6 Marzo 2013

La certezza della gnosi e quella della fede bambina

Tempo di lettura: 15 minuti

Giardino d’infanzia, “Gino Capponi” di Firenze. Patrimonio fotografico dell’Indire, licenza creative commons

È una catechesi di don Giacomo Tantardini. Una delle tante, che hanno commosso il cuore delle persone che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo o di leggerne le stesure successive. E però questa era particolarmente cara al suo cuore. Perché l’ha tenuta a lungo sulla sua scrivania di 30giorni, in particolare negli ultimi mesi della sua vita. Come di cosa sulla quale tornare a posare gli occhi, di tanto in tanto, a cercare spunti di sviluppo nuovi e diversi. Ci è venuta in mente rileggendo il Notes che abbiamo pubblicato il 4 marzo, perché molte delle cose lì accennate (in particolare l’articolo di 30giorni cui si rimanda), sono qui ripetute in maniera diversa e commovente: cenni di giudizio e di conforto particolarmente attuali. La pubblichiamo quasi integralmente.

 

 

Roma, 16 febbraio 2011

Scuola di comunità su Il Senso Religioso

Angelus

Oggi volevo iniziare la prima premessa de Il Senso Religioso [L. Giussani, Il Senso Religioso, Jaca Book, Milano 1986]. Qui la cosa importante è la parola che viene usata: realismo. Prima premessa: realismo (pp.11-21). E qui c’è la frase di Alexis Carrel che tante volte chi ha letto questo libro, chi ha fatto incontri su questo libro, avrà ascoltato: «Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore. Molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità» (p.11). L’osservazione permette di riconoscere la realtà che viene incontro. La prima evidenza è la realtà di cui l’uomo, innanzitutto con i suoi sensi, con l’osservazione, prende nota, si accorge. E ancora: «La nostra è un’epoca di ideologie, nella quale cioè invece che imparare dalla realtà in tutti i suoi dati […] si cerca di manipolare la realtà secondo le coerenze di uno schema fabbricato dall’intelletto» (p.11). All’inizio della seconda pagina, Giussani parla di «osservazione intera, appassionata, insistente del fatto, dell’avvenimento reale» (p.12). Il realismo consiste in questa «osservazione» della realtà «intera, appassionata, insistente».

Per aiutare a percepire cosa sia realismo (che è una parola che anche sui giornali si usa) mi è venuto in mente di raccontare… e lo spunto mi è stato dato soprattutto dalla catechesi di papa Benedetto su santa Giovanna d’Arco. Così che poi tenterò di rileggere alcuni brani di Péguy da Il mistero della carità di Giovanna d’Arco [Ch. Péguy, I Misteri, Jaca Book, Milano 1978]. Il Papa, parlando di Giovanna d’Arco cita Péguy: «Il mistero della carità di Giovanna d’Arco, che aveva tanto affascinato il poeta Charles Péguy, è questo totale amore di Gesù, e del prossimo in Gesù e per Gesù».

Ma, prendendo spunto da quello che il Papa ha detto su santa Giovanna d’Arco, vorrei iniziare raccontando quella che, secondo me, potremmo indicare come una “svolta”, una “conversione”… Papa Benedetto, a Pavia, parlando di sant’Agostino, ha detto che nella vita di sant’Agostino ci sono come tre conversioni. E l’episodio di Giussani che adesso racconto mi sembra che si possa intendere come una svolta, come una conversione nella vita di Giussani. Si tratta, se non sbaglio, dell’ultimo incontro privato di Giussani con Giovanni Paolo II, quando il Papa diceva a Giussani che il pericolo per la fede era l’agnosticismo. Tante volte Giussani aveva definito l’agnosticismo: «Dio, se c’è, non c’entra». Questo è l’agnosticismo: anche se Dio ci fosse, non c’entra con la vita. Papa Giovanni Paolo II diceva che questo agnosticismo era il pericolo per la fede. Un Dio che non c’entra con la vita. E Giussani, nella libertà dei figli di Dio che della fede è una delle espressioni umanamente più affascinanti, ha risposto al Papa: «No, Santità. Non l’agnosticismo, ma lo gnosticismo è il pericolo per la fede cristiana». Eravamo nel ’91-’92. E, secondo me, questa intuizione ha come comportato per Giussani quella che, usando la parola di papa Benedetto per sant’Agostino, si può anche chiamare una conversione. E, usando un’altra parola, si può chiamare una svolta.

