25 Novembre 2014

La nomina di Robert Sarah e il Sinodo sulla famiglia

La nomina di Robert Sarah e il Sinodo sulla famiglia Tempo di lettura: 4 minuti

Papa Francesco ha nominato il cardinale Robert Sarah prefetto della Congregazione del Culto divino. Dopo quella del cardinale Pietro Parolin a segretario di Stato è forse la nomina più importante di questo pontificato per alcuni dei motivi esposti nell’articolo di Europa (autori Lorenzo Biondi e Maria Galluzzo) che pubblichiamo di seguito (anche se Dio può fare miracoli anche attraverso la nomina di un ignoto vescovo all’altro capo del mondo).

 

Uno di questi motivi è che forse tale nomina potrebbe contribuire, il condizionale è d’obbligo, a riportare un po’ di equilibrio, e respiro, nella Chiesa dopo la “scossa” del Sinodo straordinario sulla famiglia. Infatti, al di là delle interpretazioni ricomprensive che del Sinodo sono state fornite (giustamente) in seno alla Chiesa e della buona fede che ha animato le posizioni di tanti presuli presenti all’assemblea, quel consesso, di fatto, stretto nel dibattito tra conservatori e progressisti – e asseriti mediatori -, ha assestato una “spallata” a questo Pontificato.

 

In particolare non ha giovato l’ingenuità di qualcuno che ha immaginato che un Sinodo sulla Famiglia, tenuto peraltro in un momento di tempo tanto buio per il mondo, potesse portare a compimento il Concilio Vaticano II; idea alquanto presuntuosa (una decina di giorni per chiudere questioni che restano motivo di controversia da decenni…) nonché riduttiva: c’è stato chi, nella foga dell’entusiasmo, si è spinto ad affermare che la Chiesa «o sarà conciliare o non sarà», ponendo così, ovviamente senza volerlo, dei limiti al Dio delle sorprese – espressione così cara a Francesco -, il quale salva la Chiesa come vuole Lui. Quel Dio che in genere, più che dei Concili, comunque esposti all’umana fragilità come evidenzia la storia della Chiesa, per salvare la Sua Chiesa si serve normalmente dei miracoli.

Di seguito riportiamo parte dell’articolo di Europa:

 

«È una nomina importante quella firmata da papa Francesco nella festività di Cristo Re, ultima domenica dell’anno liturgico cattolico. Il cardinal Robert Sarah – nato in Guinea, oggi presidente del pontificio consiglio Cor Unum, che coordina le attività caritative della Santa Sede – è stato “promosso” a prefetto della Congregazione del culto divino, uno dei più importanti dicasteri della Curia vaticana.

 

Oltre le divisioni del sinodo
Nomina importante per una quantità di motivi: il più “politico” è che con essa il papa sembra chiudere le polemiche nate intorno al recente Sinodo sulla famiglia. Si è parlato molto delle divisioni in seno a quell’assemblea di vescovi, descritte secondo le categorie dello scontro tra “progressisti” e “conservatori”. Secondo queste categorie il cardinal Sarah potrebbe essere etichettato come conservatore. La scelta di papa Bergoglio ribadisce – come già fatto dal pontefice stesso nel discorso conclusivo del sinodo – che non si può immaginare «una Chiesa in litigio dove una parte è contro l’altra».

 

Al sinodo Robert Sarah ha coordinato il lavoro di uno dei “circoli minori” in cui si sono discusse le tesi della relatio post disceptationem, il documento stilato al termine della prima settimana di lavoro dei vescovi. E l’intervento di Sarah è stato tra i più critici nei confronti di alcuni passaggi della relatio. Ad esempio, sulle coppie gay, il circolo presieduto da Sarah ha chiesto che si distinguesse con maggiore chiarezza il giudizio sulla persona omosessuale da quello sull’atto omosessuale: «La Chiesa non ha mai giudicato le persone omosessuali, ma i comportamenti e le unioni omosessuali sono una grave deviazione della sessualità».

 

Al termine del sinodo, il trasferimento del cardinal Raymond Burke – uno dei più rigidi sostenitori di una posizione “conservatrice”, che ha lasciato la Curia per diventare patrono del Sovrano ordine militare di Malta – aveva spinto alcuni osservatori a sostenere che il papa avesse voluto rimuovere un prelato che aveva espresso dissenso nei confronti della linea “maggioritaria” emersa al sinodo. La chiamata di Sarah al Culto divino sembra smentire questa lettura “manichea” delle nomine pontificie.

 

L’importanza della Chiesa africana
Durante il sinodo aveva fatto discutere un’intervista pubblicata dal sito Zenit al cardinal Walter Kasper (poi smentita dal diretto interessato) che sembrava “snobbare” i vescovi africani, come portatori di posizioni retrive e datate rispetto al resto della Chiesa. Papa Francesco ha scelto invece di assegnare a una delle voci più ascoltate della Chiesa d’Africa, quella di Sarah appunto, un posto chiave in Curia, la Congregazione che si occupa di liturgia e sacramenti.

 

«Nova Patria Christi, Africa», l’Africa è la nuova patria di Cristo. La frase è di Paolo VI, Robert Sarah l’aveva ricordata in occasione del secondo viaggio di Benedetto XVI nel continente. Il prelato guineano è stato tra i principali artefici delle visite di papa Ratzinger in Africa. Ed è stato proprio il papa tedesco a creare Sarah cardinale (appena un mese dopo averlo messo alla guida della Cor Unum, carica che peraltro non era tradizionalmente legata al cardinalato, e inserendolo come primo della lista nel concistoro del 2010). Ratzinger ha mostrato più volte di riporre grande fiducia in Sarah, assegnato spesso a compiti delicati – come nel 2012, quando fu spedito in Libano per manifestare la vicinanza della Chiesa all’emergenza profughi provocata dalla guerra in Siria.

 

Nominandolo alla guida della Cor Unum, oltretutto, Benedetto XVI gli aveva assegnato l’incarico svolto in precedenza dal cardinal Bernardin Gantin, padre spirituale di Robert Sarah e punto di riferimento per decenni della Chiesa africana. In un intervento sul mensile 30Giorni, Sarah ha ricordato con queste parole l’insegnamento ricevuto dal cardinal Gantin: «Figlio mio, dobbiamo pregare molto… Preghiera, preghiera; sì, preghiera prima di tutto e unicamente… Man mano che aumentano i compiti e le responsabilità, la preghiera dovrà farsi più intensa, più lunga, più insistente». E la prima forma di preghiera per i sacerdoti, spiegava ancora Gantin, si compie attraverso «il segno vivo dell’Eucaristia».

Sono parole pressoché identiche a quelle usate in più occasioni da papa Bergoglio. Come in altre occasioni, le nomine di Francesco si fondano sulla fiducia personale e sulla condivisione di uno stesso modo di vivere la fede, più che sulle “cordate” della politica vaticana».