12 Dicembre 2013

Brusca "Il papello finì a Mancino Me lo disse Riina"

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Il mafioso Giovanni Brusca depone al processo per la trattativa Stato-mafia. E conferma l’esistenza di un papello che Riina avrebbe inoltrato al ministro dell’Interno Nicola Mancino. Un passo per il disvelamento della verità.

Colpisce tra l’altro un ulteriore passaggio della sua deposizione: la strage in cui morì Giovanni Falcone fu eseguita per sbarrare la strada al Quirinale a Giulio Andreotti. Secondo il pentito la cosa sarebbe avvenuta perché la mafia aveva ormai abbandonato Andreotti in declino, dal momento che questi non dava più alcuna garanzia, ma su questo punto conviene soffermarsi.

Sui rapporti tra la mafia e Andreotti c’è stato un processo lunghissimo e i giudici hanno stabilito che tra Andreotti e la mafia di Totò Riina non c’era stato alcun tipo di rapporto. Andreotti era stato accusato di aver aggiustato per anni i processi della mafia manovrando la Cassazione, questo il nucleo delle accuse di connivenza tra il senatore e Cosa nostra, ma l’accusa è risultata totalmente infondata. Questo per dire che, sul punto, Brusca dice parte della verità, probabilmente riferendo quella che ipotizza lui o riportando frasi altrui totalmente infondate.

Tra l’altro le due cose dette da Brusca non sono correlate: se da una parte la mafia perde il rapporto con Andreotti, perché avrebbe dovuto impedirgli di diventare Presidente della Repubblica con una strage che gli avrebbe attirato addosso, com’è accaduto, tutta la forza dello Stato? Sarebbe bastato semplicemente cercare altri referenti istituzionali, magari più prossimi ai gangli del potere reale. Insomma, non c’è logica. 

Ma, a parte la boutade sui rapporti Andreotti-mafia, è di supremo interesse la rivelazione riguardo lo scopo dell’omicidio di Falcone, questo sì ormai provato, dal momento che anche l’ex ministro della Giustizia Martelli ha spiegato ai magistrati che l’omicidio Falcone era stato realizzato per sbarrare ad Andreotti la via del Quirinale. Al suo posto, al Quirinale andò Scalfaro, quello che i magistrati di Palermo avevano ipotizzato fosse stato il dominus della trattativa tra Stato-mafia (poi Scalfaro è morto, prima che potesse parlare con i magistrati di Palermo e l’ipotesi accusatoria è sfumata).

Perché colpire Falcone? Per colpire il magistrato più esposto nella lotta alla mafia. Vero, ma forse c’è anche altro. E qui siamo nel campo delle ipotesi, o meglio qualcosa di più: perché Falcone fu il primo a raccogliere il pentimento di un mafioso, tal Pellegriti, che aveva accusato Andreotti di complicità con la mafia. E lo condannò per calunnia. Insomma, è probabile che con Falcone vivo il processo Andreotti non sarebbe mai nato, anche perché il magistrato conosceva bene Buscetta e alcuni dei vari, e stravaganti, pentiti che poi sono stati sbugiardati dal collegio giudicante e non si sarebbe fatto menare per il naso montando un castello di carte tanto vago e aleatorio da essere devastato in sede di giudizio. Insomma, è molto probabile che Falcone, condannando, Pellegriti, abbia firmato la sua condanna a morte.

 

Una nota a margine è forse utile per mettere in rilievo un altro aspetto della sentenza Andreotti: spesso si fa riferimento a quella sentenza spiegando che lo statista Dc sia stato trovato colpevole di connivenza con la mafia fino al 1980. Passaggio che viene adombrato in sentenza, che però richiama, nel caso, la prescrizione. Un passaggio ambiguo, un nodo forse volutamente non sciolto, dal momento che se fosse stato accertato quel rapporto, non si poteva non condannare chi fosse stato complice di reati che vanno dallo spaccio di droga all’omicidio, reato quest’ultimo per il quale non esiste prescrizione. Il vero motivo di questa ambiguità risiede forse in altro: negli anni del processo di Palermo, Andreotti era finito alla sbarra anche a Perugia accusato dell’omicidio Pecorelli, che sarebbe stato realizzato grazie ai rapporti tra l’imputato e la mafia. L’appello di Perugia, ribaltando il primo grado, aveva condannato Andreotti. La Cassazione di Palermo interviene dopo la condanna di Perugia, che di fatto la condiziona: se i giudici della Corte avessero definitivamente assolto Andreotti, avrebbero sbugiardato i giudici di Perugia. Forse è per questo che si è scelto una via mediana, un po’ ambigua, che assolveva Andreotti nel processo, ma lasciava aperta la possibilità che fosse colluso con la mafia fino al 1980. Carmine Pecorelli era stato ucciso nel 1979, così la Cassazione di Palermo lasciava aperta la possibilità che i giudici di Perugia avessero giudicato secondo verità. Il problema è che poi la Cassazione fece a pezzi la sentenza di Perugia, assolvendo l’imputato, ma quell’ombra, maturata in circostanze tanto particolari, e tanto conflittuali, è rimasta. E di tanto in tanto viene agitata, e allargata anche agli anni successivi, da chi non si rassegna al fatto che tanto lavoro investigativo (in realtà le indagini furono poche, si preferì la moltiplicazione dei pentiti a ognuno dei quali veniva posta la domanda: e di Andreotti che ci dice?), non ha prodotto nulla. Il bello è che sono gli stessi ambienti che in altre circostanze, vedi processo Berlusconi e altro, si indignano richiamando i loro avversari al rispetto delle sentenze.

Ricostruzioni giornalistiche e film ad hoc (vedi Il divo o il recente La mafia uccide d’estate) hanno dato ulteriore corpo alla leggenda nera. Una leggenda che sarà tramandata ai posteri. E dalla quale il protagonista, ormai morto, non può più difendersi. Facendo un brutto servizio non solo alla storia, ma anche al Paese, nascondendo dietro cortine fumogene la realtà. D’altronde è accaduto per la strategia della tensione, per il delitto Moro e per altre vicende oscure della recente storia italiana.

Ma su questo, e altro, torneremo.