Tutto quello che Giussani ha comunicato è racchiuso nell’esperienza che lui stesso chiamava «il mio seminario». Tutta l’esperienza di fede che ha tentato nella semplicità di comunicare era già tutta racchiusa nella fede che la mamma e il papà (anche se non praticante) gli avevano trasmesso e che le vicende della sua giovinezza avevano per grazia così fatto fiorire. Quindi quando parlo di “conversione” non si tratta certamente di una aggiunta dall’esterno.

D’altra parte però l’interlocutore della critica di Giussani all’inizio è stato l’agnosticismo. Il senso religioso ha come interlocutore critico il Dio astratto dell’illuminismo. Ha come interlocutore della critica di Giussani l’agnosticismo e il laicismo. Negli ultimi quindici anni della sua vita è evidente che l’interlocutore è lo gnosticismo. Non l’agnosticismo, ma lo gnosticismo. E l’intervista dell’aprile ’92 sulla «persecuzione cruenta» nei confronti di «coloro che si muovono nella semplicità della Tradizione» può essere considerata il segno della svolta [L. Giussani, Un avvenimento di vita, cioè una storia (introduzione del cardinale Joseph Ratzinger) Edit – Il Sabato, Roma 1993]. Ripeto, questo non ha aggiunto nulla all’esperienza della fede, che era tutta raccolta in quello che Giussani chiama «il mio seminario». «L’esperienza della fede del mio seminario». Ma chiaramente è come se fosse stata una svolta sull’interlocutore che contesta questa fede, sull’interlocutore che questa fede ha di fronte.

Con la parola agnosticismo, citando la frase di Cornelio Fabro, Giussani indicava la separazione tra la fede e la vita… Negli anni Ottanta Giussani ha fatto diverse conferenze nelle università per indicare come pericolo sia l’agnosticismo sia, all’interno della Chiesa, la riduzione protestante dell’avvenimento cristiano a parola [L. Giussani, La coscienza religiosa dell’uomo moderno, Jaca Book, Milano 1985]. E con la parola agnosticismo indicava, ripeto, «Dio, se c’è, non c’entra» e se non c’entra con la vita è come se non ci fosse…

Per suggerire che cosa vuol dire la parola gnosticismo (o gnosi, anzi, meglio, falsa gnosi) vi leggo il salmo delle Lodi di questa mattina. Perché vorrei suggerire cosa significa gnosticismo in maniera esistenziale, così che possa essere di conforto e utile a tutti. È il salmo 76. Ne leggo solo alcuni versetti: «Nel giorno dell’angoscia io cerco il Signore, tutta la notte la mia mano è tesa e non si stanca; io rifiuto ogni conforto. Ripenso ai giorni passati, ricordo gli anni lontani. Forse Dio ci respingerà per sempre, non sarà più benevolo con noi? È forse cessato per sempre il suo amore, è finita la sua promessa per sempre? Può Dio aver dimenticato la misericordia, aver chiuso nell’ira il suo cuore? E ho detto “questo è il mio tormento: è mutata la destra dell’Altissimo”». Lo gnosticismo è il tentativo di fuggire da questo tormento. Il tentativo di fuggire dall’insicurezza in cui la vita cristiana vive. Il tentativo di fuggire da questo tormento e da questa insicurezza. Il famoso libro di Voegelin [Il mito del mondo nuovo. Saggi sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo, Rusconi, Milano 1990] dice che la nascita dei movimenti gnostici è il tentativo di fuggire da questa insicurezza «fabbricando» una «certezza vana e non pia»: sono le stesse parole di Giussani: «…si cerca di manipolare la realtà secondo le coerenze di uno schema fabbricato dall’intelletto» (p.11), ed è l’immagine che suggerisce il Concilio di Trento quando condanna il costruire in se stessi una certezza vana e non pia.

