10 Giugno 2014

Il renzismo e la liquidazione della sinistra italiana

Tempo di lettura: 4 minuti

Nelle amministrative di domenica il Pd perde le sue roccaforti storiche, mentre Renzi, meglio il renzismo, trionfa altrove; per Forza Italia il declino appare inarrestabile destino; il Movimento Cinque stelle batte un colpo, seppur timido, dopo la disfatta delle europee. In realtà le cose sono un po’ più complesse di questa elementare sintesi, ma va bene così.

Quel che importa segnalare in questa sede è la sconfitta storica della sinistra a Livorno. Non si tratta soltanto della caduta di una “roccaforte rossa” – espressione invero azzardata oggi -, dal momento che questo destino è stato condiviso con altre città, come Perugia e Potenza. La caduta di Livorno è altro e ha a che vedere con i simboli, che in politica hanno il loro valore: in questa città è nato il Partito comunista italiano; in questa città finisce la storia della sinistra italiana ed è consacrata l’era Renzi.

Augusto del Noce, nelle sue analisi sul fascismo, spiegava come l’azionismo sia stata la carta di riserva della borghesia italiana dopo aver esaurito quella del fascismo; tesi molto contrastata in ambito culturale ma che aveva il suo fascino e le sue motivazioni. Mutatis mutandis, è quel che sta accadendo in questi giorni, con il Pd carta di riserva di alcuni ambiti culturali – finanziari che avevano scommesso su Forza Italia dopo aver liquidato la Dc. Fin qui nulla di nuovo, tranne che segnalare, ancora una volta, che la scomparsa della sinistra in un momento così tragico per la popolazione italiana – sempre più povera – rappresenta qualcosa di inedito per la storia italiana recente. Che suscita domande e inquietudini anche a quanti, pur non condividendone l’avventura, ne hanno apprezzato, al di là dei limiti, la funzione di contrasto e attutimento delle derive del potere costituito e di sostegno alle classi lavoratrici.
Altro indice, seppur minore, dell’estinzione della sinistra è l’impossibilità di una formazione alternativa al Pd: dopo l’istrionica meteora del “popolo viola” ora è la volta della cosiddetta Lista Tsipras. A parte la residua messe elettorale e l’alta litigiosità interna, la spinta all’unità con il Pd, che sembra irreversibile, segnala come anche in questo ambito non ci sia posto per un futuro diverso dal renzismo. D’altronde era il destino insito in una formazione politica affidata a un leader greco, scelta ideale che nascondeva un vuoto propositivo interno.

Le elezioni di domenica quindi confermano Renzi. Elemento di stabilità indubbio e premiato per questo alle recenti elezioni. E però il renzismo è foriero di incognite, stante che, al di là della simpatia che può suscitare il presidente del Consiglio, un potere senza contrasto e controllo è soggetto a derive. Non è una questione di persone ma di regole – al contrario di quanto ha affermato Renzi dopo l’inchiesta che ha scoperchiato la tangentopoli del Mose. Una democrazia è sana se non permette la concentrazione di potere in un solo ambito, cosa che invece sta succedendo in Italia con il consenso entusiasta dei più importanti media italiani. Fortunatamente, cercando tra le pagine dei giornali, si possono ancora leggere articoli come quello di Corrado Stajano pubblicato sul Corriere della sera del 5 giugno, dedicato alle riforme, nodo cruciale del renzismo. Ne riportiamo stralci:

 

«La necessità di fare in fretta e furia le riforme costituzionali è davvero nel cuore degli italiani come viene ossessivamente ripetuto dagli scranni alti e bassi di chi esercita il potere politico? È così dissennata l’opinione che nuove leggi di somma importanza per la struttura e l’essenza stessa di una democrazia parlamentare come la nostra debbano essere portate a compimento soltanto quando i problemi del vivere quotidiano sono risolti e gli equilibri politici e sociali ripristinati? Quelle riforme – il Senato da rendere impotente, soprattutto – non sembrano davvero utili a far sì che milioni di persone abbiano un lavoro, che centinaia di migliaia di giovani all’avventura ritrovino speranza nel futuro, che le imprese possano funzionare senz’affanni, con la dovuta normalità. Hanno piuttosto l’aria di essere un alibi […] Le strombazzate riforme utili, come sembra, a dar maggiori poteri all’esecutivo, non servono a risolvere i nostri mali [….].
Non occorre aver frequentato la London School of Economics per capire che la crisi non è ancora finita, nonostante le vanterie elettorali. Non capita a quegli uomini e a quelle donne – le omologate ministre del governo Renzi, tutte uguali, nel vestire, nell’aspetto, nel porgere, spesso nel non sapere – di guardare i volti preoccupati e ansiosi delle persone, al Nord, al Sud, nelle grandi città, nelle aree metropolitane, nelle piccole città, nei paesi, di entrare in un supermercato, di salire su un tram, di osservare gli operai di una fabbrica al primo turno, alle 6 della mattina, timorosi ogni volta di trovare i cancelli sbarrati perché l’azienda si è trasferita in Polonia, in Corea, altrove. La distanza tra la società politica e i cittadini è incommensurabile. I partiti che hanno rappresentato, fino a una ventina di anni fa, un essenziale polo di aggregazione sociale, esercitano ora una funzione di pura forma al servizio personale di un capo che cerca di togliere di mezzo quel che rallenta i suoi voleri. Si capisce soltanto così la volontà di trasformare il Senato della Repubblica in una qualsiasi e futile assemblea di soci, non più eletti dal popolo, come prescrive la Costituzione, ma scelti e nominati dai vertici istituzionali».

 

Ps. Un’ultima notazione riguarda il Capo dello Stato. La cosa più ironica della vicenda è che la liquidazione della sinistra avvenga mentre sul più alto scranno della Repubblica siede, per la prima volta nella storia italiana, un ex comunista. Uomo di garanzia, Giorgio Napolitano ha tentato di traghettare l’Italia verso la fine della guerra civile della quale è teatro da oltre vent’anni (in realtà dal ’78, anno cruciale nel quale egli si recò negli Usa per cercare di attutire le ostilità americane al compromesso storico). La distruzione del governo di Enrico Letta e delle larghe e piccole intese è stata la sconfitta più evidente del suo tentativo. Con il realismo tipico della sua storia ha immaginato una sorta di ultimo compromesso tra vecchio e nuovo, chiamando Renzi, con procedura anomala, a presiedere un governo che avrebbe dovuto trovare nella maggioranza parlamentare del vecchio Pd un contraltare, con eventuale sponda nel M5S. La liquidazione della sinistra Pd indica che il tentativo era velleitario. Una sconfitta che è anche un destino, segnato al momento in cui la cooptazione di Renzi al governo ha violato, o forzato che dir si voglia, le regole della democrazia. Questione di regole, appunto.