4 Maggio 2015

Friedman, la guerra alla Russia e la Germania

Friedman, la guerra alla Russia e la Germania Tempo di lettura: 5 minuti

Il video che segnaliamo (cliccare qui) gira da alcuni giorni sul web. A parlare a un selezionato pubblico di ascoltatori, i membri del  Council on Global Affairs – uno dei vari think tank americani che tanto ne influenzano la politica estera – è Georges Friedman, analista neocon molto noto e ascoltato.

Friedman ha il merito di parlare in maniera esplicita, anche se è probabile che non si aspettava di essere registrato dato il luogo nel quale si è svolto il suo intervento.

 

Colpisce nel suo dire la chiarezza: di fatto spiega che gli Usa stanno armando pesantemente i Paesi dell’Est Europa (anche se lo «negano») in vista di un confronto aperto più o meno prossimo con la Russia. L’Europa, spiega Friedman, non si illuda di essere speciale: avrà «le sue guerre», che anche se non costeranno centinaia di milioni di morti, richiederanno vittime, tante. Più che una previsione di qualcosa di ineluttabile, le sue parole suonano come un auspicio: senza questi conflitti non si potrà contrastare la Russia.

 

Già, la Russia. Mosca, e il suo legame con Berlino, è il principale obiettivo della strategia disegnata da Friedman. Lo dice chiaramente: «La tecnologia russa ed il capitale tedesco, assieme alle risorse naturali russe e alla manodopera russa, rappresentano l’unica combinazione che da secoli spaventa gli Stati Uniti». Una combinazione che gli Usa devono evitare ad ogni costo.

Così occorre creare attorno alla Russia un «cordone sanitario» che la isoli dall’Europa. Un cordone sanitario che allo stesso tempo – è sotteso nel suo ragionamento – funziona anche in direzione opposta, ovvero deve impedire alla Germania di sviluppare i suoi rapporti con la Russia. Da questo punto di vista quel cenno alla necessità di «sistemare» i rapporti Russia-Germania suona alquanto inequivocabile.

 

Interessante anche la risposta alla domanda sull’estremismo islamico. Friedman non prende neanche in considerazione la domanda, liquidandola con un brevissimo cenno: non è la priorità degli Stati Uniti d’America. E subito inizia a spiegare la strategia dell’impero Usa, il quale domina i mari come mai nessun altro impero nel passato, ma non può aspirare a invadere in maniera permanente nessun Paese. Così deve usare un’altra strategia: mettere gli uni contro gli altri. Ma soprattutto destabilizzare i Paesi che reputa una minaccia agli Stati Uniti d’America.

 

Destabilizzare, non occupare, questo il nuovo modo di fare le guerre. Si tratta di chiudere con le fantasie «psicotiche» del passato, quelle degli interventi militari volti a esportare la democrazia. Friedman spiega che ciò ormai appartiene al passato: oggi è sufficiente destabilizzare in maniera permanente uno Stato.

 

Quel che Friedman descrive non è un modello astratto, ma è la strategia adottata in maniera perfetta in Siria. La Siria, da decenni indicata come “Stato canaglia”, è preda di una destabilizzazione senza fine ad opera di milizie jihadiste legate all’Isis e ad al Qaeda.

Gli Usa, esaurita la spinta della rivoluzione colorata, ora si limitano ad addestrare e ad armare pesantemente i cosiddetti ribelli moderati (semmai esistono), i quali, non è possibile ignorarlo (c’è un limite alla mancanza di intelligenza), una volta addestrati e pesantemente armati entrano in Siria e si arruolano nelle fila dell‘Isis e delle varie organizzazioni armate di stampo jihadista; oppure, attaccate da queste, lasciano loro in dote le armi ricevute dagli americani (da alcuni mesi Aleppo e altre città sono bombardate con nuovi micidiali missili terra-terra made in Usa).