Questa certezza non pia si può esprimere con queste parole: la presenza c’è sempre. C’è un modo di affermare che la presenza c’è sempre, che la presenza c’è qui e ora, che è espressione di una certezza non pia. Per sfuggire al tormento di cui parla il salmo, per sfuggire a questa insicurezza… «Ricordo le gesta del Signore, ricordo le tue meraviglie di un tempo. Mi vado ripetendo le tue opere, considero tutte le tue gesta…» ma «questo è il mio tormento: “è mutata la destra dell’Altissimo”». Un tempo il Signore ha agito, ma adesso non si vede il Suo agire, adesso non si manifesta la Sua onnipotenza. Per sfuggire a questa mancanza (Péguy la chiama «indigenza di grazia») si costruisce un’idea. Si tenta di rendere idea la Sua presenza. Idea eterna la Sua presenza. Per sfuggire all’insicurezza del Suo storico manifestarsi si costruisce da noi una certezza non pia, stabilendo, decidendo in noi stessi, da noi stessi (… apud semetipsos statuere…) che la presenza c’è sempre. Per cui il poeta Giorgio Caproni, in una sua poesia, davanti a un prete che continuava a gridare: «Cristo è qui! È qui! / LUI! Qui fra noi! Adesso! / Anche se non si vede! / Anche se non si sente!”», commenta: «La voce era repellente». La gnosi, lo gnosticismo è il tentativo di rendere idea perenne, presente qui e ora, la presenza libera del Signore, il Suo libero manifestarsi.

Non so se sono riuscito a suggerire quello che avevo in cuore di suggerire. In termini, per così dire, positivi: la gnosi è il tentativo di costruire una certezza non pia che toglie, che evita l’unica posizione pia dell’uomo di fronte al Mistero che si rivela, e cioè l’abbandono del bambino che domanda, attende, riconosce. La gnosi è il tentativo di rendere la Sua presenza un’idea, in modo tale che la preghiera non sia l’unica posizione in cui la fede vive. E, ripeto, questo per evitare l’insicurezza, per evitare il tormento della domanda: in passato ha compiuto miracoli, ma oggi dove compie i miracoli? Per evitare questo tormento, ripeto la parola del salmo, per evitare questa insicurezza si afferma che c’è. Ma è l’uomo che stabilisce che c’è, che c’è sempre ed è l’uomo che deve convincersi che c’è, che c’è sempre. La certezza vana e non pia è una costruzione dell’uomo. Invece la certezza pia è l’abbandono del bambino. Perché il bambino è certissimo che la mamma c’è, quando piange perché la mamma non è vicina. Non piangerebbe, se non fosse certo che la mamma c’è. Ma è un’altra certezza, data, donata, non decisa da noi. E proprio perché sicuro che la mamma c’è, piange perché non è vicina. Invece una certezza costruita è letteralmente il contrario della certezza del bambino.

La certezza della fede è l’abbandono del bambino. Non piangerebbe se, senza possedere niente, senza costruire niente, non fosse sicuro che la mamma c’è. E non la chiamerebbe e non l’aspetterebbe. La preghiera come domanda che venga vicino e si manifesti, la preghiera come attesa che venga e si manifesti, la preghiera è il segno della certezza della fede. Come per il bambino che piange sicurissimo che la mamma c’è. Ma non la certezza costruita dall’uomo per evitare l’insicurezza del pianto e della domanda.

