15 Maggio 2013

Mario Schifano, Biciclette 1982

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È tempo di Giro d’Italia. E chi ama il ciclismo non può non amare Mario Schifano. Lui, pittore ciclista, ha fatto più volte delle biciclette il soggetto delle proprie opere. La più famosa è quest’opera lunga e bassa dipinta nel 1982. Nel 1989 venne addirittura chiamato dagli organizzatori del Tour de France per disegnare il set delle maglie, da quella gialla sino a quella bellissima con lingua di fuoco per gli sprinter. In verità la bicicletta per Schifano è molto più che un soggetto, per quanto molto amato; è uno specchio dell’anima. Guardate questa grande tavola: l’elemento che spicca è certamente la rotondità bizzarra e un po’ anarchica delle ruote. Sono cerchi perfetti, tracciati certamente con l’aiuto di qualche strumento tecnico; cerchi che saltellano intemperanti e disordinati, quasi non riuscissero a tenere a freno la loro stessa velocità. Testori, in una straordinaria recensione pubblicata sul Corriere della Sera, disse che le bici di Schifano gli sembravano degli aquiloni. L’immagine è perfetta, perché introduce la categoria chiave della sua pittura: la leggerezza. Schifano è un artista che non conosce mai la dimensione della fatica, del “peso”. La pittura gli scorre immediata tra le dita, così come una bici fila sulla strada senza apparenza di sforzo. La sua pittura è insaziabile, proprio come la bici che si mangia i chilometri: tutt’e due corrono sempre in avanti, aggiungendo immagini ad immagini o strada ad altra strada. Pittura e ciclismo sono anche fenomeni di quantità: più tele o più chilometri accumulano e più stanno bene e si sentono forti. Pittura e ciclismo sono pratiche veloci, disinvolte, intelligentemente leggere. È sbagliato pensare all’artista angosciato nelle incertezze della creazione, così come al ciclista spaventato da una pendenza eccessiva. Al contrario l’uno e l’altro sono creature che hanno sempre fame di creare e di correre; e che solo a quella condizione si sentono felici. È bellissimo quel che ricorda Monica De Bei, sua moglie (che era stata anche sua allieva): «Schifano era molto veloce, senza ripensamenti. Era meraviglioso quando già alla prima stesura del colore di base sulla tela vedevi con chiarezza che sarebbe uscito un quadro pulito. Era pericolosa quella felicità di esecuzione, ti dava l’illusione che anche tu avresti potuto esprimerti così semplicemente».

Schifano ha tappezzato la sua esistenza di immagini, con la curiosità di un bambino e insieme con l’ansia di un innamorato che non vuol farsi scappare nulla e vuole abbracciare tutto ciò che la vita gli porta incontro. Ha srotolato colori sulle tele, in un esercizio continuo di libertà e fantasia, annodando e associando pezzi di realtà. Come un ciclista gli interessava solo quello che aveva davanti, e, come spesso ripeteva, non accettava «i ricatti del passato». Schifano correva sempre, con la felicità in gola. Come si può non amare un pittore così?