l’accordo tra Pd e Forza Italia.

Non è così, stando sia alla storia politica degli ultimi anni sia a quanto scrive Beppe Grillo sul suo blog, che torna a marcare la distanza siderale con il partito di governo e in particolare con Renzi, ribadendo che la linea del M5S resta quella di trovare convergenze su punti specifici condivisi, che ad oggi sono davvero pochi.

 

Crediamo che questa sia la chiave di lettura giusta, al di là dell’uso strumentale che di questo accordo tenta di fare la maggioranza renziana, che tende a rappresentare come non più necessario il puntello di Forza Italia per costringere il partito di Berlusconi a chiudere in fretta e senza condizioni la riforma della legge elettorale. Già, perché Renzi vuole andare a elezioni e vuole andarci con una “sua” legge: una legge che sulla carta premi il suo partito (quello sicuramente vincente), ma soprattutto i suoi candidati, in modo da poter andare a elezioni in fretta, prima di perdere troppi consensi, e assicurarsi un Parlamento in cui lui, o chi per lui, sia il dominus assoluto, senza avere il fardello di un’opposizione forte e soprattutto con un Pd “ripulito” dalla minoranza interna che tanti fastidi gli sta provocando.

 

Così la nota di Grillo ha il merito di far tornare tutto al suo posto. Berlusconi, nonostante la botta, resta il puntello del governo Renzi e con lui il ragazzo di Firenze dovrà continuare a trattare la riforma elettorale senza urgere da una posizione di forza. Ovvio che i renzisti, o renziani che dir si voglia, tenteranno di depotenziare la presa di posizione grillina, nella speranza di forzare la mano. D’altronde da tempo diversi politici e opinionisti insistono a ipotizzare che Renzi potrebbe contare su una maggioranza alternativa a quella assicurata da Forza Italia, mettendo assieme transfughi vari, dagli ex Cinque Stelle agli ex Sel. Una narrativa che era e resta debole: troppi “ex”, numeri risicati e a rischio sorprese. Così è probabile che i renzisti provino a prolungare artificiosamente la nuova narrativa che vedrebbe la convergenza con il M5S, che però semplicemente non esiste (tra l’altro sarebbe la fine dei Cinque Stelle, dal momento che Renzi rappresenta tutto quel che i militanti del movimento esecrano).

 

E però resta che quella convergenza sulla Sciarra ha un significato politico alto perché proietta una lunga ombra sul Colle. Già perché queste elezioni alla Corte costituzionale hanno un significato ben più alto e simbolico di quel che appaiono e hanno a che vedere con il prossimo inquilino del Quirinale, che sembra ormai oggetto di prossime elezioni: tanti gli analisti che dicono che a fine anno Napolitano dovrebbe dare le dimissioni (si veda ad esempio l’8 novembre l’articolo di Stefano Folli sulla Repubblica).

Il 7 novembre il vicepresidente della Camera dei Cinque stelle, Luigi Di Maio, in un’intervista al Corriere della Sera, spiegava proprio che una possibile convergenza con il Pd, su certe basi, potrebbe aversi anche per le elezioni del nuovo Capo dello Stato. Certo, l’intervista era stata pubblicata prima della frenata di Grillo, ma la sostanza rimane.

 

Perché queste elezioni per eleggere alcuni membri della Corte costituzionale hanno mostrato diverse cose. Anzitutto hanno bruciato l’ipotesi Violante per il Colle, accarezzata non solo dall’ex magistrato. Ma soprattutto ha evidenziato che il patto destra-sinistra può non tenere per il Colle, così che l’ipotesi Gianni Letta, o chi per lui, mediatore Denis Verdini (sempre più invischiato nelle cronache giudiziarie), appare meno sicura di un mese fa. E che il movimento Cinque stelle può non solo avere un ruolo di sbarramento, ma anche rappresentare una possibile sponda a ipotesi alternative. D’altronde da tempo Grillo conduce una battaglia senza quartiere per il Quirinale: innumerevoli le sue richieste di dimissioni di Napolitano. E se oggi getta acqua sul fuoco e spiega che il voto di Sciarra appartiene alla normale dinamica propugnata fin qui dai Cinque stelle, è certo che voglia tentare di avere una voce in capitolo per l’elezione del nuovo Capo dello Stato.

 

Lo sparigliamento grillino, l’attuale imprevedibilità della Lega, la grande confusione in Forza Italia, le turbolenze della sinistra fanno delle prossime elezioni quirinalizie una sorta di rebus che mal si acconcia alle ipotesi di quanti avevano previsto una scontata vittoria del patto del Nazareno. Dal momento che tali elezioni risultano alquanto decisive per la sorte dell’Italia, che sta attraversando un momento di tragica transizione, e del mondo, affaticato anche dalle spinte del terrorismo e dell’anti-terrorismo internazionale, è possibile che la tensione aumenti al di là degli auspici dei singoli protagonisti. Speriamo che non si avveri il fatidico detto che vuole “terribili” i giorni del Quirinale. Il ricordo di Capaci (Oscar Luigi Scalfaro fu eletto subito dopo la strage che costò la vita a Giovanni Falcone e alla sua scorta) non lascia tranquilli.