Da questo punto di vista leggo questo brano del Papa: «La verginità dell’anima è lo stato di grazia, valore supremo, per Giovanna più prezioso della vita: è un dono di Dio che va ricevuto e custodito con umiltà e fiducia. Uno dei testi più conosciuti del primo Processo riguarda proprio questo: “Interrogata se sappia d’essere nella grazia di Dio, risponde: Se non vi sono, Dio mi voglia mettere; se vi sono, Dio mi voglia custodire in essa”». Questa è la certezza del bambino. Non dice che è in grazia di Dio. Nessuno è certo della salvezza eterna, come certezza costruita da sé. Certezza non pia. Una certezza non pia (per usare l’espressione bellissima del Papa, una settimana fa, parlando dell’unità dei cristiani) è una certezza che non abita nella preghiera. Una certezza non pia è una certezza che non abita nella preghiera. Invece Giovanna d’Arco risponde «se non vi sono, Dio mi voglia mettere, e se vi sono, Dio mi voglia custodire in essa». Così Giovanna d’Arco, quando viene interrogata nel processo. Processo di cui il Papa dice cose bellissime: agli ecclesiastici che l’hanno interrogata «mancava la carità e l’umiltà di vedere in questa ragazza l’azione di Dio». «Vengono alla mente le parole di Gesù secondo le quali i misteri di Dio sono rivelati a chi ha il cuore dei piccoli, mentre rimangono nascosti ai dotti e ai sapienti che non hanno l’umiltà. Così, i giudici di Giovanna sono radicalmente incapaci di comprenderla, di vedere la bellezza della sua anima». Comunque Giovanna, prima di essere interrogata, prega così, ed è una preghiera bellissima: «Dolcissimo Dio [qui si rivolge a Gesù], in onore alla vostra santa Passione, vi chiedo, se voi mi amate [che costa stupenda è questo «vi chiedo se voi mi amate …»] di rivelarmi come devo rispondere a questi uomini di Chiesa». «Vi chiedo se voi mi amate …»: la fede cristiana è un rapporto tra la libertà, la povera libertà dell’uomo, del bambino e la libertà del Signore. Se voi mi amate. «Da questo saprò che Tu mi ami, se non trionfa su di me il mio nemico» (Salmo 40). Non è la certezza a priori che mi ama. «Da questo», dice il salmo, «saprò che Tu mi ami, se non trionfa su di me il mio nemico». Non dice «se il mio nemico non mi fa cadere».«Quando cade, non è lasciato a terra, perché il Signore lo tiene per mano» (Sal 36).  E lo solleva. Ma dice «se non trionfa su di me il mio nemico». «Da questo saprò che tu mi ami» dice il salmo.

E il Papa continua, ed è questa la cosa che più mi ha colpito, dicendo che Gesù è visto da Giovanna «come il Re del Cielo e della Terra». Tanto è vero che nello stendardo di quando ha combattuto a Orléans, in quei mesi in cui ha guidato l’esercito francese, «Giovanna fece dipingere l’immagine di “Nostro Signore che tiene [in mano] il mondo». La gnosi è come svuotare il Padre Nostro della domanda che il Suo nome, che il Suo regno, che la Sua volontà sia fatta «come in cielo così in terra». Che il Suo nome, il Suo regno, la Sua volontà avvenga come in cielo, cioè nel cuore degli eletti, «così in terra». Non solo in cielo, non solo nell’eternità, ma anche «così in terra». «Così in terra» è un manifestarsi storico. «Così in terra» non si può costruire. «Così in terra» non si può possedere. «Così in terra», per usare le ultime parole pubbliche di Giussani, prima della morte, la vigilia di Natale del 2004 «è una scommessa affidata alla preghiera». Il «così in terra» non può essere costruito, è «una scommessa affidata alla preghiera». Per evitare la scommessa del «potere di Dio nel tempo» affidata alla preghiera si proclama gridando che Egli è qui ora. «La voce era repellente».

