17 Marzo 2014

La Crimea, la Russia e l'Europa

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La Crimea vota e decide per la Russia. Si sapeva, era prevedibile e previsto, ma la realtà è altra cosa. E fa infuriare Stati Uniti ed Europa, che in questi giorni hanno minacciato a più riprese ritorsioni se questo processo fosse stato portato avanti. E ritorsioni si avranno: tra le ipotesi più deliranti c’è quella di congelare i beni all’estero degli uomini più facoltosi della Russia nella speranza di convincerli a rovesciare Putin. Ennesimo strale del diritto internazionale, dal momento che punisce i singoli cittadini per le politiche di uno Stato. Ma al di là: la verità è che quanti hanno progettato il cambio di regime ucraino – maturato in ambito neocon come dimostrano incontrovertibilmente le telefonate intercettate dell’ambasciatrice Nuland – hanno avuto la vista corta e ora si affannano a cercare un modo per uscire dal cul-de-sac nel quale si sono cacciati. Non sanno come gestire questa crisi e l’unica vera opzione che hanno sul tavolo è far collassare la Russia attraverso una nuova politica energetica: porre fine alla dipendenza energetica dell’Europa dal potente vicino inondando il Vecchio Continente di gas prodotto negli Usa grazie alla nuova tecnologia dello shale-gas. La Russia esporta per lo più energia è il refrein che rimbalza sui media occidentali: basta non comprare più petrolio e gas da Mosca e l’economia russa andrà in frantumi, insieme ai sogni neoimperiali di Putin. Oltretutto per gli Stati Uniti sarebbe un business non indifferente e un modo per legare ancora di più a sé la vecchia Europa, se mai ce ne fosse bisogno. Ma è una strategia di medio-lungo periodo, non si possono cambiare in un mese le direttrici dell’economia mondiale. Una strategia che dà il tempo alla Russia di trovare alternative al suo sviluppo economico, se mai ce ne saranno. Missione difficile per Putin, ma non impossibile. Forse servirà un decennio perché la strategia energetica occidentale vada in porto, forse meno, nel frattempo però Putin rimarrà al suo posto. Un incubo per certi agitatori seriali che abitano alcune cancellerie occidentali.

Già, il dato più clamoroso di questa crisi è che l’Occidente ha trovato un nuovo nemico da combattere: una volta era il comunismo, oggi il putinismo. Cosa sia quest’ultima cosa non si sa bene, dal momento che non si tratta di un’ideologia come il precedente nemico storico. Questa espressione identifica semplicemente la volontà di un capo di Stato che rivendica per la sua nazione un ruolo internazionale adeguato. Solo alcuni mesi fa questo capo di Stato, piace ricordarlo ancora una volta, evitò una guerra mondiale (Siria); oggi è diventato il nemico pubblico numero uno del mondo cosiddetto libero. Strane le giravolte del destino.

 

Ma tornando al referendum in Crimea: opinionisti vari si affannano a spiegare che la Crimea non è il Kosovo, e che la secessione di questa non può essere paragonata a quanto avvenne allora nella regione serba. Certo che le condizioni storiche e politiche erano diverse, ma lo strale del diritto internazionale che si è consumato in Kosovo ha creato un precedente esplosivo, del quale ora si giova Mosca. Avrebbero dovuto pensarci allora. Invece l’Occidente salutò la riuscita del referendum kosovaro come un’alba dorata per la pace mondiale (ne sa qualcosa la minoranza serba che abita quella regione, da decenni preda di discriminazioni e violenze).

Ora la palla passa a Putin: la Duma dovrebbe approvare il ritorno della Crimea alla Russia, dopo un iter legislativo alquanto breve. C’è chi ha ipotizzato che Putin potrebbe non procedere sulla strada dell’unificazione, accedendo a un compromesso con l’Occidente, ma sembra alquanto improbabile.

L’unica ipotesi di compromesso ragionevole che era stata proposta da parte occidentale è stata quella ideata da Henry Kissinger, un grande vecchio con una vista molto più acuta dei falchi di Washington, che ha immaginato un’autonomia molto ampia della regione dal resto dell’Ucraina e garanzie del nuovo governo di Kiev sulla base navale russa di stanza a Sebastopoli. Ma Putin non può fidarsi di un Occidente che vuole a tutti i costi l’annessione dell’Ucraina alla Nato, piazzando i propri missili alle porte di Mosca. Né delle rassicurazioni di un governo che ha preso il potere a seguito di un colpo di Stato, o rivoluzione che dir si voglia, con una forte connotazione anti-russa. E che ha creato una milizia di volontari nella quale sono confluiti i gruppi estremisti che hanno militarizzato piazza Maidan, sviluppo peraltro inquietante per uno Stato europeo che dovrebbe affidare la sicurezza del proprio territorio a polizia ed esercito di Stato. Una milizia civile autonoma e fortemente ideologizzata in chiave nazionalista e neo-nazista evoca tra l’altro ricordi non proprio tranquillizzanti a quanti abbiano letto almeno un libro di storia. Quali rassicurazioni potrebbe avere Putin da interlocutori così poco rassicuranti? Così che il passo dell’annessione della Crimea sembra quasi obbligato, a meno di sviluppi ulteriori affidati a una ragionevolezza che finora è mancata.

 

L’ultima chiosa, ci sia consentita, è dedicata alla strana eterogenesi dei fini che si è dipanata nel corso della crisi ucraina. La protesta di piazza Maidan era nata perché la piazza chiedeva l’Europa. Si è conclusa con una nuova versione di guerra fredda che vede protagonisti assoluti Usa e Russia, con l’Europa relegata a ruolo di comparsa. «Fanculo Europa!», è l’espressione idiomatica usata dall’ambasciatrice Usa a Kiev nella famosa telefonata intercettata. L’espressione della Nuland, nella sua icasticità, fotografa più di altre considerazioni quel che si è consumato nel campo di battaglia ucraino: una guerra contro la Russia e contro l’Europa, conclusa con il ridimensionamento internazionale della prima e la sconfitta di quest’ultima. La partita non è finita, ma certo è strano che tanti politici europei siano entusiasti collaboratori di un progetto teso a ridimensionare ulteriormente il peso internazionale del Vecchio continente. O forse è meno strano di quanto appaia.