15 Marzo 2013

Marc Chagall, Crocifissione bianca

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Ammetto di non avere mai molto amato Chagall (in particolare l’ultimo Chagall), ma dopo che un papa come Francesco ha rivelato che il suo quadro preferito è proprio uno Chagall, conviene lasciar da parte ragioni personali. Il quadro è datato 1938 (quindi ancora del primo periodo del pittore di orgini russe) e si intitola Crocifissione bianca. Più che una rappresentazione questa tela propone una vera narrazione: Chagall, ebreo, vuole raccontare le persecuzioni che la sua gente stava subendo, e per dare più forza al tutto mette sorprendentemente al centro la figura di Cristo crocefisso. La narrazione può iniziare da sinistra, dove un gruppo di rivoluzionari in bandiera rossa marcia su una villaggio in fiamme; avanzando in senso antiorario troviamo un gruppo di persone che sta cercando salvezza scappando su un battello: la concitazione dei gesti rende con immediatezza la drammaticità della situazione. Altri, invece, nell’angolo stanno scappando dalla scena ma anche quasi dal quadro, per portare in salvo i rotoli della legge. Passata la menorah (il candelabro a 7 braccia), si vede un’altra donna che fugge con un bambino e un uomo che si porta in salvo con un magro sacco sulle spalle. Salendo si incontra l’altra polarità della persecuzione: un militante nazista sembra danzare trionfante dopo aver dato fuoco alla sinagoga. Poco sopra una donna e due rabbini piangono disperatamente fluttuando nell’oscurità causata dal fumo dell’incendio. Il cerchio si chiude nel particolare più toccante e disarmato della storia: tre personaggi del Vecchio Testamento piangono e si disperano guardando il disastro che là sotto gli uomini hanno combinato. Ma, messo di fronte a questa insostenibile quantità di dolore, la libera fantasia di Chagall approda a quell’immagine, così poco ortodossa rispetto alla sua religione, che sola esprime l’idea di una presenza di Dio davanti alla sofferenza degli uomini. È il grande Crocifisso bianco, bianco per il cono di luce che dall’alto scende su di lui. Con un sorprendente e poetico tocco di sincretismo Chagall riveste Gesù non con il consueto perizoma, ma con un tallit, il tipico scialle ebraico.

Con Chagall tutto questo rimescolamento avviene in assoluta naturalezza, sul fondo di quel bianco che ha sì un aspetto freddo e drammatico, ma che alla fine fa da  amalgama. La sua pittura è libera, com’è libero il suo cuore che d’istinto allaccia relazioni impreviste, che associa tradizioni, storie, simboli: lui ha una fortunata vocazione a non farsi intimidire dalle differenze e a non vedere gli steccati. A cogliere le affinità piuttosto che le opposizioni. In questo si capisce perché possa piacere al nuovo vescovo di Roma.