Anche il Curato d’Ars, indicando il tabernacolo, diceva «Egli è là», ma lo diceva piangendo. La differenza è tutta qui. Lo diceva piangendo di commozione. «Lacrimae confessionis/ Lacrime di riconoscimento», dice Agostino. La gnosi dice le parole cristiane, tutte le parole cristiane, ma non le dice da bambino. Non le dice da piccolo. Il bambino le dice tutto sospeso al rivelarsi di quella presenza. Anche il santo Curato d’Ars diceva «Egli è là» indicando il tabernacolo. E quando diceva «Egli è là», indicando il tabernacolo e piangendo di commozione, era evidente a tutti che non costruiva nulla. Non costruiva una certezza per evitare l’insicurezza della vita. Era evidente a tutti che riconosceva semplicemente. E domandava certissimo. Certissimo! Altrimenti non avrebbe domandato. Che domandava certissimo: «Se mi vuoi bene». «Dolcissimo Dio, in onore della vostra santa Passione, vi chiedo, se voi mi amate…». La gnosi è il tentativo di rendere il mistero della Sua presenza un’idea per poterla possedere. Un’idea che è sempre e non accade mai, come sono tutte le idee religiose, che sono sempre e non accadono mai.

Péguy nel Mistero della carità di Giovanna d’Arco credo sia l’autore cristiano, il fedele cristiano, che più ha intuito e descritto la tentazione gnostica, la grande eresia che fin dai tempi degli apostoli tenta di snaturare dall’interno la fede della Chiesa. Da questo punto di vista, credo che la cosa più bella che von Balthasar ha fatto è che ha iniziato la sua storia della teologia da Ireneo, il padre della Chiesa antignostico – che in qualche modo non paga un debito al platonismo e alla gnosi neoplatonica – e fa concludere tutto il cammino della teologia cattolica con Pèguy.

Adesso vi leggo alcuni versetti de Il mistero della carità di Giovanna d’Arco. Tutto Il mistero della carità di Giovanna d’Arco è un dialogo tra Giovanna d’Arco e la sua amica Hauviette, che è una fanciulla piccolina che non vive il tormento di Giovanna perché è così piccola che non vive la tristezza di Giovanna per il non manifestarsi della Sua grazia e della Sua presenza; perché è così piccola che le basta dire bene le preghiere del mattino e della sera, che le basta la semplicità della tradizione in cui è custodita. E un dialogo tra Giovanna d’Arco e Gervaise, la monaca anziana, che tentando di confortare e anche di correggere Giovanna, evidenzia ancora di più quello che per gratuita predilezione Giovanna aveva nel cuore.

Così prega santa Giovanna d’Arco: «O mio Dio, se solo si vedesse l’inizio del tuo regno. Se solo si vedesse sorgere il sole del tuo regno. Ma nulla, mai nulla. Ci hai mandato tuo Figlio, che amavi tanto, è venuto tuo Figlio, che ha tanto sofferto, ed è morto, e nulla, mai nulla. Se solo si vedesse spuntare il giorno del tuo regno.

[…]

E i malvagi soccombono alle tentazioni del male, di fare del male; di fare del male agli altri; e perdonami, mio Dio, di fare del male a te; ma i buoni, quelli che erano buoni, soccombono a una tentazione infinitamente peggiore: alla tentazione di credere di essere abbandonati da te. […] Se non ci sono ancora stati abbastanza santi e sante, mandacene altri, mandacene quanti ce ne vorrà; mandacene finché il nemico sia stanco. […] Faremo tutto quello che vorrai. Faremo tutto quello che vorranno. […] Siamo buoni cristiani, tu sai che siamo buoni cristiani. Allora come può essere che tanti buoni cristiani non facciano una buona cristianità. Bisogna che ci sia qualcosa che non va. […] Forse ci vorrebbe altro, mio Dio, tu sai tutto. Sai quello che ci manca. Ci vorrebbe forse qualcosa di nuovo, qualcosa di mai visto prima. Qualcosa che non fosse ancora mai stato fatto. Ma chi oserebbe dire, mio Dio, che ci possa essere ancora del nuovo dopo quattordici secoli di cristianità, dopo tante sante e tanti santi, dopo tutti i tuoi martiri, dopo la passione e la morte di tuo figlio».

[E qui si introduce la cosa che è il cuore di questo Mistero]: «Insomma quello che ci vorrebbe, mio Dio, ci vorrebbe che tu ci mandassi una santa … che riuscisse». E così finisce la vita terrena Giussani, parlando della scommessa del potere di Dio nel tempo affidata alla preghiera. Che riuscisse! Il riuscire di Dio nel tempo è scommessa affidata alla preghiera. «Ci vorrebbe che tu ci mandassi una santa … che riuscisse».

