2 Gennaio 2015

Cenni di distensione tra la Corea del Nord e quella del Sud

Cenni di distensione tra la Corea del Nord e quella del Sud Tempo di lettura: 3 minuti

 

«Il leader nordcoreano Kim Jong-un ha affermato di voler tenere colloqui con il presidente sudcoreano Park Geun-hye, sottolineando la necessità di un “grande cambiamento” nelle relazioni tra Nord e Sud. Lo riporta l’agenzia di stampa sudcoreana Yonhap. Nel suo discorso di inizio anno in diretta tv, Kim ha spiegato che Pyongyang “metterà in atto ogni possibile sforzo” per portare avanti il dialogo e la cooperazione con Seul.

“Se si creano l’atmosfera e l’ambiente, non abbiamo motivi per non intraprendere colloqui ad alto livello” se il Sud vuole davvero migliorare le relazioni bilaterali attraverso il dialogo, ha detto il leader nordcoreano». Così un articolo sulla Stampa.

 

Il discorso di Kim Jong-un avviene mentre la Corea del Nord è al centro di una bufera internazionale, mediatica e non solo: la contrarietà espressa dal regime per il film satirico The interwiew, un filmetto da due soldi contro il leader di Pyongyang; il ritiro del film da parte della casa produttrice – la Sony-; la controversia internazionale per questa censura preventiva; l’attacco di hackers che ha messo in ginocchio la Sony, accreditato a internauti del regime; la durissima reazione degli Stati Uniti, che hanno lanciato un attacco informatico contro il Paese responsabile mettendo fuori uso per un’intera giornata i suoi computer.

 

Di questo attacco informatico alla Sony ha scritto anche Viviana Mazza sul Corriere della Sera del 31 dicembre (L’attacco di Hacker alla Sony e l’imbarazzo dell’Fbi), spiegando che in realtà la Corea del Nord «potrebbe non entrarci niente».

La Mazza accenna che della estraneità di Pyongyang a questo attacco «sono convinte diverse agenzie private di cyber-security, che stanno investigando sul caso: una di esse, Norse, sostiene che dietro l’attacco ci sarebbe un’ex dipendente identificata come “Lena”, che avrebbe lavorato dieci anni per la Sony a Los Angeles prima di essere licenziata la scorsa primavera e che avrebbe collaborato con hacker esperti».

 

«[…] Quel che è certo, secondo Norse, è che l’Fbi avrebbe puntato il dito troppo presto contro Pyongyang […] le prove presentate dall’Fbi (gli indirizzi Ip e il malware usati, che riconducono ad attacchi precedenti attribuiti ai nordcoreani) non sono sufficienti – notano gli esperti – perché gli hacker condividono informazioni e strumenti e sono abili a mascherare le impronte digitali. E poi le tracce non conducono tutte nella stessa direzione: per esempio un’analisi linguistica fatta dalla ditta di cyber-security Taia Global indica che le minacce alla Sony sarebbero state scritte da un madrelingua russo». Ancora più significativo il particolare citato dalla Mazza: «all’inizio gli hacker, che si firmano “Guardiani della pace”, chiedevano soldi».

 

Un particolare davvero significativo: che c’entra la richiesta di un riscatto con la trama che è stata raccontata finora? Perché il regime di Pyongyang avrebbe dovuto chiedere soldi alla Sony se l’unica cosa che gli interessava era che il film non uscisse?

La Mazza conclude: «O l’Fbi ha davvero una “pistola fumante” che non ha ancora rivelato oppure ci saranno presto momenti di imbarazzo per l’intelligence». Una chiusura che non ci sentiamo di sottoscrivere purtroppo: c’è stata una reazione imponente degli Stati Uniti, rivendicata in maniera sibillina da Obama, difficile immaginare che qualcuno possa dire: scusate, ci siamo sbagliati…

 

Resta che tutta questa vicenda sta complicando un cammino distensivo tra le due Coree già irto di ostacoli. C’è un popolo separato da una guerra lontana nel tempo che vuole tornare unito. E un regime, quello di Pyongyang, che, aprendosi, può dare sollievo a una popolazione stremata da anni di dura rigidità comunista e altrettanto duro isolamento internazionale.

 

Il crollo del Muro tra le due Coree riveste un significato altamente simbolico. Ne scrivemmo lo scorso agosto in occasione della visita del Papa in Corea del Sud: «La tv di Stato, strettamente controllata dal governo [cinese ndr.], ha osservato che “sbloccare la questione coreana significherebbe sbloccare l’intera partita dell’Asia”»,

 

E ancora: «Pechino, ha scritto l’edizione in inglese del giornale del partito (People’s Daily), “è stanca di perdere la faccia davanti al mondo” per mantenere la sempre più costosa dittatura ereditaria di Kim Jong-un in Corea del Nord, sull’orlo del fallimento a causa della corsa alle armi atomiche. E quindi “la caduta del comunismo di Pyongyang è un argomento di cui Xi Jinping a certe condizioni è oggi disponibile a discutere”».

Partita geopolitica di primaria importanza, che trova sostegno a livello internazionale, ma anche contrasti.