5 Aprile 2013

La povertà, l'essenziale e la carne del mondo

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Piccola controversia sul Corriere della Sera. Il 4 aprile Piero Ostellino si augurava che la politca non seguisse il pauperismo di Papa Francesco, al quale, il giorno seguente, risponde il gesuita Gabriele Semino della comunità san Michele, di Cagliari. Al di là della polemica (purtroppo ben altri e più forti contrasti sono destinati all’attuale Pontificato), piace riportare parte della risposta del sacerdote, il quale spiega al suo interlocutore che la povertà (e non il pauperismo) «in sé… non è il cuore della missione della Chiesa. Il popolo dei credenti cerca, con fatica e in modo lieto di gustare la salvezza donata dal suo Signore (che in questi giorni pasquali viene annunciata in modo ancora più diretto e cristallino). Questo è il cuore, un dono accolto e una gratitudine testimoniata nell’annuncio ad altri, per aiutarli a vivere la stessa esperienza. La povertà è solo uno strumento, un mezzo per rendere più chiaro ed evidente il debito di riconoscenza e il primato di ciò che è essenziale, il rapporto personale e comunitario con quel Dio che Gesù Cristo rivela e la nuova fraternità che inaugura». E, nelle conclusioni scrive, «il Cardinale Tagle (Arcivescovo di Manila) nel libro Gente di Pasqua (ed. EMI, di recente pubblicazione) ricorda come la Chiesa, il Papa e ogni credente siano gente di Pasqua. Non di pauperismo a fini di marketing. L’aspetto sociale della Chiesa (anche nelle sue strutture) o risponde a quello stile di popolo pasquale (che poi è lo stile che papa Francesco sta incarnando) o ne diviene il più smaccato tradimento. Che poi Dio, la Chiesa e il Papa diventino per molti, credenti e non, un aiuto per vivere gli stili di vita laicale è conseguenza della logica dell’incarnazione: la Chiesa si trova immersa nella contemporaneità non suo malgrado, ma perché senza la carne del mondo il Vangelo non si può fare carne nel mondo».

Nota a margine. Piace che Ostellino, pur non convinto dalla missiva del gesuita e ribadendo i suoi concetti in una replica successiva, scriva: «non mi spiacerebbe se Padre Semino pregasse anche per me» quel Dio che, «a mio avviso, rimane troppo severo agli occhi di un non credente, di un liberale scettico come me». Senza saperlo, e al di là delle contrapposizioni, quel cenno è una delle aperture più grandi che un laico possa fare. A quel Dio che è infinitamente più misericordioso di quanto un uomo, credente o non credente che sia, possa immaginare.