14 Maggio 2013

Papa Francesco: figlio della speranza della Chiesa Ambrosiana

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«Voi, Figli carissimi, siete Cristo per Noi. E Noi che abbiamo la formidabile sorte d’essere il Vicario di Cristo nel suo magistero della verità da Lui rivelata, e nel suo ministero pastorale nell’intera Chiesa cattolica, Noi Ci inchiniamo davanti a voi e vogliamo ravvisare Cristo in voi quasi redivivo e sofferente: non siamo venuti per avere le vostre filiali, e pur gradite e commoventi acclamazioni, ma siamo venuti per onorare Cristo in voi, per inchinarci perciò davanti a voi, e per dirvi che quell’amore, che tre volte Gesù risorto richiese da Pietro, di cui Noi siamo l’umile e l’ultimo Successore, quell’amore a Lui in voi, in voi stessi lo tributiamo. Noi vi amiamo! Come Pastori, cioè come associati alla vostra indigenza e come responsabili della vostra guida, del vostro bene, della vostra salvezza. Noi vi amiamo con un’affezione preferenziale; e con Noi vi ama, ricordatelo bene, ricordatelo sempre, la santa Chiesa cattolica […] Voi ora Ci ascoltate in silenzio; ma Noi piuttosto ascoltiamo il grido che sale dalle vostre sofferenze e da quelle della maggior parte dell’umanità».

Linguaggio aulico, quello di Paolo VI, in questa omelia, come usava all’epoca: era l’agosto del 1968 e l’occasione era una messa celebrata per i campesinos colombiani. Ma togliete l’arcaismo del linguaggio e sembra di rivivere quel momento dello scorso marzo che ha commosso il mondo, quando il nuovo vescovo di Roma, appena eletto, si è inchinato davanti al popolo di Dio chiedendo di pregare il Signore per lui.

Linguaggio aulico, certo, quello di Montini, ma quante similitudini con quanto fa e dice papa Francesco: l’immagine (due volte ripetuta) del Vescovo di Roma umilmente in ginocchio davanti al popolo di Dio, al cospetto dell’umanità sofferente che è quasi figura del Signore Gesù, di quel Cristo al quale Pietro desidera tributare la sua triplice risposta d’amore («Noi vi amiamo!», dice tre volte ai campesinos, come Pietro a Gesù sulle rive del Lago di Tiberiade); il Pastore associato all’indigenza del proprio gregge (che ha «l’odore del gregge», direbbe oggi Papa Francesco); l’«affezione preferenziale» per i poveri che unisce il cuore del buon pastore a quello degli “ultimi”.  Rimandi che mettono in luce una prossimità profonda tra il Papa figlio della tradizione ambrosiana e il nuovo Papa venuto dalla Chiesa latinoamericana.

Non è un mistero che Giovanni Battista Montini, illustre figlio della Chiesa lombarda al quale Pio XII affidò la Cattedra di Ambrogio, ebbe sempre nel cuore la cristianità dell’America latina. Si potrebbero citare molti altri esempi in questo senso, oltre a quello che abbiamo posto come incipit di questo articolo.

Piace in questa sede riportarne almeno un altro: l’esortazione di Papa Paolo VI rivolta al Consiglio Generale della Pontificia Commissione per l’America Latina (1966), nella quale chiedeva ai membri dell’organismo vaticano di favorire lo «sviluppo delle intrinseche forze della Chiesa nell’America Latina […] né soltanto per sé, ma altresì per rispondere a quella vocazione apostolica che la Divina Provvidenza chiaramente le assegna per le sorti future del Vangelo nel mondo». Parole che lette adesso, dopo l’elezione di papa Francesco, hanno il sapore di profezia.

E, nel solco dei gesti compiuti da Paolo VI, è denso di significato il fatto che il Patriarca ecumenico di Costantinopoli, sua santità Bartolomeo I, sia stato presente alla messa di inizio del ministero petrino del nuovo vescovo di Roma, sulla scia dello storico incontro tra Papa Montini e Atenagora del 1964. E nella stessa prospettiva può essere vista la recente visita di Tawadros II, capo della Chiesa ortodossa Copta d’Egitto, a papa Francesco, quarant’anni dopo lo storico incontro tra Paolo VI e Shenouda III.

In questa vicenda di rimandi da un Pontefice all’altro, ve n’è uno non certo secondario. Quel viaggio apostolico in Colombia di Paolo VI si svolse nell’agosto del 1968: Montini volle metterlo in agenda subito dopo la conclusione dell’Anno della Fede, indetto nella festività dei santi Pietro e Paolo dell’anno precedente. E non sembra una scelta casuale quella di visitare il Sud America subito dopo la conclusione dell’Anno della Fede.

Oggi un papa latinoamericano ha il compito di portare a termine un altro Anno della Fede, quello proclamato da Benedetto XVI lo scorso ottobre (riprendendo, dopo quarantacinque anni, la felice intuizione di Paolo VI).

Da un anno della Fede all’altro, da un Papa all’altro, nel solco di una Tradizione e di una successione apostolica che il Signore pone attraverso vie misteriose quanto provvidenziali. Così che il nuovo vescovo di Roma, figlio della Chiesa latinoamericana, appare allo stesso tempo figlio della speranza di quella Chiesa ambrosiana, della quale Montini fu eminente rappresentante.

Quel Montini che in un’omelia del 29 giugno 1972, durante la messa in occasione del IX anniversario della sua incoronazione, parlò del «fumo di Satana» che da qualche fessura era penetrato nella Chiesa. Fumo che, a quanto pare, non si è diradato, se papa Francesco, in un’omelia alla Casa Santa Marta del 30 aprile (una della tante nelle quali ha parlato del diavolo), ha affermato: «Se vogliamo che il principe di questo mondo non prenda la Chiesa nelle sue mani, dobbiamo affidarla all’Unico che può vincere il principe di questo mondo», Gesù, l’unico vero timoniere della barca di Pietro, che la conduce, tra le tribolazioni del mondo e le consolazioni del cielo. Lungo una rotta disegnata dal Signore, imperscrutabile agli uomini e, proprio per questo, più felice.

13 Marzo
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