È chiaro che vivendo così non ci si sottrae alla tristezza. «È vero che la mia anima è nella tristezza. Ancora poco fa…». Accenna alla guerra. Accenna a due bambini che hanno perso i genitori durante la guerra, che piangono perché hanno fame.

«È vero che la mia anima è nella tristezza. Ancora poco fa…

Allora perché far finta, perché voler somigliare a tutti gli altri.

[…] Poco fa ho visto passare due bambini, due ragazzetti, due piccini che discendevano da soli quel sentiero laggiù. Dietro le betulle, dietro la siepe. Il più grande che tirava l’altro. Piangevano, gridavano: Ho fame, ho fame, ho fame … Li sentivo da qui. Li ho chiamati. Non volevo lasciare le pecore. Non mi avevano vista.

[…]

Ho dato loro il mio pane: che bel vantaggio! Avranno fame stasera; avranno fame domani.

[…]

È sempre la salvezza che perde, è sempre la perdizione che vince. Tutto non è altro che ingratitudine, tutto non è altro che disperazione e perdizione

[…]

Sarà, mio Dio, che il sangue di tuo Figlio sia scorso invano; che sia scorso invano una volta, e tante volte.

Una volta, quella volta; e da allora tante volte.

Sarà, mio Dio, che il corpo di tuo Figlio sia stato sacrificato invano; che sia stato offerto invano una volta, e tante volte.

Una volta, quella volta; e da allora tante volte

Sarà detto che abbandonerai, che avrai abbandonato la cristianità dei tuoi figli.

[…] Sei tu che ci occorreresti e che si veda passare sulla terra l’impronta della tua mano.

L’hai fatto un tempo. L’hai fatto per altri popoli. Non lo farai per questo popolo di Francia.

Per altri popoli hai mandato dei santi. Hai mandato perfino dei guerrieri.

Noi siamo peccatori, ma siamo cristiani lo stesso. Siamo del popolo cristiano.

[…]

È una cosa spaventosa che ci sia qualcuno che ha su di sé la maledizione di Gesù e che se ne va come un vincitore su tutte le vie del mondo.

[…]

Ecco che da quasi cinquant’anni, Hauviette, i buoni agricoltori pregano il buon Dio per il bene delle messi; ecco che da più di otto anni io fin da piccola lo prego con tutte le mie forze per il bene delle messi. Madama Gervaise è in convento: lei deve sapere perché il buon Dio non esaudisce le buone preghiere». Hauviette le dice, ed è bellissimo anche questo, che non spetta a noi chiedere la ragione.

«Ma voi, giudei, foste i suoi fratelli nella sua famiglia stessa [anche qui è bellissimo! È Péguy che ha difeso l’ebreo Dreyfus]. Fratelli della sua razza e della medesima stirpe [una delle cose che la gnosi deve svuotare è la storicità dell’Antico Testamento. Basta leggere i salmi. Basta leggere il salmo delle Lodi di questa mattina. Deve svuotare la storicità di Israele. Israele ha creduto in Dio perché Dio li ha liberati, non perché hanno affermato da se stessi che c’era Dio. Hanno creduto in Dio perché li ha liberati. In quel Dio hanno creduto. Per questo]. Su voi stessi egli versò delle lacrime uniche. […] Voi [giudei] avete visto il colore dei suoi occhi; avete udito il suono delle sue parole. Della medesima stirpe in eterno […]. Voi avete udito il suono stesso della sua voce. [Qui è bellissimo!] Come dei fratelli minori vi siete rifugiati nel calore, nel tepore del suo sguardo. […] Gesù, Gesù, ci sarai mai così presente. Se tu fossi qui, Dio, non andrebbe così, tuttavia. Le cose non sarebbero mai andate così».

Allora Madama Gervaise in visione risponde: «Egli è qui. È qui come il primo giorno…».

