25 Marzo 2013

Il cardinale Bergoglio: peccatori sì, ma che non si stancano di chiedere perdono al Signore

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Rembrandt, il figliol prodigo

«Ci farà bene tornare a ripeterci l’un l’altro: “Peccatore sì, corrotto no!”, e dirlo con timore, perché non succeda che accettiamo lo stato di corruzione come fosse un peccato in più. “Peccatore sì”. Che bello poter sentire e dire questo, e allo stesso tempo immergerci nella misericordia del Padre che ci ama e ci aspetta ad ogni istante. “Peccatore sì”, come diceva il pubblicano nel tempio (“O Dio, abbi pietà di me peccatore!” Lc 18,13); come lo provò e lo disse Pietro, prima con le parole (“Allontanati da me, Signore, che sono un peccatore” Lc 5,8) e poi con le lacrime al sentire il canto del gallo quella notte (…). “Peccatore sì”, come Gesù ci insegna con le parole del figliol prodigo: “Ho peccato contro il cielo e contro di te” (Lc 15,21) e dopo non seppe continuare il discorso perché rimase ammutolito dal caldo abbraccio del padre che lo aspettava. “Peccatore sì” come ce lo fa dire la Chiesa all’inizio della messa ed ogni volta che guardiamo il Signore crocifisso. “Peccatore sì” come lo disse Davide quando il profeta Natanaele gli aprì gli occhi con la forza della profezia (2 Sam 12,13). Ma quanto è difficile che il vigore profetico sciolga un cuore corrotto! É talmente arroccato nella sua autosufficienza da non permettere di farsi mettere in discussione. “Accumula tesori per sé e non arricchisce davanti a Dio” (Lc 12, 21)». È un brano di una lettera scritta dall’allora cardinale Jorge Mario Bergoglio alla sua diocesi e pubblicata sull’Avvenire del 24 marzo.

Continua la lettera di Bergoglio: «Non bisogna confondere peccato con corruzione. Il peccato, soprattuto se reiterato, conduce alla corruzione, non però quantitativamente (tanti peccati fanno un corrotto) ma piuttosto qualitativamente, con il generarsi di abitudini che vanno deteriorando e limitando la capacità di amare, ripiegando ogni volta di più i riferimenti del cuore su orizzonti più vicini alla sua immanenza, al suo egoismo (…). Potremmo dire che il peccato si perdona, la corruzione non può essere perdonata. Semplicemente per il fatto che alla radice di qualunque atteggiamento corrotto c’è una stanchezza della trascendenza: di fronte al Dio che non si stanca di perdonare, il corrotto si erge come autosufficiente nell’espressione della sua salvezza: si stanca di chiedere perdono».