 

D’altronde non ci sono in giro network tanto efficaci come agenti di destabilizzazione come l’Isis o le altre formazioni jihadiste. Non si tratta di denunciare una liason tra Stati Uniti e queste organizzazioni, quanto di percepire il fondo del discorso di Friedman: queste organizzazioni, spiega, non sono un pericolo per gli Usa, il pericolo è altro. Così questi network del terrore possono rappresentare all’occorrenza, il caso siriano è palese, parte delle tante entità che, pur agendo per propri fini, possono risultare utili allo scopo ultimo (quello appunto di destabilizzare un Paese percepito come non organico a un disegno geopolitico “virtuoso”).

 

Se il nuovo credo è «mettere gli uni contro gli altri» (c’è da chiedersi se il conflitto sunniti – sciiti esploso in maniera così virulenta nell’ultimo anno appartenga a questa strategia…) e si applica in base a quanto si trova sul terreno, anche l’Isis o al Nusra possono essere usati alla bisogna, senza per questo siglare alleanze. D’altronde Saddam, spiega Friedman, fu usato contro l’Iran (e l’Iran di Khomeini contro Saddam… una rivelazione non da poco, anche se da verificare, quella di finanziamenti Usa all’ayatollah iraniano). Questo non gli impedì di finire successivamente sotto le bombe Usa, quando la strategia Usa in Medio oriente era cambiata.

 

Ma c’è altro e più inquietante riguardo quel cenno di sollevare un popolo contro un altro popolo: se richiama il romano divide et impera, richiama alla memoria anche qualcosa di più oscuro, ovvero la profezia di Gesù nel Vangelo riguardo l’Apocalisse (“si solleverà popolo contro popolo e regno contro regno…”).

Un richiamo inquietante dati i venti messianici tanto in voga nel mondo (e tra i neocon). Né risulta particolarmente simpatica la parte nella quale, divagando sui governatori messi su da Roma, Friedamn rievoca il solo Ponzio Pilato. Forse è soltanto questione di notorietà, ma certo lascia un po’ interdetti quanti, in particolare cristiani, ricordano quel che accadde durante il suo governo.

 

Ma ovviamente sono solo suggestioni dettate dal discorso di uno strano dottor stranamore più ascoltato di quanto dovrebbe (e purtroppo non isolato). Così torniamo al tema principale toccato dall’analista americano, che resta quello del confronto duro con la Russia.

La strategia dettata è di durata ventennale; quindi Friedman non immagina una guerra a breve, ma un lungo confronto, durante il quale logorare la Russia in una serie di conflitti e spingere la Germania lontana da Mosca.

Da questo punto di vista la fragile tregua di Minsk resta un ostacolo da superare, stante che permette al fronte del dialogo alcuni spazi di libertà.

 

Nel discorso di Friedman resta però una grande incognita: la Cina, mai nominata. Non è una incognita da poco, stante che questa rappresenta l’economia più sviluppata del pianeta e che sta rinsaldando sempre più i suoi legami con la Russia. Quel mix di tecnologia, economia e materie prime tra Berlino e Mosca che Friedman paventa, può avvenire proprio su questo altro asse, tutto asiatico, tra Pechino e Mosca.

Eppure Friedman, che certo non è uno sprovveduto, ignora questa prospettiva. Evidentemente la nascita di una possibile potenza asiatica russo-cinese preoccupa meno di un possibile asse Mosca-Berlino (leggi Europa).

 

Difficile dare risposte a questo apparente paradosso. Anche se a riascoltare il suo intervento, nel quale parla di guerre in Europa, di una Europa che non esiste (esistono i vari Stati europei), di una Germania da «sistemare», si può intravedere l’altro vero nodo del discorso di Friedman, ovvero il rapporto tra la Vecchia Europa e gli Stati Uniti d’America.

In fondo, il problema dell’Impero americano, questo il senso del discorso di Friedman, nei prossimi anni è quello di recidere ogni ingerenza russa in Europa e rendere d’acciaio l’odierno Patto Atlantico che lega gli Usa al Vecchio Continente. Saldo sulle sue basi, il nuovo Impero americano potrà portare a compimento, se ancora non compiuto, il confronto con l’Impero orientale.

Sembra Orwell in 1984, è Georges Friedman nel 2015.