Ripeto che c’è un modo di dire che Egli è qui che, se non abita nella preghiera, se è una costruzione nostra, diventa una bestemmia diabolica. Continua Madame Gervaise: «Lo so, io, che tutto questo non basta. Ho pensato che tu fossi infelice, anche tu, ed è per questo che sono venuta subito. […] Ci sono passata anch’io. I santi e le sante, tutte le sante e tutti i santi ci sono passati. È la condizione stessa, è la dura condizione, è la dura legge, è il duro tirocinio della santità. Ci sono passata, anch’io, io indegna come sono. Tu ci passi a tua volta. A ognuno la sua volta. A ognuno la sua ora. […] Non sei la prima. Non sarai l’ultima.

[…]

Mio Dio, i tuoi santi dovrebbero vivere sempre. Se ne vanno troppo presto, sempre troppo presto. Li richiami sempre troppo presto. E ne hai pure abbastanza per te. Nei hai ben abbastanza nella tua casa [in paradiso]. E noi ne manchiamo. Noialtri ne manchiamo. Ne sentiamo la mancanza. Ne sentiamo tanto la mancanza. Ne manchiamo sempre. Loro riuscivano. E noi siamo delle povere donne che non riescono».

Madama Gervaise dice a Giovanna di non essere orgogliosa. È chiaro che, vivendo in questa domanda e in questa attesa del «così in terra», vivendo sospesi al miracolo, si può essere accusati di essere orgogliosi. Nella seconda parte di questo Mistero Madama Gervaise dice a Giovanna d’Arco di guardarsi dalla tentazione di essere orgogliosa.

Voglio finire con una frase di Giussani, che mi sembra riassuma tutto quello che volevo dire: «È una cosa nuova e noi non ne siamo capaci [è una cosa nuova. È sempre un nuovo inizio la Sua presenza]. La coscienza dell’avvenimento si identifica per me col pregare. Per dire “è avvenuto” [per dire: “Egli è qui”] mi metto in ginocchio a recitare: Salve Regina, Ave Regina coelorum, Ave Domina Angelorum, Iesu dulcis memoria. Non è una cosa sentimentale! L’essenziale della creatura di fronte al Creatore è la preghiera». Per dire «Egli è qui», per dire «è avvenuto» dice Giussani «mi metto in ginocchio a recitare Salve Regina…». Péguy diceva che la Salve Regina vale più di tutta la Summa teologica di san Tommaso e san Tommaso sarebbe stato più che d’accordo, tanto è vero che voleva bruciare tutti i suoi scritti come paglia di fronte all’iniziale esperienza del rivelarsi del Signore.

La Salve Regina è la preghiera in cui è più evidente questo domandare che si manifesti. «Orsù, dunque, avvocata nostra, rivolgi a noi gli occhi tuoi misericordiosi».

Così Iesu dulcis memoria, dove sono così evidenti le distinzioni per esempio tra il dolce ricordare e il Suo farsi presente, il Suo farsi vicino nel presente.

E così finisco citando questa frase di sant’Ambrogio. «Spero nella tua parola / hoc est in adventum tuum/ cioè nel tuo venire./ Ut venias / Così che tu venga / et suscipias peccatores / e prenda in braccio noi peccatori». Non si può essere presi in braccio da un’idea. Si può essere presi in braccio solo da una presenza quando viene, quando si fa vicina.

Ma l’unica cosa che volevo dire è che lo gnosticismo è evitare che la fede e la vita abitino nella preghiera. È evitare l’unica condizione per entrare nel regno dei cieli, quella del bambino, del piccolo, che è così sicuro della presenza della mamma, che quando non la vede si mette a piangere. E così sicuro della presenza della mamma, che quando non la vede si mette a piangere, che quando non la vede domanda che venga vicino e lo prenda in braccio. È proprio il contrario di quello che taluni rimproverano. È proprio la domanda, le lacrime che domandano di essere presi in braccio, il segno della certezza della fede.  È la certezza del bambino, che è così sicuro della mamma, che può piangere quando la mamma non è vicina e non lo prende in braccio.

13 Marzo
Per la Quaresima