26 Aprile 2013

"Assad ha usato i gas" Il dilemma degli Usa sulla linea rossa in Siria

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Nel conflitto siriano sarebbero state usate armi chimiche. È la notizia che circola in questi giorni tra le cancellerie occidentali, a seguito di informazioni di intelligence. L’amministrazione Usa è cauta, ricordando quanto successe in Iraq quando informazioni analoghe, riguardanti le presunte armi di distruzione di massa in mano a Saddam Hussein, risultarono false. Allo stesso tempo Obama non può ignorare i dossier che gli vengono messi sul tavolo. In particolare dopo aver avvertito, mesi fa, che l’eventuale uso di armi chimiche da parte del governo siriano avrebbe comportato un intervento più deciso dell’Occidente a sostegno dei cosiddetti ribelli siriani.

E però c’è qualcosa di stonato in questo allarme: Damasco aveva avvertito da tempo che i ribelli erano in possesso di quantitativi di armi chimiche e che li avrebbero usati allo scopo di incolpare il regime. E sulle segnalazioni sull’uso di armi chimiche in due diverse occasioni, a Homs e Aleppo, le nazioni Unite sono state avverite da tempo.

Perché ora rilanciare di queste accuse? Forse perché la guerra resta in stallo e si tenta di dare una svolta? Forse perché si teme che il prossimo incontro Obama-Putin, previsto per giugno, possa davvero segnare un momento di svolta al conflitto attraverso una Yalta siriana? Domande che troveranno risposta, forse, nel tempo.

Di certo questa notizia ne ha oscurata un’altra ben più fondata: il rapimento di due vescovi ortodossi da parte dei presunti ribelli, crimine che getta un’ombra sulla cosiddetta guerra di liberazione siriana. A tre giorni dal sequestro, i quotidiani italiani, a parte Avvenire e qualche giornale cattolico, ancora non hanno speso una riga sull’accaduto. Un dato inquietante.